Un modello economico tutto da (ri)scoprire

07/03/2014 di Giovanni Caccavello

Modelli economici, Friedman e Keynes

Nel 1936 John Maynard Keynes, uno dei più grandi economisti del XX secolo, postulò nella sua opera letteraria più importante, la Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, il modello economico dell’offerta e della domanda aggregata (Modello AS-AD). A causa della crisi globale avviatasi nel 2007-2008, nel corso degli ultimi anni le ricette “Keynesiane” si sono riaffermate con forza sul panorama economico-politico.

Keynes1936 – Qualsiasi economista, qualunque sia il suo pensiero economico, è portato a ricordare questa data come una delle più importanti per il pensiero economico. Nessuna guerra. nessuna grande crisi, nessuno shock particolare. Sfogliando i libri di storia, infatti, il 1936 viene ricordato piuttosto come l’anno dell’inizio della Guerra Civile Spagnola, come l’anno della nascita della Fiat “Topolino”, come l’anno della firma della Convenzione di Montreaux, come l’anno della sottoscrizione dell’asse Roma-Berlino o come l’anno in cui la BBC diventava la prima emittente televisiva al mondo. Gli economisti tendono invece a ricordare il 1936, non solo per tutti gli importanti eventi sopra citati, ma anche e soprattutto per la pubblicazione della Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta.

Teoria Generale – La Teoria Generale di Keynes spiega come il livello della domanda aggregata di un’economia moderna e aperta sia determinato da una serie di fattori, di cui i due principali risultano essere la propensione marginale al consumo e l’investimento in beni capitali (che dipendente dal tasso di interesse e dal suo rendimento, i quali ne influenzano il costo). Il livello generale del tasso di interesse è, poi, fortemente influenzato dalla liquidità di moneta in circolazione.  Secondo Keynes, inoltre, nel caso in cui la domanda aggregata interna all’economia presa in considerazione risulti molto debole, il governo ha la possibilità di far incrementare la stessa attraverso una maggior spesa pubblica che potrà essere finanziata anche tramite politiche fiscali di deficit di bilancio. Tali politiche, secondo il pensiero dell’economista, avvieranno un circolo virtuoso, con l’obiettivo ultimo di creare posti di lavoro.

Visioni alternative – A questa visione, nel corso dei decenni si sono contrapposte visioni diverse, una su tutti l’intuizione di Milton Friedman e dei cosiddetti monetaristi della neutralità della moneta nel lungo periodo. Tali economisti, forti sostenitori di una politica economica più improntata sull’offerta che sulla domanda hanno, soprattutto tra gli anni ’70 e ’80, enfatizzato il ruolo neutrale delle politiche monetarie nel lungo periodo. Secondo gli stessi è quindi necessario migliorare lo stato dell’offerta per poter generare nuova domanda e non, come sosteneva Keynes, incentivare la spesa pubblica per far ripartire la domanda interna. Un’altra teoria alternativa che viene oggi largamente accettata ed espressa su tutti i libri di macroeconomia è la cosiddetta visione liberista (anche nota in modo erroneo come “politica economica dell’austerità” oppure, in modo scherzoso secondo noi, “politica economica del complotto”).

FriedmanConcezione liberista – Secondo la teoria neo-liberista che riprende il modello AS-AD, politiche economiche espansionistiche e politiche di riduzione del deficit, nel medio periodo, seppur con percorsi differenti, permettono all’economia presa in considerazione di mantenere il livello naturale di produzione invariato rispetto al periodo pre-crisi. L’unica differenza tra le due concezioni riguarda il livello dei prezzi. In caso di politiche espansioniste il livello generale dei prezzi aumenterà mentre in caso di politiche di austerità i prezzi diminuiranno. Questa tesi è attualmente propugnata anche da economisti di stampo neo-keynesiano come, ad esempio, Olivier Blanchard, attuale capo economista del Fondo Monetario Internazionale e pensatore tra i più importanti di questi ultimi anni. Secondo la teoria, portata avanti con molta enfasi dalle istituzioni europee e da molti governi per far fronte alla crisi del debito scoppiata tra il 2010 ed il 2011 in tutta l’Unione Europea, nel breve periodo una riduzione del deficit pubblico, se portata avanti da sola (cioè non accompagnata da politiche monetarie aggressive) porta ad una diminuzione della produzione e potrebbe anche portare ad una riduzione degli investimenti. Potrebbe, perché una riduzione degli investimenti non è strettamente legata con la riduzione del deficit pubblico.  Nel medio periodo, invece, il livello di produzione tenderà a tornare al suo livello iniziale, i prezzi si abbasseranno ulteriormente, così come il tasso di interesse mentre gli investimenti saranno maggiori. Per finire, nel lungo periodo, se si prende in considerazione accumulazione di capitale nell’economia nel corso degli anni, un’iniziale politica economica di austerità porterà sia ad un aumento della produzione rispetto al livello naturale di produzione, sia ad un nuovo aumento dei prezzi e del tasso di interessi. L’economia, quindi, riuscirà così a creare domanda e ricchezza non attraverso uno stimolo della domanda stessa ma attraverso politiche fiscali che puntano al consolidamento dell’economia e dalla riduzione delle inefficienze interne.

