Turchia, PKK e curdi. Il punto di svolta?

18/08/2014 di Andrea Viscardi

Mentre molti militanti del PKK si sono uniti alla lotta all'ISIS, Ocalan parla di svolta storica ed Erdogan accellera e legittima il processo di pacificazione

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“In occasione del 30esimo anniversario della nostra lotta (15 agosto 1984), voglio dichiarare che siamo prossimi a storici sviluppi, questa guerra lunga 30 anni sta arrivando, attraverso un importante negoziato democratico, a una conclusione.” Sono state queste le parole di Abdullah Ocalan, storico leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, dal carcere di Imrali: dopo decenni di scontri, si è finalmente arrivati ad una svolta?

Una dichiarazione storica, logica conseguenza di quanto avvenuto alle presidenziali di inizio agosto, quando il primo candidato curdo, Selahattin Demirtas (Partito Democratico del Popolo), ha sfiorato il 10% dei consensi. Questo risultato, impensabile sino a pochi anni fa, è solo la punta di una precisa strategia politica di riappacificazione fortemente voluta dal Presidente Erdogan, che ha visto una forte accelerazione a partire dal 2012. Un percorso, però, non ancora conclusosi e non esente da ostacoli.

ErdoganSin dal 2009 l’Akp di Erdogan aveva avviato una politica di riconciliazione con la minoranza, che rappresenta circa il 18% degli abitanti del paese. Nel 2009 era stata avviata la cosiddetta iniziativa curda, una revisione della legislazione interna turca atta a garantire maggiori diritti ai curdi, accompagnata, inoltre, da una sorta di riconoscimento linguistico – culturale attraverso, ad esempio, la libertà di studiare la lingua e l’inaugurazione di un’emittente televisiva di Stato in curdo. Una road map impegnativa, che il Governo non è riuscito, però, a portare avanti appieno: anche a causa dell’opposizione, più o meno velata, di parte delle forze militari ma, anche e soprattutto, di un potere giudiziario ancora troppo legato ai principi ultranazionalistici del kemalismo più puro. Un esempio fu l’esclusione di alcuni candidati curdi – a causa dei loro precedenti penali – dalle elezioni del 2011, da parte dell’Alta Commissione elettorale. Lo stesso Akp, sostenuto anche dal CHP, riuscì a far ribaltare la decisione, ma non prima che manifestazioni nell’area di maggioranza curda portarono ad alcune vittime.

Oltre all’iniziativa ufficiale, Erdogan diede inizio ad un dialogo incessante con Abdullah Ocalan, non senza polemiche: una volta emerso il filo diretto tra il Premier e quello che è considerato tutt’oggi un terrorista, i kemalisti turchi hanno accusato più volte il governo di non avere il diritto di portare avanti un tale dialogo e, anzi, di compiere un vero e proprio reato. Il 21 marzo 2013, quindi, l’annuncio. Innanzi a 200 mila persone, a Diyarbakir, due esponenti curdi annunciarono una tregua con il Governo Centrale, invitando tutti i militanti del PKK ad abbassare le armi. Era definitivamente tramontata l’idea di uno stato curdo autonomo, a patto, però, che il processo di pacificazione portasse al riconoscimento di diritti culturali, politici e sociali significativi della minoranza curda.

Un processo che però ha rischiato più volte di naufragare. Come detto, in concreto, Erdogan è riuscito a fare ancora troppo poco, non necessariamente per colpe esclusivamente sue, ma per una Turchia che, in molti centri del potere, è ancora legata ai retaggi del passato. Così, a settembre, il dialogo con il PKK ha rischiato di giungere alla fine: in un durissimo comunicato, i militanti accusavano il Governo di aver fatto molte promesse ma pochi passi concreti, annunciando lo stop del ritiro dei militanti armati nel kurdistan iracheno, previsto dagli accordi insiti nella tregua. Il rischio di ripresa del conflitto è stato presumibilmente arginato, nell’immediato, dalla posizione di Ocalan, ormai convinto sostenitore di una riappacificazione democratica, ma anche grazie al nuovo pacchetto di riforme per la democratizzazione promosso poche settimane dopo da Erdogan e dedicato anche alla minoranza turca – come l’abolizione del divieto dell’uso delle lettere q, x e w, risalente ai tempi dell’introduzione dell’alfabeto latino.

Nonostante questa distensione, il processo di riconciliazione aveva subito un brusco rallentamento, per non dire un vero e proprio congelamento, nei mesi successivi. Almeno sino al passo avanti recepito come storico dallo stesso Ocalan: a giugno Erdogan annunciava la presentazione in Parlamento di una legge per istituzionalizzare e legalizzare il dialogo con il PKK, nell’ottica di riprendere con più vigore ed in un quadro pienamente formale la pacificazione. Legge poi approvata il 10 luglio a larga maggioranza. In questa si garantiscono, tra le altre, misure atte a proteggere dalla persecuzione e reintegrare i militanti del PKK che consegneranno le armi e rientreranno in Turchia, nonché la piena immunità ai personaggi chiave del processo di pace. Una mossa che, per quanto portata avanti anche con fini elettorali da Erdogan, è stata considerata un segnale fondamentale. Ora non resta che da attendere gli ulteriori sviluppi, cercando di comprendere, anche, se ed in che modo il ruolo del PKK nel kurdistan iracheno, la lotta all’ISIS i rapporti crescenti tra la regione iraqena e Ankara potranno avere conseguenze positive o negative a riguardo.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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