Turchia: a Gezi Park non è primavera

04/06/2013 di Emanuela Pergolizzi

Non è Tiennamen, non è Tahrir, non è Praga. Si chiama Taksim e la storia, questa volta, è completamente diversa

Turchia in rivolta per il Genki Park

Turchia – Le proteste di Gezi Park, angolo verde nel cuore di Istanbul a pochi passi da piazza Taksim, sono iniziate martedì 28 maggio, con una piccola manifestazione pacifica contro la speculazione edilizia in atto da anni nella città. Ai manifestanti, che impedivano il passaggio delle ruspe per la costruzione di un nuovo maxi-centro commerciale, la polizia turca ha risposto con la violenza, scatenando un’escalation di tensione e scontri durata ormai sei giorni ed estesa a più di 50 città su tutto il territorio turco.

Inizialmente dirette a proteggere gli spazi verdi, le proteste si sono presto trasformate in un forte grido contro la gestione autoritaria del governo, in nome della democrazia, della libertà di stampa, della laicità e dei diritti civili. “Ogni persona, ha il diritto di sentirsi libera nel proprio paese, in ogni accezione” ha dichiarato oggi il Presidente della Repubblica Abdulah Gul, “democrazia non vuol dire solo libere elezioni”. Le parole di Gul centrano in pieno l’insofferenza di un paese che vanta il triste record di giornalisti in carcere e in cui i diritti delle donne, delle minoranze, della magistratura sono stati troppe volte messi in pericolo.

Perché non è primavera – “La Turchia non è ad un passo dalla rivoluzione. Non si tratta di una “primavera turca”. Erdogan non è un dittatore”, commenta il giornalista turco Amberin Zaman. E’ vero, la differenza tra le due piazze – Taksim e Tahrir – è, prima di tutto, nei governi. Erdogan non è un dittatore, è un leader eletto democraticamente – ma dal fare tutt’altro che “democratico”. A chi elogia il potere della piazza, lo stesso primo ministro ha ricordato che il suo futuro non dipende dalle manifestazioni quanto, piuttosto, dalle urne. Eppure il risentimento e lo stupore generato sia tra la popolazione che su scala internazionale hanno danneggiato fortemente l’immagine del Primo Ministro, mettendo forse sotto scacco la corsa presidenziale prevista per il 2014.

In piazza la folla è eterogenea: curdi e nazionalisti, radicali e moderati, appartenenti a partiti diversi, hanno dimenticato i reciproci contrasti, uniti nello slogan più frequente – “Hukumet, istifa”, “governo, dimissioni”! Lontano dalle piazze, tuttavia, esiste un’altra Turchia, la stessa che ha votato in modo continuativo il Partito della Giustizia e dello Sviluppo per un decennio a partire dal 2002, garantendo una maggioranza di seggi tanto al parlamento quanto nelle assemblee locali della maggioranza delle municipalità del paese.

Violenze senza precedenti – Sebbene piazza Taksim abbia un lunghissimo passato di manifestazioni, le proteste di Gezi Park hanno registrato un picco di violenza senza precedenti. Cannoni d’acqua, spry al peperoncino, lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo hanno causato un numero impressionante di feriti e – si dice – diverse vittime, i cui numeri sono ancora tutti da accertare. Il sindaco di Istanbul, Kadir Topbas, ha rilasciato le prime amare ammissioni sugli errori delle forze di polizia. Il primo ministro, che nei primi giorni degli scontri aveva lamentato un’eccessiva leggerezza nei confronti dei manifestanti, ha anche lui riconosciuto la durezza della linea condotta. Nel frattempo, sui social media, circolano le inquietanti voci circa il possibile utilizzo dell’Agente Arancio, defoliante inaugurato dall’esercito statunitense durante la guerra del Vietnam.

Il vergognoso silenzio della stampa – Uno dei punti più salienti e allo stesso tempo preoccupanti delle proteste di Gezi Park, è il silenzio dei media turchi. Questa mattina, al sesto giorno dall’inizio delle proteste, l’ira dei manifestanti è stata diretta proprio al Dogus Grubu, gigantesca holding proprietaria di più di una ventina tra canali televisivi e radio, accusata di aver apertamente ignorato di trasmettere le immagini delle proteste. Forti critiche anche nei confronti della CNN turca, mentre uno dei post più condivisi su Facebook riporta proprio le immagini della CNN inglese, che trasmettono gli scontri, fianco a fianco con la corrispondente turca, in cui – negli stessi minuti – veniva trasmesso un documentario sulla natura. Al silenzio della stampa hanno alzato la voce proprio i social media, scagliandosi contro il governo a colpi di tweet.

Secondo recenti indagini dell’Università di New York, venerdì 31 maggio, in sei ore (tra le 16 e le 24) sarebbero stati inviati ben 2 milioni di tweet agli hastag #direngezi, #occupygezi e #direngeziparki. A fronte di queste notizie appare inquietante una dichiarazione diffusa oggi dalla CNN, secondo la quale la maggiore compagnia di telefonia mobile turca, Turkcell, avrebbe dichiarato di aver ricevuto pressioni dal governo per interrompere le comunicazioni e il flusso di dati nelle zone delle proteste.

Un futuro incerto – Mentre il jet privato del primo ministro si alza in volo per una tournée in Marocco, Algeria e Tunisia, proiettili di gomma e sassi rimangono silenziosi testimoni delle violenze che sembrano lentamente raggiungere la quiete. Rimangono imprevedibili i prossimi eventi. All’annuncio del ritiro della polizia, sabato, aveva seguito un’enorme festa di gioia e danze. Nel vicino quartiere di Besiktas, tuttavia, gli scontri sono continuati per tutta la notte. Il Primo Ministro ha dichiarato di voler ascoltare le richieste dei manifestanti, ma una volta aperto il vaso di Pandora dei conflitti latenti nella società, sarà difficile riportare la Turchia all’ordine.

Nella capacità del governo di tenere conto delle richieste di libertà, democrazia e laicità espresse a Gezi Park dipende non solo il futuro politico di Erdogan ma anche il destino democratico di un’intera nazione.

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nasce a Bologna il 16 novembre 1988. Ha trascorso la sua vita tra Bologna, Istanbul e la Francia. Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Università di Bologna, sta concludendo un corso magistrale binazionale tra l'Università di Torino e Sciences Po Grenoble. Nel dicembre 2012 ha pubblicato un saggio sulla politica estera turca con la casa editrice Emil/Odoya di Bologna (“La politica estera AKP: una sintesi “neo” o “post” ottomana?”). Dal 2013 segue da vicino i negoziati tra il governo turco e il leader curdo Öcalan.
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