Una piccola ripresa senza occupazione

03/08/2015 di Federico Nascimben

Vediamo di capire perché la ripresina in corso non sta portando alcuna creazione aggiuntiva netta di occupazione, smontando al contempo alcuni miti

Negli ultimi giorni è tornato a riaccendersi il dibattito legato alla insufficiente (o nulla) creazione di nuova occupazione generata dalla ripresa economica. In parte la ragione si deve ad un documento pubblicato dal Fmi in cui si asserisce che “in Italia il tasso ‘naturale’ di disoccupazione è previsto a un livello più alto che durante la crisi. Senza un significativo rialzo della crescita all’Italia e al Portogallo potrebbero servire quasi 20 anni per ridurre la disoccupazione ai livelli pre-crisi”.

Alcuni autori, come Dario Di Vico sul Corriere, hanno cercato di spiegarne le ragioni ponendo l’accento sull’innovazione tecnologica e sulla ristrutturazione messa in atto dalle migliori imprese italiane: “la nuova rivoluzione delle macchine, dunque, mangia lavoro o quantomeno non produce in misura significativa. Aggiungiamo un’altra considerazione che sa d’amaro: il meglio dell’impresa italiana, le multinazionali tascabili che solcano i mercati globali, sono capaci più di produrre valore che occupazione. Grazie alla ristrutturazione fatta durante la crisi sono diventate delle autentiche lepri, veloci ma anche tanto snelle. E di conseguenza se le imprese più innovative non sono labour intensive, per garantire larga occupazione bisogna pensare ad altro”.

(Per un interessante approfondimento sul ruolo più generale svolto dalla tecnologia nella “distruzione” di posti di lavoro si legga Roberto Sommella, sempre sul Corriere)

A noi, però, le ragioni alla base continuano a sembrare altre, e non differiscono nella sostanza da quelle che avevamo già provato a spiegare, in parte, in un articolo di dicembre 2014.

La prima di queste è che la ripresa in corso è troppo debole, ciclica e spinta da fattori esogeni, destinati quantomeno a raffreddarsi col passare del tempo: in tal modo saranno necessari ancora molti anni prima di tornare ai livelli di Prodotto pre-2008, sempre che si riesca, dati i limiti strutturali dell’economia italiana. Indicatori come l’andamento della produzione industriale e degli ordinativi industriali, inoltre, non sono vicini ad un vero punto di svolta, e il primo rimane ancora di circa il 25% inferiore ai livelli pre-crisi.

La seconda riguarda due fenomeni opposti: la forza lavoro “sottoutilizzata” da riassorbire e l’allungamento della vita lavorativa in seguito all’approvazione della riforma Fornero. Esempi? Alla fine dello scorso anno erano circa 500.000 le persone in cassa integrazione a zero ore; le performance fatte registrare dal numero di occupati e inattivi sono sostenute in via quasi esclusiva dalla fascia d’età over 55.

I primi a pagarne il prezzo sono ovviamente i giovani, che pure hanno le loro colpe. Ma ormai abbiamo consolidato il paradosso di un Paese che esporta persone ad elevato capitale umano (gli under 30 che emigrano), dopo aver speso alcune centinaia di migliaia di euro per formarle, e al contempo importa persone a basso capitale umano (gli “immigrati”).

Infine troviamo la questione legata agli incentivi volti a sostenere il cambio di regime attraverso il nuovo contratto a tempo indeterminato voluto dal Governo: 40 miliardi di euro di qui al 2019 fra sgravi contributivi triennali e deduzione del costo del lavoro dall’imponibile Irap. Permangono però i limiti a cui ci troviamo ogni volta di fronte in presenza di incentivi/sussidi: quante di quelle assunzioni sarebbero avvenute a prescindere? Perché un datore di lavoro dovrebbe assumere un giovane non formato al posto di un “anziano” già formato solo grazie all’incentivo? Infatti il risultato è stata un’abbondante stabilizzazione di contratti precedentemente stipulati, al prezzo però di “drogare” il mercato incentrando le conversioni nel 2015, creando così un nuovo problema legato alla fase post-incentivo.

Come sempre incrociamo le dita, ma non crediamo alla propaganda.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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