Tunisia e IS: un Maghreb sempre più precario

09/03/2016 di Stefano Sarsale

Gli attacchi nel confine tunisino, gli appelli ai militanti dell'IS di convergere sulla Libia. Lo scenario nord africano è destinato a divenire il principale terreno di scontro con l'IS.

Islamic State

L’ultimo violento scontro tra jihadisti dello Stato Islamico e le forze armate tunisine, avvenuto nella mattina del 7 Marzo nei pressi di Ben Guerdane, rappresenta senza dubbio la conferma delle intenzioni, ormai nemmeno troppo celate, dei miliziani di IS di espandersi in Tunisia.

Secondo le prime ricostruzioni, un convoglio di jihadisti proveniente dalla Libia ha attraversato il confine e si è successivamente scontrato con le forze di sicurezza tunisine di guardia. Il bilancio è  di almeno 50 morti, tra cui circa 20 jihadisti, 6 militari tunisini e almeno 6 civili che sono stati coinvolti nello scontro a fuoco. Almeno altri 6 miliziani sarebbero stati catturati, mentre un piccolo gruppo sarebbe riuscito a fuggire, apparentemente a bordo di un’ambulanza, verso l’isola di Djerba, la rinomata località turistica.

Ulteriore aspetto tutt’altro che trascurabile è che si tratta del secondo scontro in appena 5 giorni. Il 3 Marzo, infatti, un altro commando di jihadisti aveva tentato di attraversare la frontiera, venendo però successivamnete fermato dalle forze di sicurezza locali. Le autorità tunisine hanno imposto la sospensione temporanea dei valichi di confine con la Libia di Ras Jedir e di Dehiba-Wazen, oltre al divieto di accesso all’isola di Djerba. Inoltre, al fine di evitare ulteriori scontri che potrebbero coinvolgere la popolazione civile, a Ben Guerdane la popolazione è scattato il coprifuoco dalle 7 di sera alle 5 del mattino.

Il premier tunisino Habib Essid ha incontrato il presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi per fare il punto della situazione e soprattutto decidere le misure di sicurezza da implementare per mettere in sicurezza il confine. Il capo dello Stato ha ovviamente condannato l’attacco «senza precedenti» e «coordinato».

Tuttavia, come egli stesso ha evidenziato, il trend che si evince dagli scontri avvenuti da inizio 2016 è che lo Stato Islamico potrebbe a questo punto avere come obiettivo ultimo quello di prendere il controllo della regione con l’intento di proclamare una nuova provincia del califfato. Da un punto di vista prettamente geografico, le frontiere libiche sono un confine lungo e poroso che rappresenta orami una criticità per l’intera regione. Non va poi sottovalutato il fatto che le frontiere, ovviamente, vengono sfruttate in entrambi i sensi: non solo dai i jihadisti che portano il terrore negli Stati vicini ma dal flusso di Islamisti che, soprattutto dal Shael, da mesi hanno attraversato i confini per unirsi alle fila dello Stato Islamico.

Secondo le ultime stime, sono almeno 3.000 i cittadini tunisini partiti per Siria e Iraq. Tuttavia, se a questi si aggiungono quelli che si sono uniti a ISIS in Libia, si raggiunge l’impressionante cifra di 5.000. Nessun Pese ha raggiunto numeri simili in termini di foreign fighters.

Ovviamente tale dato non è passato inosservato e gli Stati Uniti hanno avviato, a partire dal 19 febbraio, una missione aerea che si è focalizzata nei dintorni della città di Sabrata. I principali obiettivi sono stati campi di addestramento, depositi di armi e munizioni e un edificio che ospitava diversi jihadisti, sospettati di voler preparare un attentato in Europa.

Vale la pena precisare che il reale obiettivo di quest’ultimo attacco aereo era l’eliminazione di Noureddine Chouchane, uno dei comandanti dello Stato Islamico, presunta mente delle due stragi contro i turisti occidentali in Tunisia. Ricordiamo a questo proposito gli attentati al museo del Bardo, nel Marzo 2015 marzo in cui morirono 24 persone tra cui 4 italiani e quello contro i turisti sulla spiaggia di Sousse, nel Giugno 2015, dove hanno perso la vita 38 persone.

Arrivati al Marzo 2016 è ormai evidente quanto l’espansione dell’IS in Siria e Iraq sia stata arrestata. Anzi, in molte aree, gli eserciti governativi stanno riconquistando territori in mano ai jihadisti fin dall’inizio delle ostilità, come ad esempi Ramadi. È tuttavia doveroso sottolineare quanto, per riconquistare altre roccaforti come Mosul in Iraq (provincia di Anbar) e Aleppo in Siria, ci vorranno ancora mesi di combattimenti.

Tuttavia, secondo comunicati intercettati e resi pubblici, i vertici di ISIS hanno apparentemente ordinato a coloro che non sono coinvolti negli scontri in Siria e Iraq di convergere in Nord Africa, in particolare in Libia. Di conseguenza, appare sempre più probabile che la presenza di IS in Libia andrà aumentando, rischiando di mettere l’Italia sempre più alle strette nel dilemma se intervenire militarmente nel Paese, oppure no. A questo proposito vale la pensa sottolineare come la scelta dell’attuale governo italiano di procedere con ‘piedi di piombo’ nella questione sia senza dubbio la scelta più sensata, al fine di evitare di buttarsi a capofitto in una guerra che non solo costerebbe le vite dei nostri militari e miliardi di euro, ma nella quale non sapremmo, al momento, neanche con certezza da che parte schierarci. Tuttavia, è altresì vero che se la situazione dovesse continuare a peggiorare, un intervento militare guidato dall’Italia e supportato dalla NATO o da una coalizione internazionale, potrebbe divenire l’unica opzione percorribile per garantire la sicurezza del nostro Paese.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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