Dal modello teorico… – I dati, la realtà, ma soprattutto l’evoluzione della società verso un modello economico più globale, dominato dai servizi (settore terziario), dal settore quaternario (quello legato all’alta tecnologia) e governato in modo sempre più diretto dal mercato ci dimostrano come la variante “liberista” del modello AS-AD sia, ad oggi, la via migliore per permettere ad un’economia di poter tornare ad essere competitiva. Nel corso dei decenni passati, in particolar modo tra la fine degli anni’80 e i primi anni 2000 (prima della grave crisi finanziaria), le generazioni precedenti, governate da classi dirigenti poco attente alle conseguenze delle loro politiche espansioniste, hanno creato degli squilibri economici che le nuove generazioni (gli attuali giovani tra i 16 ed i 30 anni) stanno pagando a caro prezzo. In quasi tutti i paesi industrializzati, spesa pubblica e politiche monetarie troppo benevole nei confronti degli investitori e degli speculatori sono alla base dei problemi odierni. La crisi finanziaria prima, quella dell’Euro dopo, hanno messo in evidenza tutte le debolezze di un sistema che troppo si è affidato alla sregolatezza e all’inadeguatezza della politica. Questo stato sta portando alla creazione di una Generazione Perduta che rischia, se le questioni economiche più importanti non verranno affrontate, di dover pagare tutti gli errori del passato senza poter ottenere nessun agevolazione nel futuro a causa della velocità con cui il mondo tende a trasformarsi in modo irreversibile.

…alla realtà – Non tutti i paesi che presentano questi squilibri, però, hanno reagito allo stesso modo. Alcuni, come ad esempio la Gran Bretagna, l’Irlanda o la Spagna – per citare due paesi che hanno vissuto una fortissima crisi economica nel corso di questi ultimi anni – hanno saputo rialzare la testa portando avanti politiche fiscali simili a quelle descritte nel “modello liberista”. Spesa pubblica poco produttiva ridotta nel corso degli ultimi anni in modo drastico; decine di migliaia di lavoratori poco efficienti del settore pubblico “tagliati” in modo sensato; abbassamento, nel limite del possibile, delle tasse; riforme importanti come quella dell’educazione portate a termine; semplificazione della burocrazia per rendere il sistema più “digitale” e regolamentazione, con poche regole ma chiare e dure, del sistema bancario hanno ridato slancio a queste economie che nel 2013 hanno visto i primi forti segnali di crescita e che nel biennio 2014 e 2015 vedono prospettive economiche molto rosee. L’Italia, invece, sembra proprio non voler seguire l’esempio di queste economie più virtuose (nonostante le loro difficoltà) e sembra voler continuare nel suo percorso ad ostacoli cercando di tornare a crescere evitando di affrontare i veri problemi della propria economia interna. Un esempio concreto è dato dalla spesa pubblica italiana: nonostante i tagli, che seppur in modo disordinato sono avvenuti,  il rapporto deficit su PIL è rimasto pari al 3,20%-3,30% nel corso degli ultimi tre anni e se si guarda più indietro, si può notare come tale percentuale sia rimasta quasi sempre la stessa dal 2000 ad oggi. In economia il detto di voler “la botte piena e la moglie ubriaca” non è, purtroppo o per fortuna, contemplato dai mercati e dagli investitori.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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