Uber, dall’India all’Italia: polemiche e pubblicità

24/04/2015 di Enrico Casadei

Uber continua a fare scalpore in tutto il mondo e spesso le voci sono critiche, ma si sa “buona o cattiva pubblicità, sempre pubblicità”

Uber

Le ultime novità sono trasversali, dall’India all’Italia il servizio taxi alternativo si sta attirando parecchia pubblicità. Per quanto riguarda il subcontinente le polemiche sono state innescate non dalla competizione con i tassisti, quanto da un incremento del biglietto del 5-7%, secondo quanto comunicato dalla società in una email ai consumatori. Fa discutere anche la dichiarazione del principale competitor, Ola, che fa capo a Ani Technologies Pvt. La compagnia infatti afferma di pagare quei costi dal 2011, anno in cui ha iniziato le attività.

Gli indiani, in ogni caso, non sono affatto contenti del rincaro dei prezzi. D’altronde non lo sarebbero stati neanche gli italiani. La compagnia più famosa al mondo  ha spiegato che l’incremento serve a coprire le nuove imposte del settore, varate dal governo per ribilanciare la situazione con i servizi di taxi tradizionale.

A febbraio, il nuovo progetto di bilancio nazionale ha imposto infatti la tassazione anche alle cosiddette “aggregators” cioè compagnie che utilizzano la tecnologia per connettere utenti tra loro. Definizione che sembra essere scritta precipuamente per Uber. L’app della società guidata da Travis Kalanick connette chi cerca un passaggio con chi offre un passaggio. Le nuove regole sono entrate in vigore da aprile. L’unico servizio Uber non colpito dalla nuova tassa è quello basato sul servizio rickshaw, il trasporto su tre ruote. Tra l’altro, Uber fa pagare in modo differente in ognuna delle undici città indiane in cui opera. In New Delhi, per esempio, i viaggio su UberBlack, il servizio certamente più costoso, comportano una spesa di minimo 125 rupie cioè 2 dollari.

Una polemica che arriva dopo lo scandalo di dicembre, si sono  un guidato di Uber è stato accusato di aver stuprato una passeggera. Il guidatore, attualmente sotto giudizio, si è dichiarato innocente. Come conseguenza sono stati banditi tutti gli “aggregators” senza licenza. E intanto il Ministro federale indiano delle Strade e dei Trasporti ha confermato che il Governo è al lavoro su una bozza per regolare il settore dei servizi taxi basati su app.

Alla fine del mese scorso, forse per rifarsi un’immagine nel Paese, la società di San Francisco ha stretto un accordo commerciale con Bennet Coleman, big dei media indiani dalla televisione all’editoria, per poter utilizzare gli spazi pubblicitari sui canali tradizionali e digitali. Secondo il Wsj, l’accordo vale circa 24 milioni di dollari. D’altronde l’India è il secondo mercato per Uber dopo naturalmente quello domestico. L’intesa che punta a “costruire ed espandere le attività in India”, come spiega la società, ha la valenza della partnership stretta con Baidu, il motore di ricerca cinese che ha integrato nelle sue mappe la possibilità di prenotare le auto Uber.

Sul versante nostrano le critiche riguardano invece principalmente le proteste dei tassisti, l’ultimo martedì scorso, è stato nuovamente il turno di Milano. Incriminato è UberPop. Circa cinquanta taxi hanno infatti sfilato nelle strade meneghine dopo l’ulteriore conferma da parte del tribunale di Milano della liceità del servizio Uber, definito come “esercizio abusivo” da parte dei manifestanti. Il fulcro del dibattito è l’articolo 86 del codice della strada che regola il “servizio di piazza con autovetture con conducente o taxi”. I tribunali, in conflitto non solo con le auto bianche ma anche con i sindaci che sguinzagliano vigili per multare, hanno giudicato UberPop senza alcuna caratteristica tipica del taxi e quindi non abusivo. Intanto l’app californiana nata nel 2009 continua a fatturare numeri in crescita a tripla cifra. Sembra davvero che Uber abbia fatto proprio il famoso adagio e cavalchi l’onda della pubblicità, non importa se a favore o meno.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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