Un piano lavoro per l’Italia che non sa più creare lavoro

27/05/2013 di Federico Nascimben

Secondo il Fondo Monetario Internazionale l’Italia tornerà ai livelli pre-crisi solo a fine 2018. Essendo una stima, questa può essere soggetta a revisione o meno, ma chi ne ha seguito sin dall’inizio della crisi l’andamento, avrà notato la tendenza ad un aggiustamento al rialzo per quanto attiene ai tempi. Tutto ciò rappresenta il manifesto di un’Italia che non sa più crescere e, di conseguenza, creare lavoro.

Il neo Ministro del lavoro, Enrico Giovannini
Il neo Ministro del lavoro, Enrico Giovannini

L’Italia prima e durante la crisi – Come spesso abbiamo scritto, i mali del nostro Paese vengono da lontano. A tal riguardo, è bene sottolineare le parole utilizzate dal Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, durante la recente relazione annuale, per cui “dal 1997 al 2007 il tasso di crescita dell’economia italiana è stato mediamente inferiore di circa un punto percentuale l’anno a quello dei paesi dell’area euro”. Invece, durante questi anni di crisi, e cioè “tra il 2007 e il 2013, il PIL italiano è sceso di oltre l’8% ed è tornato ai livelli del 2000. Nessun altro paese dell’Eurozona sta vivendo una simile caduta, con l’eccezione della Grecia. La produzione è crollata del 25%, in alcuni settori di oltre il 40%. Negli ultimi cinque anni oltre 70mila imprese manifatturiere hanno cessato l’attività. La redditività aziendale è stata profondamente erosa”. Sempre nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione è pressoché raddoppiato, passando dal 6 al 12%; il debito pubblico è letteralmente tornato ad esplodere, aumentando di quasi 30 punti percentuali, e sfiorando il 130% del PIL.

Lo stato del nostro mercato del lavoro e le conseguenze sul welfare – Semplificando, potremmo dire che il dramma del lavoro italiano è tutto in questi numeri: se gli occupati sono pari a quasi 23 milioni di persone, i disoccupati sono quasi 3 milioni, a cui però occorre sommare gli inattivi (cioè coloro i quali non cercano più lavoro) che, fra disponibili e non disponibili a lavorare da subito, sono altri 3 milioni di persone. A queste cifre occorre aggiungere il numero di pensionati italiani, pari a quasi 17 milioni di persone. Semplificando ancora di più, possiamo dire che, se la popolazione italiana è pari a circa 61 milioni, 23 milioni di lavoratori – assieme al nostro fallimentare welfare che scarica grossa parte dei propri costi sulle famiglie – mantengono 17 milioni di pensionati (per un totale di 267 miliardi di spesa pensionistica, pari a ben oltre un terzo del totale della spesa pubblica e al 17% del PIL), assieme a quasi 6 milioni di persone potenzialmente impiegabili nel processo produttivo (la somma cioè di disoccupati e inattivi). L’insieme di questi numeri, uniti alle caratteristiche del modello e della società italiana, ha fatto sì che la caratteristica fondante del “sistema Italia” fosse un profondo squilibrio: il 10% delle famiglie italiane più ricche detiene circa metà della ricchezza nazionale, mentre l’altra metà è spartita tra il restante 90%; 8 milioni di poveri (di cui 3 milioni e mezzo in situazione di povertà assoluta) e 15 milioni a rischio povertà.

Il piano del Governo Letta – Com’è noto, per cercare di tamponare i gravi problemi del “sistema Italia”, l’esecutivo punta a mantenere la disciplina di bilancio, completando l’uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo e mantenendo il rapporto deficit/PIL sotto la soglia del 3% sia per quest’anno che per il successivo. In questo modo sarà possibile ottenere lo sconto dal calcolo del deficit degli investimenti produttivi e sbloccare così i cofinanziamenti nazionali che si affiancano ai FSE (Fondi Strutturali Europei), oltreché mantenere dei tassi d’interesse sul debito quantomeno al livello attuale, ma con la speranza che calino ulteriormente (con annessi risparmi di spesa).

Il piano lavoro – A fine giugno, assieme al vertice europeo sulla lotta alla disoccupazione (specie quella giovanile), verranno prese le prime misure per cercare di risollevare il nostro asfittico mercato del lavoro. In questo senso, la staffetta generazionale, così come gli sconti previsti per chi aveva i requisiti per andare in pensione prima della riforma Fornero, assieme alla maggiore flessibilità sui contratti a tempo determinato, appaiono più un sistema per cercare di dividere la stessa (magra) torta fra più commensali. Appare inoltre molto difficile che si riescano a creare un numero sufficiente di nuovi posti di lavoro nel breve e medio periodo senza una riforma complessiva. Aspettando l’entrata in regime dell’ASPI prevista dalla riforma Fornero e un accenno di ripresa economica, il sistema deve prima riassorbire l’ingente numero di cassa integrati (fra CIG straordinaria e in deroga). Il neoministro Giovannini ha giustamente sottolineato la necessità di una riforma organica degli ammortizzatori sociali, per cercare di avere dei sussidi che siano universali, ma ha anche posto l’accento sull’attuale mancanza di risorse. Stesso discorso si può fare per quei 400 milioni di fondi per la Youth Guarantee per il 2013 e quel margine di spesa dello 0,5% in più per il 2014: tutte misure che seguirebbero l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione. Troppo poco, nel frattempo la disoccupazione (specie quella giovanile) è destinata ad aumentare.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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