Un Pd in Guerra, un Parlamento in coma: perché Renzi deve guardare alle urne

05/08/2015 di Edoardo O. Canavese

Le difficoltà che il presidente del Consiglio e segretario del Pd, Matteo Renzi, sta incontrando all'interno del suo stesso partito e in Parlamento dovrebbero aprire una seria riflessione sul ritorno ad elezioni

PD Renzi

Un Pd sempre più diviso, una maggioranza sempre più risicata, un Parlamento statico, sfogatoio di gelosie, giochi di partito e dati economici negativi. E’ arrivato il momento per Renzi di considerare un ritorno alle urne come soluzione all’immobilismo in cui appare piombato il potere politico in questi mesi.

Matteo Renzi e il voto anticipato. Una minaccia fino ad oggi usata contro le minoranze interne, sfidate a vedersi rinnovare la fiducia degli elettori dopo il naufragio della XVII legislatura. Ora una auspicabile exit strategy. Non solo per Renzi, perché dopo un anno e mezzo di governo è necessario scindere il binomio ambizione personale–azione politica. Per il Parlamento, per la politica e più in generale per gli elettori. L’azione impressa dal fiorentino sull’azione legislativa ha agito come forza propulsiva fino all’autunno scorso, quando i dati economici e la “stagnazione” riformistica non hanno infiacchito la forza del governo. Si il delirio democratico che attanaglia il partito di maggioranza, delle cui frizioni risentono i lavori alle Camere e gli umori dei votanti. Oggi Renzi non può più permettersi di sventolare il 2018 come data di decorso naturale della legislatura. L’attuale palude politica e la contingenza economica e sociale, nazionale ed europea, necessitano un piano B.

Nonostante l’abile maestria del best friend Luca Lotti nel tessere contatti col microcosmo gattopardiano del Parlamento, l’impressione è che Renzi stia perdendo giorno dopo giorno le redini della maggioranza. Per parte sua, il Pd appare come un bubbone di livore, antagonismi ed egoismi contaminati tra l’elezione di Renzi segretario e l’arrocco con Letta ed oggi sul punto di esplodere. Una situazione che Renzi si sta rivelando inabile a gestire. I suo alleati di governo, ex montiani ed alfaniani, irrilevanti nelle urne, pesano come macigni sui nodi delle riforme, in particolare su giustizia e diritti civili. Lo scouting di Lotti ha portato in orbita renziana l’altra sponda dell’Arno, quella dei verdiniani: non basteranno, anzi, un loro più palese impiego nella maggioranza potrebbe tradursi nella fuori uscita sdegnata dei dissidenti dem. Gli ex grillini sono un’incognita, storicamente più avvicinabili all’universo Sel e civatiani. Un quadro che soffoca la seconda riforma renziana, quella del Senato.

Non che in questi mesi il Parlamento sia stato improduttivo. Gli elettori avranno una legge elettorale scelta dal parlamento dopo 10 anni di un porcellum dichiarato incostituzionale. La riforma della pubblica amministrazione è realtà di ore fa. Nel complesso, il tasso di produttività rispetto ai ritmi zoppicanti della II Repubblica è certo aumentato. Oggi, tuttavia, la macchina legislativa si è bloccata sulle riforme costituzionali. L’approvazione dell’Italicum non è stata indolore e ha sfilacciato la pars sinistra dei dem. La tentazione di fare della riforma del Senato il Vietnam del segretario-Renzi è forte; Ugo Sposetti, incrollabile dalemiano, ha ipotizzato una proposta di cancellazione del Senato, per far saltare l’Italicum. Una battuta (mezza, perché di fonte dalemiana), che dà il polso degli umori tra i dissidenti. Divisi, ma numerosi. Senza leader, ma agguerriti, uniti dall’obbiettivo ultimo, affondare il premier.

Il problema di Renzi, del Parlamento, del quadro politico è la gestione del Pd da parte del premier. Il suo più clamoroso insuccesso è stata la sottovalutazione del suo stesso partito, dei suoi problemi intrinseci, dei suoi antagonismi come fonte di sua delegittimazione politica. La rottamazione non è mai divenuta realtà, i volti nuovi nel congresso, nella segreteria e ai vertici locali non hanno rivoluzionato il partito come promesso nelle primarie del 2013, prova ne sono le malmostose vicende romane e l’esito delle regionali di maggio. Ad oggi, il Pd è il vettore che ha portato Renzi alla guida del governo, o poco più. Il peccato originale, a detta della minoranza dem, è la sostituzione di Letta e l’alleanza strategica con Berlusconi, tuttavia il solco che li separa dal premier risale all’esito delle primarie, mai digerito. Il Pd è in uno stato di congresso permanente che avvelena e confonde tutto il dibattito politico. La soluzione è un risolutivo tenzone elettorale, che ne lasci infine uno soltanto.

Il voto può risolvere molti nodi, i gangli che stritolano il Pd e il pigro trascinarsi di un Parlamento eletto in un contesto politico ed elettorale totalmente differente. Inutile affidarsi ai sondaggi per leggerci la composizione di un futuro parlamento, il 25% grillino e il 41% dem degli anni scorsi insegnano a diffidarne. Renzi e Salvini se la giocherebbero a suon di graffiate, Salvini con colpi bassi e gioco sporco, Renzi inchiodando l’avversario al ruolo di inaffidabile estremismo con cui sconfisse Grillo nelle europee. Il quale infine affiderebbe stavolta la campagna elettorale ai suoi fedelissimi, piuttosto abili negli ultimi mesi a mantenere alto il gradimento dei 5 stelle. Si aggiunga l’incognita forzista (Liguria docet). Ne uscirebbe uno scontro interessante, certamente più polarizzato e vitale di quel che non fu il 2013, quasi sistema ed anti-sistema si sfidarono. Con l’attuale legge elettorale avremmo persino una maggioranza. Peccato, ennesimo cappio politico, che la legge entri in vigore l’anno prossimo.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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