Un Renzi di sinistra? Il nuovo programma economico

01/07/2013 di Federico Nascimben

"Il rilancio parte da sinistra. Come far ridere i poveri senza far piangere i ricchi", il documento stilato da Gutgeld

Renzi, Congresso e Partito democratico

Per ora i candidati ufficiali alla segreteria sono Cuperlo, Civati e Pittella, ma quelli ufficiosi continuano ad aumentare: Renzi, Fassina, mentre si parla addirittura della neopresidente del Friuli Serracchiani. Chi, fra tutti, ovviamente, fa più parlare di sé è il Sindaco di Firenze che da poco – secondo quanto riportato da Il Foglio – ha abbracciato un nuovo documento economico stilato da Yoram Gutgeld.  Il suo nome, sconosciuto ai più, in realtà è accostato a quello di Renzi da tempo, in quanto aveva collaborato con il Sindaco durante le primarie del 2012. In poche parole, il ragionamento del Sindaco sembra essere più o meno questo: dopo essermi ricamato un’immagine “di destra”, ora, per piacere anche alla base storica del PD, è necessario spostarsi un po’ più “a sinistra”.

Il programma economico – Gutgeld, ex dirigente in McKinsey, nota società di consulenza per cui hanno lavorato molti nomi illustri dell’economia italiana, ha elaborato il documento, di circa 50 pagine, dal nome eloquente: “Il rilancio parte da sinistra. Come far ridere i poveri senza far piangere i ricchi“. I temi principali sono essenzialmente tre: riduzione della pressione fiscale, taglio della spesa pubblica e un nuovo modello di produttività.

Riduzione della pressione fiscale – Al riguardo, la priorità sembra essere quella di ridurre l’IRPEF. “Per abbassare le tasse bisogna far pagare le tasse e che per far pagare le tasse non vanno più alzate le tasse“, così si legge nel documento. “La riduzione dell’Irpef sulle fasce di reddito medio-basse va avviata immediatamente. E’ infatti possibile ridurre l’Irpef di 50 euro al mese da subito su tutti i lavoratori dipendenti (o assimilabili) con redditi netti inferiori a 2.000 euro al mese“. Per farlo vi sono due modi: primo, vendita delle case popolari (il cui valore stimato è pari a 30 miliardi) a prezzo di mercato stabilito a livello nazionale; secondo, “utilizzare la Cassa depositi e prestiti per pagare una quota della spesa in conto capitale, creando uno spazio di manovra di pari misura per una riduzione delle tasse. Queste misure straordinarie saranno sostituite dal 2014 dal gettito fiscale atteso dalle azioni di prevenzione dell’evasione, che come è noto in Italia ammonta a circa 150 miliardi di euro all’anno, 60 miliardi in più rispetto alla media europea“. Come detto precedentemente, la riduzione della pressione fiscale “deve essere orientata a favore dei pensionati e dei lavoratori dipendenti con un reddito annuo inferiore ai trentamila euro. Il tutto attraverso una detrazione media mensile di circa novanta euro finanziata con 25 miliardi derivati dalla lotta all’evasione. Quanto varrebbe in termini di pil l’operazione? A regime avrebbe un impatto di circa 0,5 punti di pil all’anno creato da maggiori consumi“.

Taglio della spesa pubblica – Secondo Gutgeld, è necessario un forte rilancio della spending review perché è “possibile avere un welfare state più forte anche spendendo di meno“, visto che dal 2000 al 2011 la spesa pubblica al netto degli interessi è passata dal 39,7% al 45,5% del PIL: una differenza di ben 5.9 punti, mentre in Germania, nello stesso periodo è cresciuta di soli 0,9 punti (dal 41,9 al 42,8%). La quasi totalità del differenziale è dovuta alla crescita dei consumi intermedi e dei trasferimenti (comprensivi della spesa per pensioni). Proprio da queste ultime – secondo Gutgeld – occorre partire: “abbiamo 500 mila pensionati che percepiscono, con il metodo retributivo, più di sette volte la pensione minima (circa 3.400 euro al mese), per un costo complessivo di oltre 32 miliardi all’anno. Cosa si potrebbe fare per ottimizzare? Per le pensioni che superano di tre o cinque volte il minimo, quelle che vanno da 1.443 fino a 2.405 euro al mese lordi, andrebbe dimezzato l’adeguamento all’inflazione per un anno, e avremmo un risparmio di 0,7 miliardi. Per le pensioni che superano tra 5 e 7 volte il minimo, quelle cioè che vanno da 2.405 euro a 3.367 euro, dovremmo fermare l’adeguamento per 2 anni e avremmo un risparmio di un miliardo a partire dal secondo anno. Per le pensioni superiori di sette volte il minimo andrebbero infine previsti tagli del 10 per cento e blocco dell’adeguamento all’inflazione per 3 anni: avremmo così un risparmio di tre miliardi il primo anno e di 3,8 miliardi dal terzo anno in poi“. Con questi risparmi si potrebbe dare un vero incentivo alla lotta alla disoccupazione, ad esempio – si legge -, “con quattro miliardi all’anno potremo finanziare 650 mila giovani in servizio civile o apprendistato a cinquecento euro al mese, come accade in Germania, e in pratica, in questo modo, sarebbe lo stato che potrebbe accollarsi il pagamento di questi stipendi, seppur per un periodo limitato“. Il secondo punto riguarda la revisione del settore assicurazioni, ovvero una riduzione della spesa complessiva del Rc auto che produrrebbe risparmi per 4 miliardi di euro all’anno. Altre proposte in materia di spending review riguardano: la sanità, un piano per evitare inefficienze che produrrebbe 10 miliardi di risparmi; le prefetture, cioè il passaggio da 70/80 presidi periferici a 20/30 prefetture centrali; stop ai sussidi a pioggia alle imprese per puntare su un piano di patrimonializzazione delle imprese che cerchi di arrivare a 50 miliardi di nuovi investimenti in 5 anni, riportandolo così al livello pre-crisi.

Produttività – Un problema da sempre legato alla perdita di competitività del nostro Paese, specie negli ultimi 10/15 anni, è quello della quasi stagnazione della produttività. Dal 1999 al 2011 il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) è aumentato di circa 30 punti (26 in più rispetto alla Germania nello stesso periodo), mentre i salari reali netti sono rimasti pressoché invariati. A questo si lega una basso livello della produttività della spesa pubblica e una spesa per investimenti (sia pubblici che privati) maggiore della media UE, ma con uno scarsissimo ritorno in termini di “aumento di produttività e di crescita di posti di lavoro“. In sostanza, per Gutgeld, si può “aumentare la produttività producendo gli stessi prodotti o servizi con costi più bassi“, ma ciò che “viene risparmiato nella pubblica amministrazione andrebbe reinvestito nelle stessa pubblica amministrazione per creare nuovi posti di lavoro“. Infine, il piano dovrebbe produrre risparmi tra i 4 e i 6 miliardi di euro l’anno.

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus