Umberto I, morte del Re d’Italia

30/07/2014 di Lorenzo

Morte di Umberto I

Il 29 luglio ricorre l’infausto evento -avvenuto nel 1900- dell’assassinio di Re Umberto I presso la Villa Reale di Monza, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, tornato in Italia proprio per colpire colui che aveva ratificato il brutale decreto dello stato d’assedio a Milano nel 1898. Il sovrano si trovava quel giorno a Monza per prendere parte alla serata di chiusura del concorso ginnico organizzato dalla società sportiva “Forti e Liberi”. Egli, secondo il ministro della Real Casa di allora, Emilio Ponzio Vaglia, non era tenuto a presenziare alla serata, ma venne fortemente invitato a partecipare poiché in questa erano presenti atleti provenienti dai territori italiani austroungarici di Trento e Trieste.

Il Re, trovandosi di fronte agli atleti “irredenti” e stringendo loro calorosamente la mano, sussurrò: “Sono lieto di trovarmi tra italiani”, frase questa che non passò affatto inosservata e generò un tumulto di applausi tra i presenti. Quel giorno però, forse per il gran caldo di fine luglio, re Umberto non indossò la consueta cotta di maglia protettiva che usava mettere sotto la camicia. Tra la folla festante che si accingeva ad omaggiare il capo dello stato c’era anche l’attentatore, Gaetano Bresci, accorsi appositamente dagli Stati Uniti d’America. Bresci non era il primo che attentava alla vita del Re, prima di lui avevano tentato invano Passannante e Acciarito. Altri anarchici italiani ebbero invece a che fare con attentati verso personalità di spicco all’estero, come Michele Angiolillo che, nell’agosto del 1897, uccise il presidente del consiglio spagnolo Canovas del Castillo o Antonio Lucchesi che ferì a morte con un pugnale avvelenato l’Imperatrice Sissi, nel 1898.

Umberto IIl regicidio venne studiato a tavolino e deciso a Paterson, nel New Jersey, ove si erano radunati per l’occasione circa 130 anarchici. L’attentatore venne scelto, prima, nella persona di Sperandio Carbone, ma questi non ebbe la forza di compiere tale atto e, per via di un omicidio commesso da lui in quei giorni, si tolse la vita. In sostituzione di Carbone si offrì il trentunenne Gaetano Bresci. Egli, prima di emigrare negli States, aveva preso parte agli scioperi e ai tumulti svoltisi durante gli anni del governo Crispi. Nel 1894, per non finire nelle liste di proscrizione diramate dal governo Crispi contro anarchici e socialisti, decise di fuggire altrove e trovò riparo nel New Jersey, portando con sé l’odio verso le istituzioni del Regno d’Italia e contro la stessa monarchia sabauda.

Nel giugno 1900, il Bresci ritornò nel suo paese natio, nella provincia pratese, e quivi si esercitò a sparare con la rivoltella. Si spostò a Monza solo il 21 luglio, prendendo alloggio in una pensione e girando per la città con la sua macchina fotografica. Un lusso, a quei tempi. Negli stessi giorni i sovrani d’Italia, Umberto e Margherita, si erano recati a Napoli per salutare i militari partenti per la Cina, poiché il governo italiano si era detto favorevole a far partecipare i suoi soldati alla repressione dei Boxers da parte delle potenze europee e quella statunitense. In cambio di ciò l’Italia ottenne, nel 1901, la concessione di parte della città di Tientsin.

Il 29 luglio, il sovrano, salutati ed incitati gli atleti presenti a quella serata, tornò nella sua carrozza insieme ai due generali, il ministro della Real Casa, Ponzio Vallia e Felice Avogadro di Quinto, aiutante di campo del re. I tre partirono in direzione della Villa Reale alle 22 e 30 e, tra le ovazioni della gente e il suono squillante della Marcia Reale, partirono tre – o quattro – colpi di rivoltella verso la persona del Re che, pochi minuti dopo, si accasciò e spirò di fronte ai due generali attoniti. La popolazione lì radunata scorse l’attentatore e tentò di linciarlo, questi venne tratto in salvo dal maresciallo dei Carabinieri, Giuseppe Braggi, che lo trasse dai pugni e dai calci sferrati dalla gente e lo tradusse nella Regia Caserma monzese. Fuori dalla caserma la popolazione indemoniata gridava a l’unisono: “a morte l’attentatore”.

