UMP: le ricette liberiste del centrodestra francese

24/12/2013 di Nicolò Fraccaroli

Il documento programmatico per risollevare la Francia firmato UMP

Il più grande partito di centrodestra francese, l’UMP (Union pour un mouvement populaire), fu ridotto al bicefalismo dopo che la sconfitta di Nicolas Sarkozy alle presidenziali nel 2012 non ha saputo far sovrastare uno dei due aspiranti successori – Jean-François Copé e François Fillon – sull’altro. Il 18 dicembre, nonostante i travagli dovuti alle diverse correnti interne, è riuscito a porre una sorte di armistizio che prende la forma di un programma economico in stato di necessità. Un punto d’accordo per entrambi i contendenti, “una fiamma” per dirla come Copé, a cui ha partecipato con entusiasmo anche il compagno di partito Fillon.Il documento (qui) s’intitola “Misure d’urgenza per raddrizzare la Francia” e parte dalla constatazione di tre indicatori catastrofici, ciò che c’è appunto da raddrizzare: il tasso di disoccupazione (10.9%), il deficit commerciale di 67.2 miliardi di euro e infine il prelievo fiscale, pari al 46.5% del Pil, 9 punti percentuali in più di quello tedesco.

Il documento programmatico a firma UMP
François Fillon e Jean-François Copé

La principale misura di distacco dal “vecchio” UMP guidato da Nicolas Sarkozy è la proposta di uscire dal regime lavorativo delle 35 ore settimanali. Mentre l’ex presidente aveva fatto della defiscalizzazione delle ore supplementari uno dei suoi slogan, il suo stesso partito – ora all’opposizione – propone radicalmente l’uscita da questo sistema, affidando la gestione degli orari lavorativi e degli extra alla concertazione “entreprise par entreprise”, tra imprese, pubbliche e private che siano, riformando quindi il sistema vigente che stabilisce per legge durata e soglia per lo “scatto” delle ore supplementari. Insomma, un invito a lavorare di più (“Travailler Plus” è proprio il titolo del capitolo) lasciando alle imprese la scelta sul numero di ore imponibili, oggi ancora prerogativa di uno stato evidentemente troppo intrusivo agli occhi dei liberisti francesi. Il documento è invece parecchio schivo riguardo alle determinazioni dei salari, che vengono rinviate alle negoziazioni tra le parti sociali con una menzione, tra parentesi, ad una suddivisione dei profitti della produzione, richiamando il modello tedesco.

Per contrastare la  disoccupazione la ricetta proposta dall’UMP è invece una diminuzione dei sussidi a fronte di un implemento nella formazione dei disoccupati adattandoli alle esigenze delle imprese. Detto in parole povere: se sei disoccupato ti togliamo giorno dopo giorno un po’ del tuo sussidio, ma in cambio ti diamo le competenze che le imprese richiedono sul mercato del lavoro. Facile a dirsi ma difficile a farsi, il programma dell’UMP in questo caso non sembra niente male. Peccato che a queste misure si accompagnino un alleggerimento dei controlli fiscali e delle ispezioni sui posti di lavoro delle PME (piccole-medie imprese). Le misure descritte, accompagnate da un alleggerimento della pressione fiscale, sono mirate secondo il programma economico, ad una diminuzione della spesa pubblica, che verrà riportata al 50% del Pil entro cinque anni partendo dal 56.4% attuale.

Un programma simile, tuttavia, creerebbe uno strapotere delle imprese, alle quali, grazie alle liberalizzazioni sopra citate, verrebbero delegate gran parte delle decisioni sul mercato del lavoro. Il tutto quindi stona. Jean Paul Fitoussi, uno dei più influenti economisti francesi, ha recentemente fatto notare come le rivoluzioni conservatrici, basate su deregolamentazione dei mercati e la riduzione del ruolo degli Stati, hanno contribuito ad aumentare le disuguaglianze economiche e sociali, “una delle cause reali maggiori, se non la causa principale, della crisi finanziaria” (Fitoussi, Il teorema del lampione, o come mettere fine alla sofferenza sociale, Einaudi, 2013). Cercare di uscire dalla crisi spingendo nella stessa direzione (deregolamentazione, depotenziamento delle politiche sociali) sembrerebbe un controsenso. Un dettaglio certamente non trascurabile nemmeno nell’affidabile paese della Tour Eiffel, dove oggi il 10% delle famiglie più ricche detiene quasi la metà del patrimonio totale, mentre il 50% meno ricco non ne detiene che il 7%.

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