Tutto il male viene per nuocere

11/06/2015 di Nicolò Di Girolamo

Parleremo quest’oggi de ‘L’istituto per la regolazione degli orologi’ dello scrittore turco Ahmet Hamdi Tanpinar, un romanzo la cui forza principale risiede nella bellezza della fotografia che riesce a fare della porzione di storia in cui nasce

Ahmet Hamdi Tanpinar

Memore della lezione di Hemingway (Ma non provate, – chiese Macomber, – un senso di felicità per l’imminenza dell’azione? – Si, – disse Wilson. – è vero. Non ne parlate troppo però. Non bisogna. Non c’è piacere nelle cose se ne si parla troppo.’), sino ad oggi avevo mantenuto le distanze, tuttativa sapevo di non poter resistere a lungo. Oggi approdiamo al territorio cui la rubrica aveva sempre mirato, ovvero alla letteratura del novecento.

Cosa ci può essere di più interessante della voce di grandi scrittori nati in un’epoca che, straziata da tante disgrazie, non è stata altro che il più grande esperimento sociale a cielo aperto? Non è infatti un segreto che le trincee e i campi di concentramento siano stati l’avverarsi – nel loro dramma – del “sogno” impronunciabile di ogni sociologo. La psicanalisi moderna è inoltre nata solo grazie a queste e simili agghiaccianti esperienze. Ma se per leggere un saggio di Freud bisogna avere una folta pelliccia sullo stomaco ed essersi svegliati di ottimo umore, quello che sorprende della grande letteratura di questo periodo è la leggerezza, la profonda umanità, la densa coltre di passioni di cui sono composti, in diversa misura, tutti i suoi capolavori.

Può sembrare un controsenso, ma l’umanità esprime il meglio di se stessa nei momenti di maggiore barbarie e difficoltà. Se ormai è chiaro a chiunque che l’evoluzione morfologica della specie viene stimolata e si attua da millenni solo grazie alla crudeltà della selezione naturale, non è ancora del tutto chiaro ai più che lo stesso meccanismo si applica all’evoluzione del pensiero umano, dove vi è maggiore sofferenza, maggiormente limpido è il pensiero.

Se si concede il paragonare l’esistenza ad un gioco si troverà sorprendentemente calzante questo piccolo monologo tratto dalla piacevole commedia di Ridley Scott, ‘Un’ottima annata’:

Un uomo dovrebbe riconoscere le sue sconfitte garbatamente così come festeggia le sue vittorie, Max. Col tempo vedrai che un uomo non impara niente quando vince. Perdere invece può condurre a grande saggezza. Il nocciolo della quale poi è quanto sia più gradevole vincere. È inevitabile perdere di tanto in tanto… il trucco è che non diventi un’abitudine.

Il gusto dolce e delicato di questo consiglio paterno ricorda i sentimenti che si provano durante la lettura di questi romanzi, i quali infatti contengono una preziosa lezione per l’umanità che non abbiamo ancora compreso, ovvero, in poche parole, che ‘tutto il male viene per nuocere’. Il Male viene per nuocere poiché possiede una volontà che ci trascende. È importante comprendere che il Male non odia l’uomo ma semplicemente lo disprezza. Come la Natura di Leopardi, ignora persino l’esistenza dell’umanità e di conseguenza non mira a sterminarla come il Bene al contrario mira a perpetrarla. Per questo nelle azioni maligne c’è largo spazio per germogli di conseguenze positive.

Anna Harendt nel suo libro bestseller La banalità del male, propone un altro punto di vista con le medesime conclusioni. Il vero dono dell’uomo in definitiva, ciò che lo rende davvero uomo, è saper riconoscere se stesso anche nei momenti più duri senza mai perdere la propria identità.

La mia opinione è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”… solo il bene ha profondità e può essere integrale.’

La piccola gemma di questo secolo di cui parleremo quest’oggi è L’istituto per la regolazione degli orologi dello scrittore turco Ahmet Hamdi Tanpinar (1901-1962). In una notevole introduzione al testo, il giovane scrittore italiano Andrea Bajani racconta in breve come questo romanzo sia potuto capitare tra le mie mani: L’istituto per la regolazione degli orologi stava buttato nella fossa comune dell’Oblio, e complici una casa editrice (l’Einaudi) e uno sponsor illustre (il nobel per la letteratura Orhan Pamuk) eccolo che ricomincia a camminare sulle sue gambe.

Un po’ perché vale davvero la pena leggerlo, un po’ perché non è semplice, non parlerò molto del contenuto di questo libro. Oltretutto la sua conformazione si presta assai poco alla sintesi. Il contenuto non è organizzato o distribuito uniformemente e gli argomenti sono talmente tanti e vasti che si farebbe un grave torto al libro cercando di elencarli tutti. In breve si tratta delle memorie di un curioso personaggio, tale Hayri Ardal che, all’indomani della chiusura dell’Istituto nel quale aveva investito ogni sforzo e ogni speranza della propria vita, decide di raccontarne le vicende.

Così, d’un tratto la storia e i racconti cominciano a riversarsi sulle pagine, seguendo più fili, attraversando decadi intere e andando a toccare i più svariati argomenti con delicatezza e superficialità. In questo modo, quasi senza volerlo, descrive magnificamente Istanbul e la Turchia e tutta un’epoca che è stata più globale di quanto immaginiamo, fin dagli albori. È un romanzo divertente, viene definito comico-satirico per le frecciate continue alle complicatissime e paradossali burocrazie statali al suo interno, ma la sua forza principale risiede nella bellezza della fotografia che riesce a fare della porzione di storia in cui nasce.

Il sapore di questo libro è un po’ quello che si assapora nel film ‘Grand Budapest Hotel’ di Wes Anderson. Un susseguirsi di folli vicende accavallate le une sulle altre, al suono di una musica delicata e spensierata mentre si sente un’eco distante di malinconia e dolore incombente, simile al brontolio lontano d’un tuono durante una festa estiva.

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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