Quando un cancro non è più cancro

18/04/2016 di Pasquale Cacciatore

Può sembrare strano, ma un panel di esperti è giunto alla conclusione, dopo anni di studio, della necessità di sottostadiare il grado di pericolosità del cosiddetto tumore di Lindsay, eliminando la parola "carcinoma" dalla definizione. Vediamo il perchè.

Tumore Tiroide

È difficilmente immaginabile come ognuno di noi si potrebbe sentire quando, da un giorno all’altro, venissimo a sapere che quella massa nel collo, per cui si sono fatti mille controlli, poi rivelatisi positivi per cancro, ora un cancro non è più, e che quegli interventi di chirurgia e radioterapia programmati non serviranno più. Può suonare assurdo, ma è quello che – anche, e forse soprattutto, nel XXI secolo – succede alla medicina fatta di scoperte ed evidenze sempre nuove. Novità che seguono in genere un percorso graduale fatto di validazioni, trial e consensi, ma che non di rado – soprattutto su questioni tanto delicate come possono essere quelle oncologiche – finiscono per sconvolgere rapidamente i piani diagnostico-terapeutici.

Uno studio recentemente pubblicato da JAMA Oncology (non di certo l’ultima delle riviste d’oncologia) ha infatti sottostadiato il grado di pericolosità della variante follicolare capsulata del carcinoma papillare della tiroide (tumore di Lindsay). Il panel è giunto alla conclusione che le cellule dall’aspetto tumorale di questa forma non proliferano oltre la capsula e che la chirurgia ed il trattamento radiometabolico sono più dannosi che utili. Si è così giunti a ribattezzare questo tumore “neoplasia tiroidea follicolare non invasiva con caratteristiche nucleari simili alla forma papillare”. Una lunga definizione, dove è importante sottolineare che sparisce la parola “carcinoma”. Quello che era cancro una settimana fa, oggi non lo è più.

Non si tratta di un caso isolato. Molti esperti oncologi da anni fanno pressioni sui panel internazionali affinché vengano ristadiate molte lesioni della tiroide, del seno o della prostata, eliminando la definizione di “cancro”. A parte eccezioni che si contano su una mano, negli ultimi vent’anni però pochi hanno avuto l’ardire di compiere un’impresa tanto delicata. D’altra parte, non è possibile mettere sullo stesso piano lesioni dal comportamento ed aggressività tanto differenti, chiamando entrambe cancro; si finisce infatti per confondere l’approccio terapeutico e vanificare magari gli sforzi fatti per frenare quel che è veramente patologico. In più, si rischia di generare una discordanza operativa in medici di mezzo mondo che fa sì che – deviando magari dalla definizione o dalle linee guida – si finisca per trattare una massa come tumore aggressivo negli Stati Uniti o proliferazione poco importante in Italia.

Ovviamente, la decisione di sottostadiare una lesione considerata fino ad oggi carcinoma non è giunta in pochi giorni. È il frutto di un lavoro di due anni e di un’equipe di esperti (endocrinologi, anatomo-patologi, psichiatri e chirurghi della tiroide), un processo stimolato quasi per caso dalla storia clinica di una giovane ragazza statunitense alla quale, a 19 anni, le era stato diagnosticato un carcinoma e programmato un intervento, protocollo radioterapico e stretto follow-up.

Il panel ha sottolineato come, violare questa declassificazione, potrebbe significare infrangere il principio di non-maleficenza, finendo per arrecare danni inutili al paziente che non richiede terapie aggressive. Contemporaneamente, sarà necessario informare tutti i pazienti sottoposti in passato a terapie per questa neoplasia che – di punto in bianco – stretti controlli non saranno più necessari. Certo, bisognerà superare l’imbarazzo ed aver pazienza di spiegare che su questo elemento ci si è sbagliati per tanto tempo; compito non facile, per il medico, ma fondamentale per assicurare al paziente sempre il miglior grado di cure a tutela della salute.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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