Tutta l’umanità dell’ISIS – La legge del terrore: vivere in Siria oggi

15/11/2014 di Andrea Viscardi

Il 14 novembre l'International Commission of Inquiry on the Syrian Arab Republic ha pubblicato il report "Rule of Terror: living under ISIS in Syria". Tra violenze, esecuzioni e terrorismo psicologico, cosa significa vivere, oggi, sotto il Califfato

La legge del terrore: vivere in siria sotto l'ISIS

Nessuno scampa alla furia dell’ISIS. I diritti e le libertà fondamentali sono state annientate. Matrimoni, eventi musicali, spettacoli teatrali – ma anche le cerimonie tradizionali – banditi e perseguitati. La personale interpretazione del Corano del Califfato è stata imposta su tutti ed i bambini – più semplici da indottrinare rispetto alla popolazione adulta – trasformati in anacronistici agenti della Gestapo, atti a sorvegliare sulla fedeltà di amici e parenti rispetto alle regole imposte.

Le minoranze sono state perseguitate, sterminate, cacciate e costrette a fuggire, a convertirsi con la forza o a pagare una Jizya inarrivabile. Le loro case distrutte o riassegnate a militanti e fedeli del Califfato, i simboli religiosi, patrimoni dell’umanità risalenti anche alla seconda metà del primo millennio – in violazione di qualsivoglia regola di diritto di guerra – bombardati e rasi al suolo.

Il report dell’International Commission of Inquiry on the Syrian Arab Republic è chiaro, l’ISIS ha fatto e continua a fare uso di violenze pubbliche e di azioni di indottrinamento forzate per garantirsi la sottomissione delle comunità cadute sotto il loro controllo, per mostrare la propria forza e distruggere – letteralmente – ogni seme di opposizione, oltre che per attrarre reclute da mandare al fronte. Giornalisti, minoranze, attivisti e, soprattutto medici: oltre 600 mila persone nei governatoriati di Dayr Az-Zawr e Ar-Raqqah da circa sei mesi sono state private del supporto internazionale, e l’approvvigionamento di cibo e medicine si è interrotto.

“Dissi alle guardie che mio cugino era stato imprigionato solamente perché aveva detto qualcosa che ISIS considerava blasfemo. Dissi che ciò era ingiusto, e che dovrebbe essere Dio ad emettere la proria sentenza. Questo fece infuriare le guardie. Mi spinsero violentemente, mi costrinsero a terra e mi picchiarono. Fui frustato 400 volte, e imprigionato per diverse settimane” – Intervistato da Aleppo

La strategia di ISIS contro la società civile. Il Califfato, nella sua strategia di controllo e affermazione, ha affidato un doppio ruolo alle sempre più diffuse esecuzioni e amputazioni perpetuate nei villaggi e nelle città, soprattutto nel nord-est della Siria. Da una parte, utilizzando la pratica della takfir come scusante, l’ISIS è libera di accusare di eresia qualsivoglia soggetto o gruppo sociale che percepisce come minaccia. Chi è vittima di tale accuse viene torturato, picchiato, e quindi ucciso nelle piazze, pubblicamente, mentre la popolazione è obbligata dalla polizia, Al-Hisbah, ad assistere all’esecuzione. I corpi esamini degli uomini ma anche dei ragazzi vengono quindi lasciati appesi nelle piazze e nelle vie come tetri moniti capaci di dissuadere gli abitanti dall’opporsi in qualunque modo al Califfato. Non meno cruente il destino di chi viene colto a rubare o, più semplicemente a fumare: nessuna esecuzione, certo, ma altrettanto cruenti pubbliche amputazioni di mani o falangi.

Spesso, tra i soggetti più perseguitati sono inclusi attivisti e, soprattutto, giornalisti siriani, rei di non aver dato visibilità e seguito al gruppo estremista. Molti, in questi ultimi dodici mesi, sono semplicemente scomparsi, altri sono stati uccisi, altri ancora rinchiusi nelle scuole, negli ospedali e nelle case, trasformate oramai in vere e proprie prigioni, descritte dai pochi fortunati che sono riusciti a fuggire come dei veri e propri incubi, in cui i detenuti sono torturati e lasciati a marcire in condizioni disumane.

