Referendum: un sì per governare i cambiamenti

03/12/2016 di Edoardo O. Canavese

Il referendum è l’occasione migliore per modificare un impianto istituzionale insoddisfacente ed anacronistico, rafforzando le istituzioni democratiche in una stagione dominata da populismi arroganti, egoisti, involutivi.

Nuovo Governo Renzi

Il 5 dicembre il mondo sarà al suo posto, come i più sostengono circa l’esito del voto per il referendum. Bisogna però capire quale sarà il posto dell’Italia nel mondo, se vincesse il no. Ci troviamo in una fase della storia politica occidentale dominata dai populismi. La democrazia liberale come fu rivista e ricostruita dopo la seconda guerra mondiale affronta una crisi non così lontana da quella che visse durante e dopo la Grande Guerra. I cittadini, traditi dalle élite sopravvissute alla Guerra Fredda, accusano governi e partiti tradizionali di aver smesso di rappresentarne e difenderne gli interessi, concentrati come sono nei grandi temi posti dalla globalizzazione. Crisi economica, immigrazione, terrorismo sono i nodi intorno cui classi dirigenti europee e americane si sono aggrovigliati, dando voce alle ragioni (talvolta legittime, talvolta molto meno) internazionali, piuttosto che a quelle nazionali. Classi politiche di tutto l’occidente hanno perso il contatto con i grandi cambiamenti in seno alle società da loro presiedute, costrette ad abbandonarsi ai populismi pur di vedere retoricamente difesi i propri interessi.

La crisi della democrazia liberale si è fatta sentire in Italia prima che altrove. Inaugurata con la crisi morale della Prima Repubblica, si è consolidata nel ventennio della contrapposizione tra berlusconismo ed antiberlusconismo. Un classe politica ormai sterile ed anacronistica si è messa al servizio di nuovi simboli e nuovi slogan, banchettando sulle spoglie di un Paese che si è voluto concentrare esclusivamente sugli affari privati del signor Berlusconi. L’immobilismo politico ha trascinato gli italiani nel disimpegno, nell’indifferenza e, di seguito, in uno stato di ignoranza civica che ha facilitato il disastro socioeconomico di cui i Parlamenti degli ultimi trent’anni possono riconoscersi responsabili. Politici incoscienti, miracolati da cittadini disinteressati (quando non egoisti), non avrebbero avuto una simile fortuna senza il determinante sostegno di un sistema istituzionale inattuale, statico, conservativo. Oggi si ha l’occasione di modificarlo, e di far iniziare una reale evoluzione della Repubblica, della sua classe politica, delle nostre aspirazioni di cittadini.

Bastano la riforma del Senato, la ripartizione delle competenze del Parlamento, la revisione del Titolo V, la soppressione del CNEL, per fare della vera, Seconda Repubblica un’esperienza istituzionale migliore degli ultimi trent’anni? Ovvio come non sia così facile. Saranno determinanti l’impegno, l’umiltà, il coraggio, la dedizione politica che chiunque, tra dirigenti e cittadini, tra sostenitori di maggioranza e militanti dell’opposizione, decida di investire nella nuova fase. Si può almeno sperare che una Repubblica arricchita di regole un po’ più chiare, semplici, che stimolino il percorso legislativo affinché non sia più soltanto inteso come iter, ma come realizzazione di qualcosa, e che permetta ad una nuova classe dirigente di emergere. E’ l’augurio più grande: come l’Assemblea Costituente diede voce a quanti nel ventennio fascista erano stati costretti al silenzio di parola, ma non di pensiero, così la Seconda Repubblica restituisca coraggio, ambizione, possibilità di proposta alla società civile attraverso i referendum, alle autonomie attraverso il nuovo Senato, ai giovani e meno giovani ostaggi di un’inscalfibile, inarrendevole gerontocrazia.

L’Italia ha una possibilità che qualche democrazia occidentale ha già perduto: restaurare e modificare (pur di poco) il profilo istituzionale del Paese, in un’epoca di attendismo e fatalismo politici. Tutto questo prima che i populismi prendano il potere per inerzia, rischiando di dare dimostrazione di incompetenza ed inconsistenza ideologica. Dicono numerosi oppositori alla riforma: un governo che poggi su una larga maggioranza in una sola Camera è l’anticamera degli assolutismi. La Storia tuttavia dimostra che le svolte autoritarie si determinano laddove le sedi istituzionali siano deboli, come capitò col fascismo nel Parlamento del ’22, o col nazismo nella Germania di Weimar. E il Parlamento italiano, così com’è, ha già dimostrato, nel vuoto presidenziale dell’aprile 2013, una spaventosa voragine politica e partitica, riconducibile non solo ai difetti del nostro sistema parlamentare, ma pure alla qualità della classe dirigente guidata da personaggi sopravvissuti all’ultima fase della Guerra Fredda. Politici inadempienti, ideologicamente improduttivi, oggi ferocemente avvinghiati al No, unica loro speranza di sopravvivenza identitaria.

La missione di un’assemblea parlamentare, e del governo che essa esprime, dovrebbe essere quella dare risposte alle esigenze della società che presiedono o alle sfide che essa pone. Ma da parte della classe dirigente ci deve essere anche un ragionamento a monte: questa deve essere disponibile a governare i grandi cambiamenti che sfuggono all’immediata comprensione di molti, affinché i cittadini siano messi nelle condizioni di vedere accolte le loro richieste. E’ questo il tempo del grande cambiamento, ed è per questo il momento della riforma. Modificare la Costituzione significa oggi investire il proprio voto in una Repubblica diversa da quella degli ultimi trent’anni, che faccia a meno del narcisismo di tanti professionisti del politichese, che dia voce e respiro ad una nuova classe dirigente, che sappia testimoniare la ritrovata capacità della politica italiana di riformarsi. Significa soprattutto investire in una Repubblica che rinforzi, senza violarne l’autenticità, le istituzioni democratiche, in una fase mondiale dominata da prepotenti leadership sostenute da un insopportabile coacervo di interessi particolari ed egoistici.

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus