Turchia, tra elezioni e incertezza

29/08/2015 di Michele Pentorieri

Erdogan, dopo aver riaperto la guerra al PKK, ha convocato nuove elezioni dopo lo stallo dell'ultima tornata. La sua strategia, però, non sembra funzionare al meglio

Erdogan, Turchia

Il prossimo 1 Novembre la Turchia tornerà al voto. Il Presidente Erdoğan lo ha annunciato lo scorso 21 Agosto, assegnando al Primo Ministro Ahmet Davutoglu l’onere di formare un governo ad interim. In base alla costituzione turca, questo sarà formato da tutti i partiti presenti in Parlamento. Le elezioni daranno modo alla Turchia di uscire –si spera- dall’impasse politica che si trascina da più di due mesi.

In realtà, la mossa di Erdoğan non è una grande sorpresa. Dal momento successivo a quello in cui ha preso coscienza dei risultati elettorali dello scorso 7 Giugno, i suoi sforzi si sono concentrati esclusivamente sul ritorno dei turchi al voto, in particolare sulla tempistica e sulle modalità. Le suddette elezioni di Giugno, infatti, hanno rappresentato per Erdoğan una cocente delusione. Il suo fedele alleato Davutoglu, messo a capo dell’AKP con l’intento di far conquistare al partito una maggioranza schiacciante in Parlamento, non è riuscito nell’impresa. Il disegno del Presidente turco era quello di sfruttare l’ipotetica maggioranza assoluta conquistata in Parlamento dal suo partito per far approvare una storica riforma in senso presidenzialista, accentrando così il potere politico su di sé. E invece, ha dovuto fare i conti con l’exploit dell’HDP –partito curdo di Selahattin Demirtaş- che ha raggiunto il 13%, ma anche con una discreta emorragia di voti tradizionalmente riservati all’AKP e riversatisi invece nel partito nazionalista MHP, contribuendo a fargli ottenere il 16% dei consensi.

Lo scenario post-elettorale era per Erdoğan tutt’altro che roseo: un partito filo-curdo che ha abbondantemente superato la soglia di sbarramento utile ad entrare in Parlamento ed un consenso popolare non così ampio da consentire a Davutoglu di portare avanti la riforma presidenziale. Lo stesso Primo Ministro turco ha più volte cercato di formare una coalizione –cercando soprattutto l’alleanza con i nazionalisti dell’MHP- che gli consentisse di governare il Paese, senza riuscirci. Gli avversari politici –su tutti i socialdemocratici del CHP– hanno accusato Erdoğan di aver fatto pressioni affinché tali tentativi fallissero e hanno denunciato l’esclusiva volontà del Presidente di far ritornare i turchi alle urne  sperando che, stavolta, i connazionali accordino al suo partito una maggioranza ben più ampia.

L’obiettivo primario di Erdoğan in vista delle prossime elezioni è quello di attingere a piene mani dal bacino elettorale dell’MHP. In considerazione di ciò si spiega la ripresa in grande stile della guerra ai curdi, dentro e fuori i confini nazionali. Nonostante i proclami di Erdoğan successivi all’attentato di Suruç che propagandavano una Turchia finalmente in prima linea contro lo Stato Islamico, la strategia era quella di alzare il livello dello scontro con il PKK. A torto o a ragione, il partito dei lavoratori curdi ha accusato Erdoğan di aver pianificato a tavolino l’attentato del 20 Luglio scorso –attribuito dai media all’Is- nel quale morirono più di 30 persone, molte delle quali di etnia curda. Ne è seguita una nuova stagione di attentati del partito dei lavoratori curdi ed una risposta “muscolare” dell’AKP, desideroso di accreditarsi per l’ennesima volta come unico vero garante dell’ordine sociale in Turchia.

L’unica cosa certa, al di là delle accuse reciproche delle due parti, è che lo scenario attuale giova non poco alla strategia elettorale di Erdoğan, desideroso di riguadagnare la fiducia della fetta più intransigente dell’elettorato turco, che il 7 Giugno gli ha preferito l’MHP. Certo, considerati tutti gli elementi in gioco ed il corso degli eventi, risulta difficile credere che Erdoğan si sia mosso concretamente per evitare un’escalation tra le parti e la deriva alla quale si assiste in questi giorni.

Il giochino di Erdoğan era stato comunque già smascherato da Obama che, in un’intervista di inizio Agosto all’Huffington Post, aveva già espresso i suoi timori che la campagna turca contro l’Is fosse fumo negli occhi per nascondere un’offensiva contro il PKK. Il Presidente degli Stati Uniti ha invitato il suo omologo turco a concentrarsi piuttosto sull’intensificazione dei controlli alla frontiera turco-siriana, attraversata facilmente dai foreign fighters europei desiderosi di unirsi alle milizie di al-Baghdadi.

In ogni caso, sono da registrare due importanti conseguenze della campagna presidenziale. La prima è che, nonostante i massicci attacchi aerei, la capacità militare e la resistenza del PKK non sembrano essersi sensibilmente affievolite. Tuttavia, questa fattispecie non costituisce un particolare grattacapo per Erdoğan, anzi. Al contrario, in base alla sua strategia, è sempre bene avere un avversario forte e pronto a colpire in qualunque momento. Solo così, infatti, può risultare agli occhi dei turchi come un appiglio contro i pericoli della guerriglia curda. La seconda risulta molto più amara e consiste nel fatto che né i nazionalisti né i curdi dell’HDP stanno perdendo consensi ma, soprattutto questi ultimi, sembrano addirittura in ascesa. Non solo: l’AKP, secondo i sondaggi, sembra aver addirittura perso il 2% dei consensi. In sostanza, fra poco più di due mesi Erdoğan potrebbe trovarsi di fronte uno scenario ancora peggiore di quello attuale, con pericolose ripercussioni sulla stabilità interna del Paese e forse dell’intera zona.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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