Una primavera angolana?

21/02/2015 di Matteo Anastasi

Nel 2002, calava il sipario sulla guerra civile angolana. Da allora, la crescita economica è stata costante, ma eccessivamente condizionata dalle oscillazioni petrolifere. La sfida per Luanda è oggi la diversificazione e la riduzione della dipendenza dal greggio, basi per una leadership in Africa centrale.

Angola

Tredici anni fa si chiedeva la sanguinosa guerra civile angolana. Il conflitto interno, esploso nel 1975 all’indomani dell’indipendenza dal Portogallo, ha visto affrontarsi per un trentennio gli esponenti del MPLA (Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola) dell’attuale presidente Josè Eduardo Dos Santos e i rivali dell’UNITA. Nel 2002 alla chiusura delle ostilità, coincisa con la morte del leader dell’UNITA Jonas Savimbi, si registravano oltre 1 milione di morti e più di 4 milioni di espatriati. Tempi cupi, che sembrano oggi lontani.

Con l’avvento del nuovo millennio, la guerra ha fatto posto ad ambiziosi programmi di sviluppo che hanno reso l’economia angolana fra le più dinamiche del continente nero. Tassi di crescita a due cifre, ottenuti incrementando la produzione di petrolio, passato dagli 800.000 barili al giorno degli anni Novanta agli attuali 1.800.000, fanno dell’Angola il secondo produttore africano dopo la Nigeria (sedicesimo a livello mondiale). La crescita ha attratto ingenti capitali esteri, che Luanda sta sfruttando soprattutto per ricostruire le infrastrutture distrutte da trent’anni di conflitto.

Dal 2005, giungono flussi di credito in particolare da Cina, Germania e Portogallo, volti ad alimentare, sia la ricostruzione infrastrutturale che il potenziamento degli impianti petroliferi locali. Proprio quest’ultimo aspetto, lo sfruttamento del greggio, rappresenta croce e delizia del governo Dos Santos. Se, infatti, almeno fino alla crisi del 2008, le quotazioni sul mercato internazionale hanno alimentato la crescita dell’Angola, il crollo del prezzo dei barili ha rivelato tutta la fragilità dell’economia dello stato, gravemente dipendente dagli introiti petroliferi, dal cui comparto provengono oltre 60 miliardi di dollari rispetto un PIL totale di 130.

Il 2009, anno della crisi, ha fatto scattare l’allarme: il PIL è cresciuto meno del 3%, provocando l’immediata sospensione di numerosi progetti in corso sotto l’egida di compagnie straniere. Dal 2010 il prezzo del petrolio è nuovamente salito e l’economia angolana è tornata a crescere, attestandosi a un +5%, tasso di crescita comunque inferiore a quello ante-crisi. Nondimeno, va registrato il calo dell’import petrolifero statunitense, oramai ridotto dall’aumento della capacità produttiva interna americana (nel 2005 Washington importava da Luanda 480.000 barili, oggi ne acquista meno della metà).

Tali dinamiche hanno reso urgente una riorganizzazione dell’economia angolana, improntata alla diversificazione. I principali progressi hanno coinvolto i comparti manufatturiero (+8%), agricolo (+9%) e della pesca (+10%). L’esecutivo Dos Santos ha inoltre varato imponenti progetti nel settore trasporti che lasciano presagire importanti contributi alla ricchezza nazionale: fra le principali ambizioni spicca la realizzazione di una linea ferroviaria di 600 km volta a collegare la prospera regione mineraria del Katanga (Repubblica Democratica del Congo) alla città di confine di Dilolo, in vista della connessione con la storica linea di Benguela. Il progetto si fregia di un importante sponsor, sempre più attivo sul territorio angolavano: la Cina, che ha stanziato oltre 6 miliardi di dollari per la messa in opera del progetto.

Nonostante gli interrogativi relativi alla politica interna – la leadership del settantaduenne Dos Santos, ininterrottamente al potere dal 1979, non è più solida come un tempo – sono forti le volontà governative di affermare ed estendere il ruolo militare, diplomatico ed economico dell’Angola in Africa centrale. Nel lungo periodo, se saprà ovviare alle problematiche descritte, Luanda sarà con tutta probabilità il principale candidato ad assumere la leadership della regione, specialmente da quando la Nigeria è alle prese con delicatissime questioni relative alla sicurezza nazionale e alla repressione del terrorismo targato Boko Haram. Il tempo dirà se una primavera angolana sarai in grado di compiersi o rimarrà ambizioso ma fragile progetto.

The following two tabs change content below.

Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
blog comments powered by Disqus