Trump, Farage, Erdogan: quando la democrazia rappresentativa sgocciola nello show

10/08/2016 di Edoardo O. Canavese

Dagli Stati Uniti alla Turchia, i leader arringano le folle svuotando i comizi di contenuto politico e concentrandosi sull’insulto e sulla rabbia. Ecco come la fascinazione dei cittadini per spettacoli polemici lontani dalla deprimente e fallimentare retorica politica sta mutando la democrazia rappresentativa.

Dopo la convention democratica di Philadelphia e l’incoronazione della Clinton come candidata alla Casa Bianca, il fenomeno Donald Trump pare esser pronto a sgonfiarsi. Quasi tutti i sondaggi americani registrano una netta divaricazione tra Hillary e Donald a vantaggio della prima. Si tratta di un risultato sorprendente, se si pensa che appena qualche giorno prima, a margine della convention repubblicana, la Cnn dava Trump in vantaggio sulla Clinton. Allora il miliardario aveva svestito i panni del qualunquista e volgare arringatore per indossare le vesti istituzionali che sovvengono ai repubblicani, addirittura lasciando la scena alla candidata first lady. Un trionfo, una legittimazione che sembrava nobilitare la candidatura di Trump come “credibile”. Oggi l’impressione è che la convention costituisca il punto più alto della corsa presidenziale del newyorkese, quasi che alcuni dei suoi sostenitori, soddisfatti di aver accompagnato il proprio idolo durante questa strana avventura, siano infine sul punto di decidere per il sostegno all’unico candidato adatto a governare. Come per una rockstar alla fine del suo tour musicale, i fan tornano alla vita di tutti i giorni.

Perché questo è il fenomeno Trump per gli americani, ed è a questo che la democrazia rappresentativa si sta riducendo da occidente ad oriente: uno show. Durante i suoi comizi in giro per gli Stati Uniti, il miliardario ha riempito hangar e platee, offrendo ai sopraggiunti un vero e proprio spettacolo. Sbarco dall’aereo privato, luci, musica da talent show, ma soprattutto retorica sprezzante, politicamente scorretta, non soltanto contro l’avversaria, più generalmente contro Washington, il centro del potere. Folle in visibilio. Folle assai variegate, senza il monopolio del bianco piccolo borghese, ma con numerose presenze femminili, ispaniche, afroamericane, nonostante il razzismo e la misoginia esibiti. D’altro canto non c’è mai stata nessuna minaccia politica credibile nella sua propaganda xenofoba, perché in Trump non c’è traccia di politica. E non è la politica ciò che vogliono i suoi fans. Per questo quando, nel cuore dei suoi comizi, inizia a distribuire confusamente numeri, i sostenitori prendono la via delle uscite. Gli insulti contro Hillary, i giornalisti, gli alleati della NATO, il sistema sono finiti. Lo show è finito.

La fortuna del qualunquismo e del populismo di Trump si incastra nel più generale fenomeno della crisi della democrazia rappresentativa. Personaggi come il candidato repubblicano si fanno largo nel ventre molle dei partiti politici, incapaci di offrire ai cittadini soluzioni realistiche alle nuove, complesse sfide che animano il presente. Anche i democratici americani sono stati vicini ad una svolta populista col candidato alle primarie Bernie Sanders e la sua retorica critica che gli è valsa l’etichetta di “socialista”. In Europa conosciamo il fenomeno da qualche anno, in relazione alla crescita dell’estrema destra un po’ ovunque. Il fenomeno Trump tuttavia ci offre un elemento in più: alla propaganda indignata del populismo, i cittadini delle democrazie cominciano anche ad affiancare un apprezzamento per la spettacolarizzazione dello scontro polemico, che intrattenga, diverta, sollevi da un deprimente presente quelle fasce di popolazione meno educate politicamente e più propense alla protesta. Il brivido suscitato dal sostegno a Trump, da un voto per la Brexit, dal sì urlato alla pena di morte contro i golpisti seduce molto di più di un presente deprimente.

All’indomani del voto sulla Brexit non furono pochi gli inglesi che si dissero pentiti. Le petizioni per ripetere il referendum si moltiplicarono, mentre un pesante senso d’inquietudine circolava a Londra. Lo show era finito, e nessuno – ma proprio nessuno – sapeva bene che fare. Il disimpegno di una intera classe dirigente dal fardello di un atto grave, anche da parte di quanti quell’atto avevano sostenuto, tradiva la tombale impreparazione della politica non solo alle sfide epocali che ci si parano oggi, ma soprattutto alla rappresentazione dei cittadini. L’ex primo ministro Cameron era stato riconfermato a Downing Street solo in virtù di una retorica antieuropeista strappata agli estremisti dell’Ukip di Farage; la promessa di un referendum e l’illusione di convincere gli inglesi grazie ad un accordo più vantaggioso con Bruxelles avevano convinto Cameron della bontà di quell’operazione. L’atteggiamento pilatesco dell’ex premier ha deciso il destino non solo di una nazione ma di un intero sistema economico e politico alla scelta di una minoranza male informata e suggestionata da professionisti della propaganda come Farage, complici di una campagna senza dubbio menzognera e di totale irresponsabilità, alla luce del suo ritiro dalla scena e delle promesse subito rimangiate, come quelle riguardanti i fondi per il sistema sanitario nazionale.

Nell’ultimo mese Recep Tayyip Erdogan ha conquistato la scena mondiale per via dello sventato colpo di stato in Turchia. Curiosità ha suscitato in particolare l’uso dei social network e dei media fatta dal presidente turco nel corso del tentato golpe, lui che ha sempre considerato il mondo dell’informazione un potenziale avversario. Il video trasmesso attraverso Facetime e mandato in onda sulla Cnn turca, e la riconquista in diretta dei suoi sostenitori della tv Trt hanno fatto vedere in mondovisione la vittoria mediatica e di popolo di Erdogan. Ieri, ad Istanbul, è andato in onda il suo show. L’adunata che ha portato oltre un milione di turchi da ogni angolo dell’Anatolia ha confermato la travolgente forza del presidente e dato un assaggio di quella che potrebbe essere una nuova, antica, interpretazione della democrazia per il futuro, in Turchia ma anche altrove. Erdogan ha chiesto alla piazza se volesse la reintroduzione della pena di morte per i golpisti, il popolo ha ruggito “sì”; il presidente ha chiosato che il Parlamento dovrà tenerne conto. Sembra riavvicinarsi pericolosamente al plebiscito, una forma ingannevole di voto che illude di partecipare alla vita politica ma che costringe ad una decisione obbligata, e comunque soggetta al giudizio finale del leader. Un plebiscito ridotto a spettacolo pubblico, legittimato dalla partecipazione “oceanica” e dalla forza del capo politico in cui gli attori intermedi, collanti tra cittadini e Stato, i partiti, spariscono.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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