“Ero vicino alla carrozza – racconta alla stampa il testimone Giuseppe Buggioli – il Re era in piedi, stava sedendosi, quando il primo colpo lo ferì nella parte posteriore del collo; il Re si voltò istintivamente, e fu colpito al petto da altri due colpi, alla regione cardiaca. Accasciandosi, rivolto al cocchiere ordinò Avanti, Avanti”. La notizia dell’assassinio venne telegrafata al giovane principe di Napoli, Vittorio Emanuele, quando questi era in crociera nel Mediterraneo con la moglie Elena. La morte del sovrano li colse alla sprovvista e costrinse i due al rientro, suscitando, oltre allo terribile sconforto, anche qualche paura nel giovane erede, le cui aspirazioni alla successione non erano certo una priorità.

Nel frattempo, il presidente del consiglio, Giuseppe Saracco, rientrando in tarda sera nella sua casa di via Nazionale a Roma dopo una lunga passeggiata per prendere un po’ d’aria fresca, venne letteralmente braccato dal suo portiere che ansioso gli diede la notizia dell’accaduto. Il colpo, ci raccontano, fu così tremendo che l’ottuagenario Presidente del Consiglio barcollò e dovette essere messo di peso su di una carrozza per dirigersi in fretta e furia al Viminale. La mattina dopo, egli parti per Monza ove, seguendo i dettami dello Statuto Fondamentale del Regno, avvisò la regina Margherita che, in caso di mancato arrivo del nuovo Re entro quarantotto ore, il parlamento avrebbe formalizzato la reggenza di Margherita.

L’omicidio suscitò in tutto il paese ondate di deplorazione e timore, tanto da indurre gli stessi anarchici e socialisti a prendere le distanze dal gesto del Bresci. Lo stesso Filippo Turati, che di professione faceva l’avvocato, si rifiutò nettamente di difendere il regicida durante il processo. Il nove agosto la salma venne tradotta a Roma, dove si svolsero le esequie solenni e religiose. Giunse quindi a Termini alle 18 e 30, e da lì partì il corteo che la accompagnò sino al Pantheon, dove venne tumulata. Nonostante la solennità, davanti al palazzo della Banca d’Italia, si alzò un’ondata di panico fra i partecipanti che fuggirono nelle vie laterali di Via Nazionale al grido di “gli anarchici, gli anarchici”. Il principe Nicola del Montenegro, intimorito, si getto a capofitto sul giovane re Vittorio Emanuele III, coprendolo e rendendolo imprendibile. I corazzieri tirarono fuori le loro sciabole e i soldati misero la baionetta sui loro fucili. Subito dopo si venne a sapere che gli anarchici non centravano nulla, ma, dalle cronache, emerse che un mulo degli Alpini, imbizzarrito, aveva strappato la cavezza di mano al suo conducente. Ma tale fu il terrore che, durante quegli attimi, ci scapparono un morto e quaranta feriti durante il fuggi fuggi generale.

Morte Umberto IIl 29 di agosto, Gaetano Bresci venne condannato all’ergastolo dal Tribunale di Milano, in quanto la pena di morte era stata abolita – tranne che per alcuni reati militari – dal nuovo Codice penale zanardelliano del 1889. Si spense, un anno più tardi, durante la sua detenzione presso il carcere militare dell’Isola di Santo Stefano, ove venne ritrovato impiccato nella sua cella di isolamento. La morte di Umberto ebbe in Italia come all’estero vasta risonanza. In quel momento di difficoltà sia economica che politica si constatò quanto grande e radicato era il sentimento monarchico nella nostra penisola.

In quei giorni, a parte qualche nota individuale, tutti, dal paese più piccolo alla città più grande, si strinsero attorno alla figura del sovrano e a quella del suo giovane figlio che, da lì a pochi anni, attuerà la svolta liberale, portando fuori l’Italia dalla c.d. Crisi di fine secolo, con la nomina del primo gabinetto di sinistra-liberale guidato dal duo Zanardelli-Giolitti. Un ministero, questo, che darà il via alla lunga età giolittiana. Emblematiche furono le parole del sovrano nel giorno della sua investitura a Capo dello Stato, pronunciate dinnanzi alle due Camere riunite, volte a delineare la sua idea di riconciliazione nazionale: “Monarchia e Parlamento procederanno solidali in quest’opera salutare”.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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