Umberto Eco, un ricordo

20/02/2016 di Davide Del Gusto

Ci sono personaggi che per raggiunti meriti di iconicità sembrano essere diventati eterni e inimitabili, scolpiti da sempre nell'immaginario collettivo e, a seconda delle tendenze, punti di riferimento per l’opinione pubblica.

Umberto Eco

Roma,  4 giugno 2015, mattina. Nell’aristocratica loggia del Vignola posta al secondo piano di Palazzo Farnese, a due passi dagli alberi del Lungotevere e dallo scorcio più affascinante e pittoresco della splendida via Giulia, quello della chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte, dell’arco Farnese e di Palazzo Falconieri, si sta svolgendo un breve momento di ristoro tra una relazione e l’altra di un convegno dedicato alla memoria di Jacques Le Goff, organizzato dall’École française e dall’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, al quale sono intervenute alcune tra le menti più brillanti e autorevoli della medievistica internazionale, nonché molti collaboratori del grande storico francese.

Così, tra un caffè e l’altro, sconfortato dalla mia proverbiale incapacità tecnologica, mi allontano momentaneamente dalla vista spettacolare della Roma più bella per sedermi su un divanetto e armeggiare con il cellulare, cercando invano di trovare un barlume di connessione alla rete. Pochi minuti dopo, tra le mie maledizioni alle moderne diavolerie digitali, una voce anziana e al contempo grave e cortese mi chiede di potersi accomodare accanto a me per poter bere un caffè in relativa tranquillità. “Ci mancherebbe, Professore!” rispondo con un tono tra il sorpreso e l’inebetito, “Ne approfitto anzi per farle i complimenti per la sua relazione di stamattina”.

Appoggiato così il bastone a una poltroncina e finito di sorseggiare dal proprio bicchierino, Umberto Eco viene subito assediato da alcune persone come una celebrità, rispondendo appassionatamente e con pazienza ai loro quesiti mentre riprende in bocca il cigarillo che aveva tenuto fino ad allora nascosto nel taschino della giacca. È inutile: non riesco ad allontanarmi, tremendamente affascinato dall’erudita favella dell’accademico che nel frattempo discetta con un’elegante signora di Tommaso d’Aquino. È quasi ora di rientrare in sala per la seconda sessione della mattinata, ma il professore si trattiene ancora un po’ nella loggia farnesiana per fornire con piacere ai pellegrini l’atteso responso, quando tutt’a un tratto si volta verso di me e, sorridendo, mi sussurra: “Lei è giovane! Non cada mai nell’errore di prendere gli anziani come degli oracoli infallibili!”.

Ancora oggi mi domando come, subito dopo, sia potuta iniziare una delle conversazioni più interessanti che abbia mai avuto in vita mia: Medioevo, semiotica, linguaggio del potere, Normanni d’Italia e d’Inghilterra, l’arazzo di Bayeux e Il nome della rosa, il vero, il falso e il falsificabile, Il pendolo di Foucault e il San Luigi di Le Goff, una catena di argomenti senza soluzione di continuità per i quali, in cinque minuti (o forse dieci? o quindici?), quell’anziano professore che mi ha catturato sin dall’adolescenza con i suoi romanzi e con i suoi saggi non disdegna di perdersi in una piacevole chiacchierata con uno sconosciuto studente universitario.

Avezzano, 20 febbraio 2016, notte. Sto scrivendo al computer e contemporaneamente sto cercando di riorganizzare un mare burrascoso di appunti e fotocopie, tutti i sofferti tagli che ho dovuto fare ad una tesi di laurea già troppo corposa, fino a quando non decido di riemergere da quel Maelström cartaceo e di aprire la home page di Facebook. Una notizia comincia a rimbalzare da un link all’altro: è morto Umberto Eco. Incredulità e sconforto.

Ci sono personaggi che per raggiunti meriti di iconicità sembrano essere diventati eterni e inimitabili, scolpiti da sempre nell’immaginario collettivo e, a seconda delle tendenze, punti di riferimento più o meno positivi per l’opinione pubblica. Oggi si può dire, allora, che il semiologo, linguista, filosofo, medievista, massmediologo e scrittore alessandrino di nascita e bolognese di adozione (accademica) sia rientrato a pieno titolo in questa categoria nel corso dei suoi 84 anni di vita, peraltro compiuti da poco più di un mese. Nelle prossime ore, nei prossimi giorni innumerevoli parole verranno utilizzate per ringraziare, ricordare, elogiare, criticare, osannare o, addirittura, cercare di superare Umberto Eco. Quel che è certo è che con la sua morte si è formato all’istante un vuoto enorme e forse incolmabile nel mondo della cultura italiana, europea e occidentale. Intellettuale instancabile, curioso e politicamente attivo, docente universitario rispettato in patria come all’estero, appassionato lettore di Dylan Dog e studioso tanto di Mike Bongiorno e dell’ecumene catodica che di Borges, della sua biblioteca di Babele e dell’arte della finzione, lettore vorace, romanziere dallo stile forbito, complesso e umoristico e chissà quante altre cose ancora. C’è chi lo ha visto come un genio indiscusso e chi lo ha osteggiato riconoscendo in lui il baluardo di un’élite culturale autoreferenziale e sterile, legata al mero sfoggio della propria pomposa erudizione: apocalittici e integrati che non hanno fatto altro che alimentare il mito di Umberto Eco.

Senza comunque eccedere nello sfoggio di una qualche retorica particolarmente affastellata di barocchismi e avendo fatto tesoro non solo dei suoi scritti ma anche di quella breve, intensa e indimenticabile conversazione, desidero rendere il dovuto omaggio ad una figura che, specialmente nella vacuità di cui sembra essere irrimediabilmente intrisa la nostra contemporaneità, non ha avuto difficoltà a giganteggiare per anni su molte altre riunendo in sé, come il buon Guglielmo da Baskerville, la doppia natura della guida autorevole e dell’affabilità paterna del magister, con tutti i pregi e i difetti del caso.

 

«Quindi non avete una sola risposta alle vostre domande?»

«Adso, se l’avessi insegnerei teologia a Parigi.»

«A Parigi hanno sempre la risposta vera?»

«Mai,» disse Guglielmo, «ma sono molto sicuri dei loro errori.»

«E voi,» dissi con infantile impertinenza, «non commettete mai errori?»

«Spesso,» rispose. «Ma invece di concepirne uno solo ne immagino molti, così non divento schiavo di nessuno.»

 

Grazie di tutto, Professore, e buon viaggio.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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