“Una durezza che sa di ambrosia”: Ingres tra classicismo e romanticismo

27/01/2015 di Simone Di Dato

“Ho dunque pensato che quando Teti sale da Giove, gli cinge le ginocchia e il mento per suo figlio Achille, sarebbe un bel tema per un quadro. Non mi addentro ancora con voi nei dettagli di questo quadro divino, che dovrebbe profumare di ambrosia a una lega, e di tutte le bellezze dei personaggi, delle loro espressioni e forme sublimi. Lascio a voi immaginarlo."

Ingres

Immune all’inesorabile passare dei secoli l’influenza di Ingres (1780-1867) ha continuato ad imporsi, protervia e sontuosa, in continui studi e fortunate critiche come una malattia contagiosissima, rarità che si addice solo e soltanto ai pittori di genio. A restare esenti dalla dilagante epidemia dell’ “ingrisme”, furono però molti dei suoi contemporanei, più di quanti si possa immaginare in vero e per la maggior parte estimatori della coerenza e della linea “viva e agitata” del romantico Delacroix. Negli anni di un Ottocento che sarebbe risultato ancora più ostinatamente ottocentesco senza Ingres, uno dei più feroci critici del pittore francese fu Charles Baudelaire, subito schieratosi dalla parte delle pennellate libere e violente di quello che considerava senza incertezze, “il più originale artista di tutti i tempi”, disprezzando la linea dura e dispotica del disegno dell’avversario. In realtà da tempo Delacroix e Ingres si defilavano davanti a un pubblico che li accerchiava, istigava e creava una lotta tra due artisti apparentemente diversissimi e destinati a incarnare l’ideale classico e romantico. Una rivalità più usata dai critici che non dai protagonisti. Thèophile Silvestre, tra gli altri, ne traccia un ritratto più caustico e particolarmente astioso, si direbbe al limite del grottesco: “M. Ingres è un vecchio robusto, di 75 anni, tracagnotto e strapazzato; di una volgarità d’aspetto che contrasta in modo stupefacente con l’eleganza affettata delle sue opere e le sue tendenze olimpiche [..]; David aveva messo la forma al servizio del pensiero, ora M. Ingres veniva a stabilire il culto della forma attraverso l’abolizione del pensiero stesso; a ridurre la missione dell’Arte a una voluttuosa e sterile contemplazione della materia bruta, a un’indifferenza di ghiaccio per i misteri dell’anima, le agitazioni della vita, i destini dell’uomo, l’intimità della creazione e a perseguire, per mezzo di linee rette e curve, l’assoluto plastico, considerato come principio e fine di tutte le cose.”

Giove implorato da Teti, 1811;
Giove implorato da Teti, 1811;

Cionondimeno il pittore di Montauban, opponendosi alla dottrina accademica del “bello ideale” (pur non mancando di omaggiarla) e scegliendo la verità sempre rivendicata della natura e del disegno, riprese non solo la mitologia classica e la pittura vascolare greca e romana, ma anche l’esotismo medio-orientale, il Medioevo, il Rinascimento e la tradizione cristiana, attirandosi con clamore finanche le antipatie di Thèophile Thorè che lo accusava di aver saccheggiato l’antichità che allora portava la firma imprescindibile di Jacques-Louis David. A dispetto di ogni maldicenza, Ingres si compiaceva di essere considerato estraneo al suo tempo: nel dipingere i suoi soggetti era greco con i greci, gotico, rinascimentale o esotico a seconda dell’epoca che rappresentava, non mettendo più la forma al servizio del pensiero come il suo maestro, certo, ma esaltando ai limiti del fanatismo la forma ma riuscendo a portare su tela, più fortemente di chiunque altro, “quel poco che percepiva”. “Giove implorato da Teti” è il perfetto esempio di un’opera controversa la cui grandezza all’epoca bocciata da critiche accademiche, trova in occhi moderni la giusta rivendicazione. Risalente al 1811, il dipinto fu concepito da un giovane Ingres, desideroso di rendere con bellezza e commozione quelle immagini mitiche che vivono di propria forza, tra pose eloquenti e gesti alteri tanto cari al suo esercizio, purché “profumassero di ambrosia”. Al centro della tela Zeus domina assiso a un trono, quando le dita di Teti che intercede per suo figlio Achille, quasi giungono alle sue labbra, mentre il seno candido si adagia sulla coscia del sovrano con la familiarità di vecchi amanti: profondità, risalto, vibrazione, ambrosia risolvono il nucleo misterico di forme e contenuti. Tutto quello che gli accademici non videro.

