Un po’ di reddito di cittadinanza a tutti

30/03/2015 di Federico Nascimben

Analizziamo il ddl del M5S che propone l'istituzione del reddito di cittadinanza. Fra utopismo, ideologia e coperture contabili cerchiamo di capire perché la proposta non sarebbe sostenibile

E’ attualmente in corso d’esame in commissione Lavoro al Senato il ddl del M5S che prevede l’istituzione del reddito di cittadinanza e una delega al Governo per l’introduzione del salario minimo orario. Cerchiamo di capire come funziona e se tale proposta è realisticamente sostenibile, sia per come è strutturata che per coperture necessarie.

Preambolo

Il preambolo del ddl è fortemente ideologico e fa riferimento alle teorie della decrescita felice: “lavoriamo non per far crescere l’indice di produttività, ma per far crescere il benessere, per vivere una vita dignitosa e felice”; come se l’andamento di economia e retribuzioni non fosse legato all’andamento della produttività.

Secondariamente, come gli stessi proponenti scrivono (e come ben spiegato in un articolo de lavoce.info), “in una prima fase” si tratta di “un reddito minimo garantito per chiunque viva sotto la soglia di povertà relativa”. Solamente “il livello ideale, futuro e auspicabile, coincide con l’attuazione del reddito di cittadinanza universale, individuale e incondizionato, ossia destinato a tutti i residenti adulti a prescindere dal reddito e dal patrimonio, non condizionato al verificarsi di condizioni particolari e non subordinato all’accettazione di condizioni”. Ma tale fase ideale, futura e auspicabile, potrà essere raggiunta “solo a seguito di una radicale riforma dell’ordinamento tributario e del sistema sociale, tesa ad una migliore ridistribuzione del contributo fiscale”. Anche i proponenti, come lo stesso leader del M5S, Beppe Grillo, giocano quindi su un’ambiguità di fondo tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito, infarcendo la proposta di utopismo che rimanda inevitabilmente ad un futuro (non troppo) prossimo e roseo.

Che cos’è il reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza consiste nell’erogazione di un’integrazione monetaria “per tutti i cittadini italiani, europei e gli stranieri provenienti da Paesi che hanno sottoscritto accordi di reciprocità sulla previdenza sociale” che consenta a questi di raggiungere un reddito mensile almeno pari al 60% del reddito mediano equivalente familiare (sulla base dell’indicatore Ue), “quantificato per la persona singola nell’anno 2014 in euro 9.360 annui e euro 780 mensili”. Tale somma monetaria sarebbe impignorabile e non costituirebbe reddito imponibile. Verrebbero inoltre applicati dei coefficienti di equivalenza per i nuclei familiari. L’ammontare massimo di risorse necessarie per il reddito di cittadinanza sarebbe di “di 16.961 milioni di euro per l’anno 2015 e di 16.113 milioni di euro a decorrere dall’anno 2016″, mentre sarebbe garantito a circa 10 milioni di individui.

Requisiti

Oltre al requisito economico, per le persone tra i 18 e i 25 anni, “è stabilito che il possesso di una qualifica professionale o di un diploma di scuola media di secondo grado o in alternativa la frequenza di un corrispondente corso di studi o formazione sia requisito necessario e fondamentale per accedere al reddito di cittadinanza”. Invece i soggetti in età lavorativa hanno l’obbligo di fornire “immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti”, instaurando un percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo tramite le strutture preposte, non potendo rifiutare – in linea generale – più di tre proposte lavorative ritenute congrue. Inoltre i cittadini devono dare la propria disponibilità “per la partecipazione a progetti gestiti dai comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, da svolgere presso il medesimo comune di residenza o presso quello più vicino che ne abbia fatto richiesta”. Se l’ultima parte prefigura un servizio civico/civile obbligatorio in salsa “benecomunista” (che dà quindi per superata l’anomia e il familismo amorale che caratterizzano la società italiana), dalla lettura di pagina 8 del preambolo colpisce il ruolo centrale e taumaturgico riservato ai centri per l’impiego e, più in generale, a tutti gli enti pubblici che si occupano di lavoro, la cui inefficienza ed incapacità di intermediare offerta sono conclamate.

Risorse

Per reperire i quasi 17 miliardi necessari per il 2015 e i circa 16 a partire dal 2016, l’art. 20 individua le coperture finanziarie. Fra modifiche, aumento di imposte e qualche taglio si prevede, tra l’altro:

1 – Un aumento della tassazione sui giochi d’azzardo di modo da garantire all’erario un maggior gettito di almeno 600 milioni all’anno;

2 – Un potenziamento della Robin Hood Tax, già bocciata dalla Corte costituzionale;

3 – La riduzione della spesa per auto blu di ulteriori 100 milioni.

4 – La destinazione al nuovo “Fondo per il reddito di cittadinanza” della mancata scelta della quota dell’otto per mille, così come i contributi pubblici all’editoria;

5 – Un taglio di 3,5 miliardi al ministero della Difesa;

6 – Un taglio dei costi della politica;

7 – Una patrimoniale per i beni mobili e immobili (con l’esclusione dei titoli di Stato) oltre i 2 milioni di euro;

8 – Risparmi di almeno 4,5 miliardi derivanti dalla razionalizzazione della spesa per acquisti della P.A.;

9 – Un contributo sulle pensioni d’oro.

Quindi, oltre ai noti problemi derivanti dagli interventi della Consulta su Robin Hood Tax e contributi su pensioni d’oro, e ai precedenti registrati con il gioco d’azzardo, si prevedono tempi brevissimi perché le Pubbliche Amministrazioni risparmino 4,5 miliardi razionalizzando la propria spesa per acquisti che, sulla scorta di esempi come l’ultima legge di stabilità e le varie spending review, appaiono fortemente irrealistici. Inoltre, visto che dei 14 miliardi di fondi propri del ministero della Difesa, ben 10 sono solo di stipendi, appaiono altrettanto irrealizzabili i 3,5 miliardi di tagli (per approfondimenti sulla spesa militare si veda sempre lavoce.info). Infine, non si capisce il senso ultimo del reddito di cittadinanza che dovrebbe distribuire pubblico denaro a tutti, a prescindere dalla condizione economica, e il cui costo spropositato vorrebbe rendere l’Italia il Paese di Bengodi.

Salario orario minimo

L’art. 19 contiene la delega al Governo per l’istituzione del salario orario minimo: “fatte salve le disposizioni di maggior favore previste dalla contrattazione collettiva nazionale, la retribuzione oraria lorda non può essere inferiore a 9 euro“, indicizzati all’inflazione.

Il problema, in questi casi, è sempre la fissazione dell’asticella, e visto che qui vi è un chiaro intervento della legge che scavalca la contrattazione collettiva e che decreta l’impossibilità di scendere sotto tale soglia, ciò lascia immaginare una forte opposizione da parte delle imprese che vedrebbero sensibilmente lievitare la componente “costo del lavoro“, limitando di conseguenza la creazione di posti di lavoro e/o riducendo quelli esistenti. Il rischio sarebbe quello del contemporaneo aumento del lavoro nero, che invece si vorrebbe contrastare. Ma chi, invece, perderebbe il proprio posto di lavoro perché la propria retribuzione è sotto tale soglia, insostenibile per l’impresa, cadrebbe nella rete di protezione sociale rappresentata dal reddito di cittadinanza, aumentandone i costi e dando vita ad un circolo vizioso.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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