Turchia: per Erdogan grane economiche in vista

27/09/2016 di Alessandro Mauri

La Turchia, dopo il fallito golpe di luglio, è alle prese con difficoltà economiche, acuite dal declassamento del rating da parte di Moody's

In Turchia dopo il fallito golpe e le conseguenti repressioni, a tenere banco è la debolezza dell’economia, come segnalato dal taglio del rating. L’agenzia Moody’s ritiene il debito turco “spazzatura”, mentre il premier Recep Tayyip Erdogan prova a prendere delle contromisure.

Il taglio del rating – Il rating della Turchia era già stato declassato da Standard&Poor in seguito al fallito golpe dello scorso luglio, e in questi giorni anche Moody’s ha provveduto ad un taglio del rating che ha portato i titoli di Stato turchi al livello “junk”. Questo significa che la solvibilità della Turchia è messa in seria discussione da due delle principali agenzie di rating mondiali, mentre Fitch continua a mantenere un livello più elevato. Il downgrade a Ba1 da Baa3 potrebbe avere conseguenze molto pesanti per l’economia della Turchia, che dipende in gran parte dagli investimenti esteri per finanziare il pagamento del proprio debito nonché per bilanciare le partite correnti. Un peggior rating significa inoltre pagare maggiori interessi sul debito, facendo peggiorare i conti pubblici e diminuendo le risorse a disposizione per l’economia, e potrebbe inoltre causare forti vendite sui titoli di Stato. Molti fondi di investimento infatti, per statuto, non possono tenere in portafoglio (secondo modalità differenti nella forma, ma non nella sostanza) titoli che abbiano un rating basso come quello raggiunto in questi giorni dalla Turchia.

Decisione politica o economica? – La reazione del governo della Turchia non si è fatta attendere, con accuse alle agenzie di rating di non considerare esclusivamente gli aspetti economici, ma di dare eccessivo peso a fattori politici. Tra le motivazioni del downgrade infatti emerge chiaramente che, come driver per la decisione, è stato considerato il deterioramento della situazione politica (e dei diritti umani) in seguito al fallito colpo di stato di Luglio. Inoltre la stessa agenzia statunitense ha dichiarato che l’economia della Turchia è in grado di bilanciare gli effetti negativi del declassamento. Quindi la decisione di Moody’s è sicuramente dettata anche da fattori politici, ma per il semplice motivo che la situazione in cui versa il paese potrebbe scoraggiare le imprese che avrebbero investito nel Paese, e che potrebbe portare anche (in extrema ratio) a sanzioni economiche. Non pare invece plausibile, come invece lasciato intendere dal governo turco, che dietro la decisione ci sia un disegno volto a mettere pressione su Erdogan e sul suo esecutivo.

Lo stato di salute della Turchia – Del resto l’economia turca non sta vivendo, come quella di tutti i paesi emergenti, una stagione particolarmente positiva. Oltre al già citato enorme deficit delle partite correnti (vale a dire un livello delle esportazioni molto inferiore alle importazioni), che colloca la Turchia in una posizione di vulnerabilità, il Pil ha iniziato a mostrare segni di rallentamento (+3,1% nel secondo semestre 2016, dal 4,7% del trimestre precedente). Sebbene tali cifre di crescita possano sembrare comunque notevoli rispetto a quella anemica dei paesi europei, occorre considerare che, dato il livello di arretratezza da cui parte, per un paese in via di sviluppo rappresenta una crescita modesta. Per questo motivo la banca centrale, su indicazione dello stesso Erdogan, ha deciso di tagliare i tassi di interesse, attualmente all’8,25% per stimolare i prestiti alle imprese. Questo potrebbe tuttavia peggiorare la bilancia commerciale della Turchia, causando non pochi problemi nel medio-lungo periodo. Nonostante questo la lira turca non ha subito un tracollo, come previsto da molti, anche se si mantiene di poco superiore ai minimi degli ultimi anni.

Il caso della Turchia, seppur estremo, mette di nuovo in evidenza come la stabilità della crescita economica non può prescindere dalla stabilità e dalla credibilità della politica. Infatti, pur se la crisi dei paesi emergenti è globale, e non riguarda Ankara più di Pechino, Brasilia o Nuova Dehli, la dubbia condotta di Erdogan non fa che amplificare gli effetti della crisi e creare situazioni che altrimenti non si sarebbero verificate. La capacità di attrarre investimenti e capitali è dettata anche dal contesto generale di un paese, e la Turchia non è esattamente il luogo in cui un imprenditore vorrebbe, ad oggi, operare.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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