Un libro divertente che non leggerò mai più, David Foster Wallace

25/03/2016 di Nicolò Di Girolamo

Una cosa divertente che non farò mai più è il titolo di un saggio di David Foster Wallace, paragonato, in patria, ad una sorta di Zola americano. Ma perchè i suo scritti, difficilmente, sono riusciti a riscontrare lo stesso successo oltreoceano?

David Foster Wallace

Una cosa divertente che non farò mai più è il titolo di un saggio di David Foster Wallace, pubblicato per la prima volta nel 1996 (1962-2008). Esso è scritto nella forma di reportage con oggetto una crociera di una settimana ai Caraibi. Il registro è profondamente umoristico, fortemente carico di ironia e lo stile peculiare dello scrittore è facilmente riconoscibile nelle interminabili note a piè di pagina e nel susseguirsi di battute di spirito.

Ilarità che, senza dubbio, colpiscono nel segno, lo scritto è molto divertente e l’analisi delle figure umane che popolano questa enorme imbarcazione è molto tagliente; ma questo tipo di ironia può facilmente lasciare l’amaro in bocca. Lo stile espositivo come anche la metodica analisi distruttiva di tutti i personaggi incrociati dalla vista dello scrittore – il quale ne cerca i più piccoli e miseri difetti – richiama alla mente la stand up comedy così tipicamente americana.

Per stand up comedy si intende  quel tipo di spettacolo, non così diffuso alle nostre latitudini, in cui un solo comico interpreta un lungo monologo abbattendo di frequente la quarta parete per coinvolgere il pubblico. Ovviamente è uno spettacolo a cui si può assistere in tutto il mondo, ma in America viene particolarmente apprezzato e, quel che è più curioso, la maggioranza degli artisti in questo campo segue uno schema piuttosto inaspettato, dato il contesto sociale, i cui elementi si ritrovano continuamente nella scrittura di Foster Wallace.

Questi attori infatti usano spesso un linguaggio piuttosto volgare il quale si esplica non tanto o non solo nell’uso di espressioni triviali, ma anche di immagini volutamente disgustanti e persino irritanti, inoltre, essi sono spesso sfrenatamente di sinistra nelle idee (per quanto un americano possa essere di sinistra, solo nei casi più estremi raggiungono l’equivalente, diciamo, di un Vendola nostrano) e sembrano rappresentare una figura catartica che raccoglie tutti gli impulsi negativi dello spettatore, dando loro libero sfogo, mostrando le conseguenze di un simile comportamento. Non è affatto detto che questa sia l’unica strada possibile ma l’argomento è intrigante e meriterebbe più approfondita analisi.

Dal nostro punto di osservazione, dalla patria della commedia dell’arte, delle varie maschere teatrali che non mutano mai i propri caratteri, ignorando fieramente lo scorrere del tempo, non è facile comprendere un sistema così differente dal nostro, così legato alle contingenze storiche e sociali. Probabilmente questo è il motivo per il quale un autore del genere o, meglio, i suoi scritti, non riescano ad attecchire così facilmente nel vecchio continente, mentre in America è stato definito un (po’ brutalmente forse) il nuovo Zola.

È possibile che siano tristemente finiti i tempi in cui la letteratura varcava agilmente gli oceani e teneva vicini i continenti, oggi sembra che, contrariamente alle tendenze che caratterizzano la maggior parte degli altri ambiti della cultura, per quanto riguarda la letteratura il mondo si stia facendo più ampio e i linguaggi si diversifichino, disegnando lo scenario di un ritorno a Babele dove sarà sempre più complesso comprendere l’altro.

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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