Tu vuò fa l’americano (ma non basta)

16/06/2016 di Francesca R. Cicetti

Il ponte di Brooklyn è crollato. O meglio, oscilla. Però resiste. E il giorno in cui dovesse cadere, noi italiani saremmo gli ultimi rendercene conto

American Dream

Il ponte di Brooklyn è crollato. O meglio, oscilla. Però resiste. E il giorno in cui dovesse cadere, noi italiani saremmo gli ultimi a rendercene conto. Avremo bisogno di camminare sulle macerie, sentire lo scricchiolio sotto i piedi, e solo allora ci arrenderemo ai fatti. Che il mito americano è, oggi, solo un mito, appunto. Che siamo rimasti in pochi ad attaccarci così disperatamente alle sottane made in the USA. E dove gli States decadessero tragicamente, gli ultimi ad accorgercene saremmo noi, e i nostri politici di ogni schieramento.

Sarà per nostalgia (i nonni, gli emigranti, la pastasciutta…), sarà per un malcelato senso di inferiorità, che ci vuole più deboli o meno interessanti dei figli d’America. Insomma, dopo cent’anni vogliamo ancora fare gli americani. Non solo gli anziani nei bar, ma anche nelle alte sfere. Tralasciando lo slang da ufficio ultramoderno, che ci vuole impegnati in meeting e brunch, rigorosamente asap, la politica nostrana non è da meno. Prima di tutto nella terminologia, che ci fa parlare di Stepchild Adoption e Jobs Act, invece che di adozione del figliastro e riforma del lavoro. Ma anche nei modi, nei rituali. Come quello ben consolidato che vede i nostri leader impegnati spesso in un pellegrinaggio d’oltreoceano, per ottenere la benedizione dell’amico americano.

Destra, sinistra o centro non fa differenza, il desiderio di un endorsement colpisce tutti indiscriminatamente. L’ultimo è stato Matteo Salvini, che è volato negli USA in cerca dell’approvazione di Donald Trump. Ed è già tanto che non sia stato relegato in una stanzetta, sottoposto a controlli come un pericoloso latino invasore.

Perché mai dovremmo desiderare l’okay di Trump, questo è un mistero. Perché dovremmo invece bramare l’appoggio americano, questo è più comprensibile. Gli Stati Uniti sono un mito, una valle dorata, un porto sicuro. E il modello non crolla neppure dopo le stragi. Quegli eventi che inevitabilmente ci ricordano la fragilità di un sistema imponente e gracilissimo. Molto frequenti, troppo frequenti, e più frequenti che in qualsiasi altro luogo.

Orlando, ultima della lista. Accompagnata da una pratica scandalosa per cui un sospetto terrorista, controllato e ricontrollato, può entrare in un negozio di armi e comprare una mitragliatrice da guerra. Come dire: so perfettamente che se ti metterò in mano una pistola, la userai per gambizzare i passanti. Ma non posso fare niente per impedirtelo, perché riguarda la tua libertà di cittadino. E questa è una deformazione americana che resiste negli anni, vergognosa come nient’altro. E difficilissima da sradicare.

Tanto che, a poche ore dalla strage, Donald Trump ha invitato tutti gli uomini giusti e timorati di Dio a preparare a loro volta gli armamenti, per combattere gli infedeli a colpi di bastonate sulle gengive. Alla libera circolazione di armi, rispondiamo con ancora più armi, perché no. C’è una speranza, che non ha mai trovato riscontro nella realtà, per la quale più pistole in mano agli onesti possono tenere a bada i malvagi meglio che se le pistole non ci fossero affatto.

Però noi di paranoie violente e razziste ne abbiamo già a sufficienza nel nostro paese, senza bisogno di importarle dall’America. Senza bisogno di benedizioni trumpiane o di altro tipo. A ciascuno il proprio.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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