Turchia, la tensione di un paese alla deriva

21/12/2016 di Sabrina Sergi

Attentati, repressione, PKK, referendum costituzionale e Siria. Sono questi i punti principali di azione di Erdogan, che nei prossimi mesi si gioca tutto.

Erdogan, Turchia

Il 16 dicembre scorso Kemal Kılıçdaroğlu, leader del partito d’opposizione turco CHP, ha rilasciato un’intervista al quotidiano Hürriyet. Il tema, la questione sicurezza in Turchia. Le sue sono state dichiarazioni forti. Erdogan dovrebbe, per il leader d’opposizione, assumersi la responsabilità circa i numerosi attacchi terroristici che si stanno verificando nel Paese. In particolare, fa notare, forse lanciando qualche sospetto, il paradosso di un terrorismo sempre più attivo nel paese, anche in luoghi chiave, come il centro di Istanbul, nonostante l’aumento significativo delle misure di sicurezza dovute allo stato d’emergenza.

Sabato 10 dicembre, un’autobomba è esplosa nel quartiere di Beşiktaş, a Istanbul, uccidendo più di trenta persone. Appena una settimana dopo, è stato il turno della città di Kayseri, nota per la forte presenza di militari, nella quale un’ulteriore autobomba ha causato una quarantina di morti. Entrambi gli attentati sono stati rivendicati da gruppi afferenti al PKK. Il culmine della tensione, comunque, è stato raggiunto lunedì, quando un poliziotto ha ucciso a sangue freddo l’ambasciatore russo ad Ankara.

L’attuale situazione turca è un quadro complessso, che merita di essere analizzato considerando diversi fattori, interni ed esterni. Anzitutto, il clima non certo sereno presente nel paese dal tentativo di golpe e dalla spropositata reazione di Erdogan, ha visto un ulteriore peggioramento a causa della riforma costituzionale, obiettivo di lunga data del Presidente. Infatti, proprio poche ore prima delle esplosioni ad Istanbul, in Parlamento veniva presentato il testo definitivo degli emendamenti alla Costituzione. Esso prevede l’introduzione di un sistema presidenziale, che di fatto permetterebbe ad Erdoğan di concentrare tutti i poteri nelle proprie mani. In particolare, al presidente è attribuito il potere di scioglimento del Parlamento; inoltre la Corte Suprema avrebbe bassi margini di controllo nei suoi confronti. Infine, nel testo è chiaramente specificato che il presidente non sarebbe costretto a dimettersi dalla carica di capo del proprio partito.

Per varare tale riforma, Erdoğan ha bisogno di 330 voti, che può ottenere grazie all’apporto dei nazionalisti dell’MHP, cofirmatari della proposta. La strana alleanza, fortificatasi la scorsa primavera, è un rapporto di comodo. Da un lato, Erdoğan ha bisogno del sostegno parlamentare dell’MHP per realizzare il sogno presidenziale, che potenzialmente gli aprirebbe la possibilità di governare fino al 2029. Dall’altro, i nazionalisti hanno ottenuto la rottura della tregua con il PKK e la radicalizzazione del conflitto con i curdi, da sempre una delle loro priorità. Non a caso a novembre sono stati arrestati dieci parlamentari dell’HDP, il partito che rappresenta la minoranza curda nel Paese, con l’accusa di avere legami con i terroristi.

Se la riforma venisse varata dal Parlamento, dopo sessanta giorni dovrebbe passare al vaglio del voto popolare, tramite referendum. Ad oggi il consenso nei confronti di Erdoğan è ai massimi livelli. Inoltre, gli attentati che si sono susseguiti nelle ultime settimane non hanno fatto altro che rafforzare la sua posizione, esattamente come era già accaduto durante la campagna elettorale prima del ritorno al voto. Basta leggere i commenti a caldo dei cittadini turchi su Twitter, dove molti sostengono che il rafforzamento dell’esecutivo e l’introduzione della pena di morte siano le uniche soluzioni per far sì che quest’ondata di violenza possa essere fermata.

Trasferendoci dalla politica interna a quella estera, invece, le vicende della Turchia si intrecciano con quelle della Siria. L’ambasciatore russo ad Ankara, infatti, è stato ucciso da un poliziotto turco che rivendicava vendetta per le morti di Aleppo. La Turchia, fin dagli esordi della guerra civile siriana, ha cercato di sostenere i ribelli in funzione anti-Assad. Questa politica è stata portata avanti finché l’indebolimento del presidente alawita non è coinciso con il rafforzamento del ramo curdo-siriano (YPG) nel nord del Paese. Inoltre, dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio, la politica estera di Erdoğan ha assunto una posizione amichevole nei confronti dell’ex arcinemico Putin.

Per la giornata del 20 dicembre era stato programmato un meeting che accogliesse le istanze di iraniani, russi e turchi circa le regole per l’evacuazione dei civili ancora intrappolati nella parte est di Aleppo. Alla luce delle vicende relative l’omicidio dell’ambasciatore, in un primo momento si era pensato ad una frattura del rinnovato rapporto d’amicizia tra Erdoğan e Putin. Tuttavia, entrambi sono stati pubblicamente concordi nel ritenere che l’episodio sia stato condotto da “forze oscure” che tentano di incrinare i rapporti tra i due Paesi. In particolare, dal punto di vista dei russi, si tratterebbe di spie occidentali legate alla NATO. I funzionari turchi, invece, hanno dichiarato che con ogni probabilità l’attentatore è legato all’organizzazione di Fetullah Gulen. Il medesimo capro espiatorio che hanno usato in occasione del colpo di stato, ma anche per giustificare i numerosi arresti di giornalisti e intellettuali occorsi nel mese di novembre.

In ogni caso la colpa ricadrebbe su una terza parte vicina all’occidente. Questa è senza dubbio l’ennesima riprova che la Turchia si stia proiettando sempre più verso il panorama mediorientale e asiatico. Gli accordi del 20 dicembre con russi e iraniani, infatti, prevedrebbero il riconoscimento, da parte dei russi, della presenza dei turchi nel nord della Siria in funzione anti-curda, e in particolare nella città di al-Bab. Viceversa, il governo di Ankara garantirebbe il non intervento nelle operazioni russe in corso ad Aleppo, nonostante la sua presenza nella zona con l’Operazione “Scudo dell’Eufrate”.

Tra l’altro, proprio il 19 dicembre scorso, il primo ministro Binali Yıldırım ha dichiarato come, all’interno del governo, si sta discutendo circa l’opportunità di allargare tale operazione al confine con l’Iraq. In particolare, lo scopo sarebbe quello di contrastare il PKK nelle zone di Qandil e Sinjar, ma di fatto l’invio di ulteriori truppe nel nord dell’Iraq andrebbe anche a rinfoltire il contingente turco inviato a Tal Afar in occasione della battaglia di Mosul.

La messa in discussione dei confini in senso espansionista, emersa da alcune dichiarazioni propagandistiche nelle scorse settimane, la rinuncia all’alleanza con l’Occidente, la deriva autoritaria assunta con lo sbaragliamento delle opposizioni, delle minoranze e della stampa e con il tentativo di riforma presidenziale, fanno somigliare la Turchia sempre di più all’Impero Ottomano. Benché il presidente Erdoğan infiammi le folle con discorsi che rievocano il glorioso passato imperiale, dimentica un particolare. Cioè che l’Impero era considerato, prima della dissoluzione, “l’uomo malato d’Europa”. E questo non solo perché le sue abnormi dimensioni lo hanno fatto implodere, ma anche a causa dei numerosi debiti. L’odierna Turchia, che finora ha vissuto un periodo di prosperità economica, si avvicina sempre più verso la crisi. Il già profondo deficit è aggravato dalla sfiducia degli investitori stranieri, spaventati dalla situazione di instabilità nel Paese, e dal calo del settore turistico. Inoltre, il valore della lira crolla giorno dopo giorno ai minimi storici, con un rapporto di 1 a 3,6 con il dollaro. Qualcuno, nel Paese, mormora sottovoce che, qualora nei prossimi mesi la crisi economica andrà a colpire, duramente, i ceti medi, l’esito del referendum non sarà forse così scontato come oggi. L’ultima chiamata per la salvezza del Paese è ancora nelle mani dei cittadini.

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Sabrina Sergi

Laureata magistrale in Scienze della Politica a Lecce, con 110 e lode, ha approfondito i suoi studi di politica internazionale presso l’ISPI di Milano, dove ha frequentato il Master in Diplomacy. Passioni collaterali: scrittura, letteratura e storia.
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