Turchia, dopo Ankara Erdogan e HDP allo scontro finale

12/10/2015 di Marvin Seniga

Dopo l'attentato degli scorsi giorni, le tensioni tra Erdogan e HDP aumentano, in un reciproco scambio di accuse. E il futuro della Turchia rischia di farsi sempre più cupo.

Erdogan, Turchia

L a Turchia è storicamente un paese diviso tra diverse identità, situato al confine tra Occidente e Oriente. È l’unico Stato a maggioranza musulmana a far parte della Nato. L’unica democrazia consolidata del mondo islamico, malgrado i frequenti colpi di stato del passato. L’unico paese in grado di far convivere la sua anima musulmana con un processo di secolarizzazione. Negli ultimi anni, Recep Tayyip Erdogan ha voluto dare al paese una sua precisa identità, capace di tener conto della grandezza del passato imperiale, dell’opera di modernizzazione portata avanti dal padre della Turchia moderna Kemal Ataturk, e infine della dimensione religiosa.

I successi elettorali, che dal 2003 al 2013 hanno permesso ad Erdogan di essere il primo ministro più potente del dopo Ataturk, sono dovuti proprio alla sua capacità di conquistare quell’elettorato islamico conservatore, dominante nelle regioni centrali. Erdogan, soprattutto nella seconda parte del suo “regno”, ha chiaramente adottato una politica ispirata al passato imperiale, riallacciando il legame con l’islam politico, in particolare con i fratelli musulmani. Il risultato però è stato quello di allontanare sempre più la Turchia dall’Unione Europea. Mai come oggi, infatti, l’adesione della Turchia all’UE è apparsa tanto improbabile.

Infatti, negli anni passati, politica estera del governo turco ha seguito molto più la linea dei paesi del golfo, e soprattutto del Qatar, piuttosto che quella dell’Unione Europea. Emblematico da questo punto di vista è senza dubbio l’atteggiamento nei confronti dell’ISIS. Fino all’attentato di Suruç dello scorso luglio, nessun aereo turco aveva bombardato le posizioni dello Stato Islamico. Dopo Suruç, Erdogan aveva annunciato l’inizio di una campagna militare contro l’ISIS. Alla fine però l’obiettivo principale dei caccia turchi non sono stati gli uomini di Al Baghdadi, bensì i combattenti curdi del PKK.

Quei curdi che sin qui sono stata l’unica forza sul campo a opporre un’efficace resistenza all’avanzata dello Stato Islamico. De facto il principale alleato di Stati Uniti e Unione Europea nella regione, nella lotta contro l’ISIS. La nuova campagna militare cominciata da Erdogan contro il PKK ha indebolito la resistenza curda e ovviamente non è stata accolta con favore dalle cancellerie occidentali. Anzi, i bombardamenti hanno fatto aumentare il numero di movimenti che supportano la causa curda in tutta Europa.

La situazione è peggiorata ancora di più negli ultimi mesi, con il partito filo-curdo HDP (Partito Democratico del Popolo), che è stato oggetto di una feroce campagna mediatica e giuridica. Il suo leader Selahattin Demirtas è stato accusato dalla procura di Diyarbakir di aver offeso il presidente della Repubblica e di promuovere il terrorismo, e attacchi arrivano quotidianamente anche dalla stampa filo-governativa, l’unica a non subire la censura di cui sono oggetto invece i giornali di opposizione e quelli indipendenti.

In questo contesto, l’attentato di sabato scorso in cui sono morte più di cento persone, in maggior parte giovani ragazzi, che partecipavano ad un corteo per la pace promosso dall’HDP, rischia di creare maggiore instabilità sul piano interno, e – di riflesso – di minare ulteriormente l’immagine della Turchia in Europa. Nelle ore successive alla tragedia, Demirtas è arrivato ad accusare “sua maestà” Erdogan di essere il principale responsabile dell’attentato, affermando come oggi l’HDP “sia la vittima di uno Stato assassino che si è trasformato in mafia”. Mentre i giornali filo-governativi hanno accusato gli stessi curdi di aver provocato l’attentato, per conquistare più voti alle elezioni in programma tra poco più di due settimane.

Probabilmente le elezioni del prossimo primo novembre saranno le più importanti nella storia della Turchia. Una vittoria dell’Akp permetterebbe ad Erdogan di trasformare il paese in una repubblica presidenziale che, senza un funzionante meccanismo di checks and balance come avviene negli Stati Uniti, gli permetterebbe non solo di conservare il potere ma anche di governare con poteri quasi assoluti. D’altra parte invece, se l’HDP dovesse di nuovo riuscire a superare la soglia di sbarramento e impedire – in questo modo – all’Akp di ottenere la maggioranza assoluta in parlamento, si aprirebbero due possibili scenari. La resa di Erdogan, che sarebbe costretto a rinunciare ai suoi sogni presidenzialisti e ad aprire ad un governo di coalizione guidato da Davutoglu.

Oppure un – comunque poco probabile, ma da tenere in considerazione data la storia turca – colpo di Stato interno, condotto dallo stesso Erdogan, che potrebbe così mantenersi alla guida del paese. Anzi, da questo punto di vista, la ripresa delle ostilità con il PKK e la minaccia dello Stato Islamico rappresentano la giustificazione ideale per una sospensione della Costituzione in grado di permettere a Erdogan di conservare il potere.

Subito dopo l’attentato, il PKK ha annunciato unilateralmente di voler sospendere ogni attività bellica, le forze armate turche invece non si sono fermate e hanno continuato a colpire le posizioni dei combattenti curdi. L’idea di Erdogan per conservare il potere è chiara, usare la strategia della tensione per fare presa sull’elettorato nazionalista e quello moderato. I recenti sondaggi però continuano a dire che l’HDP supererà anche questa volta la soglia di sbarramento e l’Akp non avrà la maggioranza assoluta. L’Unione Europea potrebbe giocare un ruolo decisivo nei prossimi mesi, se prendesse posizione contro Erdogan lo delegittimerebbe a livello internazionale e potrebbe causarne la definitiva caduta, se invece dovesse continuare ad assecondarlo, è probabile invece che qualsiasi sarà il risultato delle elezioni Erdogan conserverà il controllo sulla Turchia

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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