La Grande Odalisca, 1814
La Grande Odalisca, 1814

Ad acuire avversità e incomprensioni contribuirono senza dubbio le numerose contraddizioni di cui l’artista neoclassico per eccellenza si rese protagonista. Più affine al Bronzino che all’idolatrato Raffaello più di quanto si sia pensato negli anni, Ingres doveva molto ai manieristi toscani, a van Eyck, a Poussin ma anche a Giotto e ai giotteschi, da cui trasse un gusto che rimase una tentazione per eccesso, un fascino della sottigliezza e dell’astrazione. Continuò a dichiararsi “peintre de haute historie”, agognando commissioni ufficiali per temi celebrativi e grandi ritratti, predicava la dedizione assoluta alla classicità e all’equilibrio ma allo stesso tempo introdusse l’esotismo nell’olimpo delle gesta degli eroi: a Bruto, a Socrate e a Zeus seguirono le Odalische.

Inteso come purezza del colore e denudarsi lussurioso, l’esotismo orientale di Ingres segue le più leggere ondulazioni delle linee, quasi con senso musicale a cercare il bello attraverso il vero. “La Grande Odalisca”, ordinato al pittore da Carolina Murat nel 1813, è forse uno dei dipinti più celebri del maestro. Mai consegnata per la caduta del Regno di Napoli, la tela raffigura un’odalisca distesa nel letto di un harem mentre si fa vento con un ventaglio di piume. “Una pigra creatura dell’harem – commentò il professore d’arte Robert Robenblum – i cui piedi non sono mai stati segnati o sporcati dall’uso, l’odalisca è presumibilmente in mostra passiva per il nostro diletto… Giace reclinata nel lusso ovattato, carezzata da rasi, sete, pellicce e piume”. Indiscutibili sono le citazioni: Raffaello Sanzio, il Manierismo, Tiziano ma anche Velasquez e il Parmigianino. A dominare è l’uso magistrale delle zone di colore prive di passaggi di toni, ma con accenni plastici tipici dell’arte giapponese che gli europei scoprirono dopo mezzo secolo. Erotismo e sensualità si mischiano con voluttà all’inesattezza anatomica che si divide tra calore e freddezza marmorea.

Autoritratto, 1804;
Autoritratto, 1804;

Opere come questa sollevarono l’indignazione di quanti non ritrovavano il neoclassicismo davidiano nelle varie esposizioni e furono realmente apprezzate con consenso unanime solo dopo diversi anni. Un commento al Salone del 1819 recita: “Nemico giurato di qualunque corrente moderna, innamorato alla follia di Cimabue, con un talento raro ne faceva propria la secchezza, la crudezza, la semplicità, assieme a tutte le attrattive del gotico. Che l’autore di persuada: i pittori gotici sono senza armonia, e qualunque pittore senza armonia è un barbaro.” Naturalmente Ingres è nella sua arte quanto di più lontano si possa immaginare da un barbaro, e sebbene continuò per lungo tempo ad essere considerato come il paladino del Classicismo contrapposto a Delacroix, nume tutelare del Romanticismo, la complessa personalità artistica del pittore francese nella sua ricchezza emblematica, oscillò tra le due correnti senza però aderire mai completamente a una delle due. Dunque ancora una volta le classificazioni accademiche che videro in Ingres il baluardo della tradizione, non rendono giustizia alla complesso carattere delle sue opere, la cui lezione sarà fondamentale per la rivoluzione pittorica di Manet qualche anno dopo. Un carattere pur nella sua notevole bizzarria che presuppone un’incompresa modernità.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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