Tutte le vie portano a Grillo? Se Renzi rischia la debacle

04/05/2014 di Andrea Viscardi

Febbraio. Matteo Renzi si era appena insediato a Palazzo Chigi e noi, come moltissimi altri media, esprimevano qualche perplessità sulla scelta del “golpe”. Sarebbe forse servita a mettere una pezza al disastro – in termini elettorali – di Enrico Letta in vista delle Europee, ma difficilmente avrebbe presentato al sindaco di Firenze una forza di Governo capace di incidere veramente. D’altronde, almeno metà dei parlamentari del PD era e continuava ad essere di area bersaniana, lettiana o dalemiana. Non proprio una situazione idilliaca.

Un inizio tra i dubbi. Dopo la presentazione del programma – più simile ad uno spot televisivo ma efficace – di “una riforma al mese”, i dubbi sono aumentati. Non tanto perché non vi sarebbe stato lo spazio, quantomeno, per presentare un testo a scadenza mensile, ma perchè, salito al potere, Matteo Renzi dimostrava di aver affrontato solo minimamente, nei mesi passati, le questioni che oggi vorrebbe riformare. Tralasciando la legge elettorale, appariva evidente, tra febbraio e marzo, che Jobs Act fosse una sigla – magari con qualche idea – ma senza contenuti sostanziali, così come che, a livello di riforme e di provvedimenti per rilanciare l’economia, gli slogan continuavano ad essere molti, i fatti e le idee di meno.

Senato e bicameralismo. Diverso il discorso – dal punto di vista di chi scrive – per quanto riguarda la riforma del Senato in essere. Ad oggi, il problema principale, non è stata tanto la mancanza di una visione organica del piano di riforma – concreta, pur con qualche difetto – quanto l’opposizione stessa di una parte del Partito. Insomma, tra mediazioni politiche, oppositori interni e mancanza di una pianificazione precisa, i primi mesi di Matteo Renzi sembrano essere ricordati soprattutto per le slide in stile spot LIDL che illustravano i programmi del Governo e per qualche uscita propagandistica ma ad impatto zero, quale la decisione di mettere all’asta una manciata di auto blu. Anche per colpa di un PD incapace di fare quadrato intorno al proprio leader, votato e riconosciuto da tutti tranne che dal quadro dirigenziale.

Matteo Renzi80 euro? Coperture bocciate. L’altro colpo – sicuramente propaganditsico, ma che rappresenta comunque un aiuto concreto per le famiglie italiane – è quello degli 80 euro. I quali, però, come hanno affermato i tecnici dello Stato, sarebbero privi di coperture realistiche. Per dirla con termini societari, l’equipe del Premier avrebbe pompato i conti, sovrastimando entrate e coperture possibili. Per non parlare dell’aumento della tassazione riguardante la rivalutazione delle quote, detenute dalle banche, di Bankitalia: un provvedimento così repentino priverebbe il destinatario del provvedimento di quel preavviso necessario per considerare la norma costituzionalmente adeguata. Insomma, senza entrare nei tecnicismi più noiosi, chi accusava Renzi di aver fatto un atto di propaganda elettorale completamente privo di coperture e improlungabile nel 2015 dovrà ricredersi: le coperture mancherebbero anche per gli ultimi otto mesi di quest’anno.

Risultati e consenso. I tempi per la riforma del Senato vanno probabilmente a collocarsi in una fase avanzata del 2015: difficile pensare che vi siano i numeri per approvare il provvedimento con una maggioranza assoluta che permetterebbe di evitare il referendum – anche perchè NCD ha espresso la volontà di passare comunque per il parere popolare. Resta da comprendere quanto resterà dell’idea originale, quella proposta da Renzi. Il premier si è dato tempo sino al 10 giugno, ma per ricucire le divisioni il testo sarà stato vittima dei giochi politici del caso e, se modificato in modo incisivo, questo sarebbe un peccato. Perché a volerla dire tutta, ha ragione Berlusconi quando afferma che la migliore riforma di cui si è discusso sino ad ora è quella proposta proprio per il sistema bicamerale nostrano. La questione dei tempi, in termini elettorali, è però fondamentale. Così, con una legge elettorale impantanata, una riforma del lavoro che vede i sindacati sul piede di battaglia, ed una serie di promesse – come i tre miliardi per l’istruzione e il rinnovamento degli istituti italiani – smentite o non mantenute, il semestre europeo potrebbe coincidere con un declino vertiginoso della fiducia nell’attuale premier.

Se si concludesse in un fallimento… Nel mentre, Forza Italia e il centro-destra non sembrano minimamente in grado di riorganizzarsi e il Movimento 5 Stelle è l’unico vero vincitore dell’attuale situazione politica. Contando anche sui consensi rastrellati grazie ad un Europa che – a prescindere dal discorso in atto – se continuerà su questa strada, rappresenta il primo, grande rischio per le democrazie europee e la politica tradizionale, e che favorirà, nei prossimi anni, un aumento ancora più vertiginoso dei movimenti populisti/estremisti in tutte le capitali dell’Unione, accompagnati da un declino dei favori per la politica tradizionale. Grillo può urlare, sbraitare, potrebbe anche insultare il Papa, ma i suoi consensi, stante così le cose, potrebbero aumentare inderogabilmente, a meno che Matteo Renzi non dia un’accellerata significativa. Difficile che possa riscontrare una vittoria alle Europee – il divario è ancora troppo alto per essere annullato in meno di un mese – ma se l’avventura di Renzi dovesse concludersi con un fallimento, allora, il rischio per centro-destra e centro-sinistra è quello di ritrovarsi con una bandiera pentastellata a svettare su Palazzo Madama. Anche per questo, allora, le forze politiche tradizionali eviteranno di arrivare al punto di rottura con il Premier, e cercheranno, nel caso, di concentrare i propri elettori contro il M5s. Grillo, sulla riforma elettorale, ha forse più di una ragione: il rallentamento è dovuto anche dalla paura che, tra poco più di sei mesi, il centro-sinistra possa trovarsi in ballottaggio con il Movimento 5 Stelle.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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