“Le mani delle vittime erano state legate alle due estremità dell’improvvisata croce. Mi sono avvicinato per leggere il cartello, sul primo vi era scritto: – Questo è il destino di quelli che ci combattono – .”

Donne e ISIS, un rapporto “difficile”. Considerate come sottomesse all’uomo, confinate nelle loro case ed estromesse dalla vita pubblica, obbligate a sottostare alle regole del Califfato rispetto ai propri abiti e alle proprie interazioni sociali, le donne sono tra le principali vittime della follia estremista di ISIS. Chi sgarra, è punibile con la fustigazione. Se la situazione si limitasse a questo, però, potremmo quasi tirare un – relativo – sospiro di sollievo.

La realtà è ben diversa. Comuni sono stati i casi di pubbliche esecuzioni e linciaggi di donne per essere entrate in contatto “non autorizzato” con esponenti maschili. Si sprecano i casi di ragazze tredicenni – considerate però oramai in età di matrimonio dal Califfato – strappate alle proprie famiglie, violentate,  stuprate e costrette a sposare i guerriglierli. Destino, quello delle violenze sessuali, comune alla maggioranza delle donne che abitavano nei villaggi e nelle città attaccate dalle milize del Califfato: un esempio terribile è quello di agosto, quando centinaia di donne e ragazze Yazidi – una delle comunità più perseguitate – sono state “sequestrate”, hanno subito violenze, e poi sono state redistribuite tra i guerriglieri o inviate come bottino di guerra verso Ar-Raqqah, dove sono state vendute a privati o tenute come schiave sessuali nei rifugi dell’ISIS.

“Dopo la cattura, le donne Yazidi e i bambini erano divisi secondo la Sharia tra i combattenti … chi aveva partecipato alle operazioni a Sinjar, dopo, un quinto degli schiavi era trasferito alle autorità dell’ISIS per essere diviso come trofeo di guerra.”  – DABIQ (Pubblicazione dell’ISIS)

Le violenze e le esecuzioni di bambini e ragazzi. Alla furia del Califfato non possono sfuggire neanche i meno consapevoli di ciò che avviene intorno a loro. Vengono decapitati, o fucilati per essere affiliati ad altri gruppi di guerriglieri. Di fronte, il proprio boia: un altro ragazzo, sotto i 18 anni, membro dell’ISIS. Ma più ancora delle esecuzioni, è la situazione dei giovani in generale ad essere critica: le scuole sono state trasformate in centri d’indottrinamento, spesso i ragazzi sono costretti ad assistere video nei quali vengono mostrate esecuzioni di massa di militari governativi. Ma i bambini sono anche obbligati a seguire un addestramento armato. Solo ad Tabqa più di 350, tra i 5 e i 16 anni, sono stati addestrati e reclutati tra le milizie, e ancora più drammatica è la testimonianza che riguarda 153 bambini curdi, tra i 14 e i 16 anni, rapiti e rinchiusi in una scuola di Minbij, costretti ad un indottrinamento forzato per circa cinque mesi, picchiati alla minima opposizione.

“Le persone trovate a mangiare durante il Ramadan erano fustigate nelle strade. Dei militanti hanno avvicinato un bambino di 14 anni dopo averlo visto bere dell’acqua, l’hanno condotto al centro della strada, tra la folla, dove hanno annunciato il suo crimine e l’hanno punito con 79 frustate.” – Intervista ad un testimone da Ar-Raqqah.

Quello che le Nazioni Unite ci hanno consegnato pochi giorni fa è un quadro drammatico, ed il riassunto è solo sommario. L’intero testo è consultabile qui. Un quadro capace di rafforzare un interrogativo tanto semplice: il Mondo intero può davvero restare a guardare, e limitarsi a qualche bombardamento aereo?

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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