Turchia: proseguono gli attacchi alla libertà di stampa

29/01/2016 di Michele Pentorieri

Chiesto l’ergastolo per i due giornalisti anti Erdogan. Ma l’episodio è solo l’ultimo di una lunga serie di minacce e intimidazioni ai danni dell’opposizione al Governo.

Turchia Libertà Parola

Minacce, attacchi mirati alle sedi dei giornali, leggi sempre più restrittive nei confronti della libertà di stampa. Il quadro delineato da Freedom House in riferimento alla Turchia era già nel 2014 a dir poco preoccupante. Il rapporto parlava chiaro: un Paese che sprofondava inesorabilmente verso il baratro della censura, sforando quel punteggio (60) che per l’organizzazione che si occupa di libertà di stampa nel mondo vuol dire “not free”. Già due anni fa le intimidazioni o i veri e propri ostacoli legali che incontravano sul loro cammino quei giornalisti che si occupavano di corruzione e sicurezza nazionale erano notevoli. Tra l’altro, erano proprio alcuni esponenti politici a esporsi in prima persona, attaccando verbalmente quei giornalisti che mettevano in dubbio la bontà dell’operato del partito di governo, l’AKP di Erdogan. Proprio il 2014 è stato un anno cruciale per la libertà di stampa in Turchia. L’autorità per le telecomunicazioni, grazie ad alcuni emendamenti, ha da allora praticamente via libera nel bloccare siti internet indesiderati al Governo, sulla base di un non meglio specificato diritto alla privacy. Inoltre, l’intelligence turca ha acquisito un accesso pressoché illimitato a dati personali senza l’ordinanza di una corte. Nonostante il quadro appena descritto facesse pensare che il fondo fosse stato ormai toccato, la situazione in Turchia è da allora nettamente peggiorata. I due momenti chiave in tale ulteriore peggioramento delle condizioni della stampa turca sono state le elezioni di tre mesi fa e la vicenda di Can Dündar ed Erdem Gul, giornalisti del quotidiano Cumhuriyet ed autori dell’inchiesta riguardante il passaggio di armi dalla Turchia alla Siria – in direzione ribelli islamisti – per i quali il vice procuratore di Istanbul ha chiesto l’ergastolo.

Il clima di censura si è sicuramente acuito alla vigilia delle elezioni, con un Erdogan disposto a tutto pur di vincere con una larga maggioranza che gli consentisse quelle riforme in senso presidenziale tanto auspicate. Le voci che si opponevano all’AKP sono state silenziate, fino ad arrivare alle misure estreme prese nei confronti del giornale e tv d’opposizione Bugün. Nelle sue sedi sono stati condotte delle vere e proprie spedizioni, che hanno portato all’interruzione delle trasmissioni e al licenziamento sommario di tutti coloro che si opponevano al provvedimento. In quell’occasione, anche la Casa Bianca si espose in maniera piuttosto pesante, dichiarandosi seriamente preoccupata per i metodi usati dall’AKP. Il giorno dopo le elezioni, l’OSCE ha rilasciato un rapporto attestante il clima di violenza ai danni dei media che hanno caratterizzato la tornata elettorale. In particolare, si parla esplicitamente di “rapida diminuzione delle fonti d’informazione” e “ restrizioni alla libertà di espressione in generale”.

L’ultimo capitolo della lotta alla stampa dissidente lo sta scrivendo in questi giorni Irfan Fidan, vice procuratore di Istanbul e firmatario dell’ordinanza con cui si chiede l’ergastolo dei due giornalisti sopracitati. L’accusa è di spionaggio, e infatti lo stesso Erdogan non ha mai smentito il contenuto dell’inchiesta di Dündar e Gul, ma li ha “solo” accusati di aver rivelato segreti di Stato. Già dai primi giorni in cui l’inchiesta venne fuori, il Presidente promise ai due autori che gliel’avrebbe fatta pagare cara. Altro particolare rilevante, il fascicolo dell’inchiesta è considerato parte del più ampio processo contro il fantomatico Stato parallelo – capeggiato da Fetullah Gulen – che Erdogan afferma stia tentando di attuare un golpe ai suoi danni. Per tale motivo, i due giornalisti sono addirittura accusati di terrorismo in quanto, appunto, sospettati di far parte di tale disegno.

Come previsto, le critiche ai danni dell’AKP e della magistratura turca non sono tardate ad arrivare. Maja Kocijancic, portavoce dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea Federica Mogherini, ha fatto sapere che l’UE è “molto preoccupata per la richiesta di condanna a vita” dei due giornalisti. Non solo: lo Stato di diritto e la libertà di stampa, ha affermato, sono due capisaldi del processo di accesso della Turchia all’UE ed ha auspicato che il Paese applichi una legislazione in linea con gli standard europei.

L’approccio di Erdogan è piuttosto chiaro, come è chiara la direzione intrapresa dal suo Governo. Guerra senza quartiere ad oppositori e dissidenti unita a misure draconiane ai danni di quella stampa che critica l’operato del Governo. A dover esercitare la difficile parte dell’equilibrista è l’Unione Europea. L’accentuazione di caratteri autoritari vissuta dal Governo Erdogan non è di certo storia di qualche mese fa. Nonostante ciò, il processo di accesso della Turchia all’UE è stato accelerato in occasione dell’ultimo vertice. Bruxelles è costretta dal buonsenso –e dal buongusto- a far sentire la sua voce scagliandosi contro ogni limitazione della libertà di informazione. Tali dichiarazioni non possono però risultare credibili, visti i rapporti sempre più proficui che i due attori stanno intrecciando. In tale ottica, il potere negoziale di Erdogan è enorme e l’impressione è che stia tirando la corda fino alla sua estensione massima. D’altronde, come dimostra il recente accordo, l’Unione Europea sembra reputare la diga turca contro i migranti essenziale alla sua sopravvivenza.

The following two tabs change content below.

Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
blog comments powered by Disqus