Tunisia: dopo la rivoluzione dei gelsomini poco è cambiato

12/02/2013 di Mattia Clemente

La Tunisia sta vivendo in questi giorni il periodo più delicato e difficile dalla destituzione del presidente autoritario Ben Ali avvenuta nel gennaio del 2011. La sera di mercoledì 6 febbraio il primo ministro Hamadi Jebali ha ufficialmente aperto la crisi di governo, a seguito dell’uccisione ancora tutta da chiarire di Chokri Belaid. Leader del Partito Unito di Patrioti Democratici ed esponente di spicco del Fronte Popolare, la coalizione di opposizione. Belaid è un avvocato che si è sempre battuto, da Bourguiba a Ben Ali, contro l’autoritarismo e in favore della libertà, dei diritti, dell’uguaglianza, del lavoro e della karama, che in arabo significa dignità, una delle parole d’ordine della rivoluzione tunisina del 2011. Karama è la parola tradita dalla transizione democratica tunisina e sporcata dal sangue dell’omicidio politico.

Tunisia - Cosa resta della Primavera?
Dopo l’omicidio di Belaid in Tunisia è scoppiato il caos

La transizione democratica della Tunisia si sta rivelando molto complicata, anche se c’è da dire che il passaggio da un regime autoritario alla democrazia non è mai indolore. Beati l’ingenuità di coloro che pensavano bastasse twittare parole come libertà e uguaglianza per aprire le porte della democrazia occidentale alla Tunisia. Invece già nei primi giorni del dopo Ben Ali le cose si erano fatte più complicate del previsto. Disperati saccheggiarono negozi e centri commerciali. Quello che veramente il popolo voleva era cibo e un miglioramento del tenore di vita. Vivere con karama, dignità. Acute erano anche le tensioni politiche e in modo particolare veniva critica il governo di unità nazionale presieduto da Mohamed Ghamouchi, uomo legato al passato regime. La piazza desiderava una netta rottura con il passato.

Ghamouchi si dimise il 27 febbraio e vennero indette le elezioni per l’Assemblea Costituente, prima fissate per luglio poi spostate a ottobre, a testimonianza del fatto che esistevano forti contrapposizioni tra le forze che volevano guidare la transizione. Era comunque una conquista importante e i tunisini poterono finalmente godere del diritto di voto. Primo tassello fondamentale per la costituzione di una democrazia. Non senza proteste si giunse alle elezioni. Dalle urne uscì vincitore Ennahda, il partito islamico moderato, che ottenne il 37% dei voti e formò un esecutivo di coalizione con due partiti laici riformisti: Congresso per la Repubblica e Forum Democratico per il Lavoro e Libertà. Presidente della Repubblica venne eletto dall’Assemblea Moncef Marzouki, ex oppositore di Ben Ali per cui fu imprigionato ed esponente del Congresso per la Repubblica e primo ministro venne nominato Hamadi Jebali, del partito islamico Ennahda. Con la caduta del dittatore Ben Ali e un governo democraticamente eletto sembrava che la Tunisia potesse mettersi sui binari giusti. All’inizio del 2012 Pascal Boniface, direttore Institut de relations internationales et strategiques, aveva infatti dichiarato che “la Tunisia ha preso la buona strada”.

Libere elezioni però non bastano. Una democrazia è tanto più solida quanto migliore è la congiuntura economica e i dati macroeconomici non erano certo dei migliori. Nell’anno 2011 la disoccupazione, grande problema della Tunisia, era salita al 18% (nell’ultimo di Ben Ali era al 13%), il turismo aveva subito un calo del 50% e la crescita era pari a zero. Inoltre la rivoluzione dei gelsomini era scoppiata nel pieno della crisi mondiale che ha rallentato le economie europee e l’Europa per la Tunisia rappresenta il 90% delle rimesse, l’80% delle esportazioni e il 70% degli investimenti.

La rivoluzione giusta nel momento sbagliato. Seppure nel 2012 si registrò un lieve miglioramento, le condizioni di vita della popolazione erano le stesse di due anni prima. Questo certo non è un fattore positivo per la pace sociale. I cittadini decisero di tornare nelle strade di Siliana, Sidi Bouzid e della capitale Tunisi, per gridare la loro rabbia, per difendere il diritto al lavoro che il governo non sapeva affatto come promuovere. Una cosa però sapeva farla bene: reprimere con la forza, dimostrando così tutta la sua debolezza. In particolare del partito Ennahda. Anche le donne in estate decisero di manifestare contro la proposta di riforma costituzionale che prevedeva l’introduzione di un articolo che definiva la donna complementare all’uomo e non uguale come in precedente. Un passo indietro per la Tunisia che tra i paesi arabi era stato il più all’avanguardia nell’introdurre la parità tra i sessi.

Questa riforma costituzionale dimostra un altro dei problemi della transizione democratica della Tunisia, cioè che Ennahda è prigioniero dell’ala salafita, una frangia radicale e intransigente dell’Islam, la quale ad esempio vorrebbe l’introduzione della Sharia nella Costituzione. La Tunisia sta vivendo una deriva integralista testimoniata dalle violenze perpetrate dalle “Leghe per la protezione della rivoluzione”, le squadre di teppisti organizzate dalla componente salafita che agiscono intimidendo le opposizioni politiche restando impuniti dalla polizia. Sono considerate il braccio armato di Ennahda e proprio contro questo squadrismo e contro il governo si era scagliato prima di essere trucidato. Un omicidio che getta ombre sul partito islamico considerato da alcuni il mandante del delitto, la famiglia della vittima ha immediatamente puntato il dito contro Ennahda. Una commissione indipendente indagherà su questo caso, non potendo fare affidamento sulla giustizia tunisina. Un altro dei problemi che rallentano la transizione democratica, denunciato da Human Rights Watch, è proprio la scarsa indipendenza del potere giudiziario, insieme alla lentezza delle riforme che impedisce il riconoscimento di molti diritti ai cittadini tunisini.

Il primo ministro Jebali ha annunciata che si dimetterà se entro la settimana non riuscirà a formare un nuovo esecutivo. La sua posizione è però debole: i ministri del Congresso per la Repubblica si sono dimessi e il suo stesso partito Ennahda lo ha delegittimato rifiutando la sua proposta di costituire un governo di unità nazionale formato da tecnici. Penso che due sono gli scenari che attendono la Tunisia: una duratura instabilità politica con un susseguirsi di governi diversi o un’involuzione autoritaria.

La via d’uscita è rappresentata da un partito laico e liberale, che ridia a Cesare quel che di Cesare opponendosi a derive integraliste e che concentri i suoi sforzi nello sviluppo economico. La lezione tunisina (se pensiamo anche all’Egitto questo ci viene confermato) ci ha però dato un insegnamento: i partiti di orientamento islamico sono incompatibili con la democrazia come la intendiamo in occidente e la storia sta sancendo la loro sconfitta.

The following two tabs change content below.

Mattia Clemente

Nasce in un paesino del Friuli il 19/08/1987. Dopo un'esperienza lavorativa comprende che la sua passione per la politica e la storia deve essere coltivata e si iscrive alla Facoltà di Scienze Politiche all'Università di Trieste dove sceglie l'indirizzo storico. Nel 2012 svolge uno stage all'Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste. Redattore e speaker per Radioincorso.it (la web radio dell'Università di Trieste) conduce Back in time - History, un programma sulle vicende del confine orientale.

Ultimi post di Mattia Clemente (vedi tutti)

blog comments powered by Disqus