Una bad bank per liberare le banche dalle sofferenze

03/02/2015 di Alessandro Mauri

E' sempre più probabile la creazione di una bad bank in cui far confluire le sofferenze bancarie per sbloccare nuove risorse per il credito. Uno schema molto utilizzato nei Paesi anglosassoni, ma che in Italia dovrebbe sottostare alle rigide regole europee.

Per liberare le banche dall’ingente massa di sofferenze, prende sempre più corpo l’idea di creare una bad bank in cui far confluire le attività inesigibili. Uno schema molto utilizzato nei Paesi anglosassoni, ma che in Italia dovrebbe sottostare alle rigide regole europee.

Sofferenze e Aqr  – L’idea di creare una bad bank nasce dal fatto che le sofferenze continuano ad essere un pesante macigno per i bilanci di tutte le banche italiane, che perdono in tal modo la possibilità di sbloccare risorse per credito a imprese e famiglie. Le sofferenze infatti altro non sono che crediti bancari la cui riscossione da parte della banca o dell’intermediario finanziario non è sicura, vista la condizione di insolvenza (non necessariamente già decretata dal tribunale fallimentare) o di una situazione analoga del debitore. Si tratta di veri e propri crediti ormai inesigibili, dal momento che non basta il semplice ritardo nei pagamenti per poter classificare un credito a sofferenza, anche se negli ultimi anni le autorità di vigilanza (specialmente la Banca d’Italia) hanno spinto molto le banche a iscrivere crediti deteriorati come sofferenze, seguendo un criterio di maggior prudenza possibile. Tutto questo anche in previsione dell’Asset quality review (AQR) portato avanti dalla Bce in concomitanza degli stress test dello scorso anno: si tratta di una revisione delle poste di bilancio delle banche, per verificare la correttezza delle politiche contabili e dell’effettiva capacità delle banche stesse di recuperare i crediti concessi.

Cifre record – Nonostante un leggero miglioramento della congiuntura e delle condizioni macroeconomiche di fondo, la situazione delle sofferenze nelle banche italiane è molto lontana dall’essere risolta, o anche solamente a rientrare entro parametri accettabili. Il peggio è chiaramente alle spalle, e pare che il picco negativo di qualità del credito raggiunto nel secondo trimestre 2013 non sarà più raggiunto e, inoltre, non si sono raggiunti i livelli della recessione del 1992-1993, quando il tasso trimestrale di ingresso in sofferenza era rimasto sopra l’1% per sei trimestri consecutivi, con punte dell’ 1,45% (il massimo di questa crisi è stato dell’1,31%, ma è già in calo). Va segnalato il fatto che le maggiori criticità emergono dai prestiti alle società non finanziarie (quindi alle imprese), il cui tasso di ingresso in sofferenza è ancora elevato, mentre non emergono particolari elementi negativi dagli indicatori riferiti alle famiglie, il cui tasso di ingresso in sofferenza è stabile ad un poco più che fisiologico 1,2%. Nel complesso, lo stock di sofferenze presenti nei bilanci delle banche italiane ha superato i 180 miliardi di euro, che rappresentano quasi il  10% dei prestiti.

 

Il totale delle sofferenze lorde e nette – Fonte: Banca d’Italia

Ipotesi bad bank – Nasce così l’idea di affidarsi ad una bad bank direttamente partecipata dallo Stato, per alleggerire i bilanci delle banche e sbloccare nuove risorse per finanziare imprese e famiglie. Secondo indiscrezioni il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan starebbe già lavorando ad una soluzione che permetta di evitare la violazione di normative europee. Innanzitutto la partecipazione dello Stato alla bad bank sarebbe limitata ad una percentuale maggioritaria, ma comunque inferiore al 50%, mentre il restante capitale sarà fornito dalle stesse banche, che conferirebbero i crediti a valore di mercato. A questo punto la bad bank, per acquistare i crediti dovrebbe emettere obbligazioni suddivise in diverse fasce di rischio (in particolare dalle meno rischiosa: senior, mezzanine e junior) garantite dallo Stato per favorire l’investimento in questo tipo di bond. Resta a questo proposito il pericolo di incorrere in sanzione da parte dell’Unione europea per aiuti di Stato,  ma non sembra impossibile trovare una scorciatoia per evitare procedure di infrazione. La gestione dei crediti, anche per garantire il rapporto con il cliente, dovrebbe invece rimanere a capo delle banche conferitarie.

Uno strumento utile? – Gli innumerevoli tentativi di sbloccare il mercato del credito si sono fin qui dimostrati sostanzialmente fallimentari, per cui l’ipotesi di sviluppare una bad bank appare convincente. Nei paesi più rivolti al mercato (Usa e Gran Bretagna) il mercato dei cosiddetti bad loan o  dei junk bond è molto più sviluppato che in Europa, e questo permette di liberare i bilanci delle banche da crediti non performanti, che vengono acquistati da intermediari specializzati, interessati a realizzare elevati rendimenti (a fronte di un altrettanto elevato rischio). In Italia una manovra del genere sembra essere imprescindibile, se si vogliono sbloccare rapidamente risorse da indirizzare all’economia reale senza creare troppi danni collaterali. Questo non deve nascondere i problemi che si celano dietro alla crescita esponenziale delle sofferenze in questi anni: una politica di concessione dei crediti troppo facile e troppo concentrata sulle garanzie piuttosto che sul rischio effettivo degli impieghi. Una profonda revisione di queste politiche è garantita dagli interventi di vigilanza della Bce, che prevedono l’elaborazione di modelli di rischio dei prenditori di fondi molto più precisi ed efficaci.

Una misura che sicuramente farà gridare allo scandalo perché “aiuta le banche”, ma il punto è proprio questo: in un’economia bancocentrica come quella italiana dove le imprese sono troppo piccole e con una cultura finanziaria troppo scarsa per accedere direttamente al mercato, aiutare le banche significa aiutare tutti.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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