Tribunale di Milano: per una volta, basta speculazioni

10/04/2015 di Luca Andrea Palmieri

I fatti del 9 aprile sono un caso gravissimo di cronaca nera, e pongono dubbi sulla sicurezza dei luoghi di giustizia nel nostro paese. Ma, per com'è noto il profilo dell'attentatore, cercare di portare la questione oltre rischia di essere un esercizio sterile

Gli interrogativi che sono subito emersi quando è stata data la notizia dell’attentato al Tribunale di Milano erano tanti, e pure giustificati. Ma si può dar per certo che, con la tendenza dei media a cannibalizzare un evento fino alla ricerca del retro-retroscena, bastava poco perché si finisse a costruire una narrazione emotiva del racconto, che andasse ben oltre il fatto e cercasse in complesse situazioni socio-politiche motivazioni da ripetere a macchinetta nei talk show dei prossimi giorni. Eppure così non è stato, quantomeno in parte. Il perché è presto detto: ci è voluto poco per rendersi conto che si è trattato di un puro fatto di cronaca nera. Gravissimo, che non manca di porre interrogativi (ci arriveremo), ma pur sempre pura cronaca nera.

Claudio Giardiello, l’imprenditore che ha sparato, era a processo per bancarotta, aveva già parecchi fallimenti alle spalle e i crediti che doveva all’agenzia delle entrate – che hanno portato al fallimento, ergo al processo, e infine alla tragedia – venivano da introiti spartiti in nero con i soci di una società immobiliare. Non 10-20mila euro, ma più di un milione. Insomma, Giardiello faceva parte di quel nutrito sottobosco italiano di imprenditori più o meno spregiudicati, pronti a fare operazioni sottobanco per permettersi il villino sul mare e la macchina più grande, e senza il pelo sullo stomaco quando i soldi finiscono: si fallisce, e si ricomincia. Aggiungiamoci una tendenza fortemente collerica e una personalità paranoide, confermata per ora dalle persone a lui vicine. Aggiungiamoci infine che l’ultimo fallimento aveva portato anche a un cospicuo pignoramento di beni. Così si arriva a ieri, 9 aprile, quando Giardiello entra nel tribunale armato (revolver ampiamente dichiarato), dall’ingresso per avvocati e magistrati, probabilmente sfruttando un falso tesserino. Arriva così nell’aula del suo processo e spara, uccidendo due persone. Il terzo, il giudice Federico Ciampi, viene raggiunto direttamente nel suo ufficio.

Si diceva che i media “quasi” non hanno avviato la macchina speculativa sulla vicenda. Il quasi viene dal confronto subito partito tra magistratura e politica. Gherardo Colombo, magistrato notissimo per il suo ruolo nel pool  di Mani Pulite, ha detto: “Temo che il sentimento che si nutre nei confronti della magistratura in questi periodi, questa sottovalutazione e svalutazione del ruolo, sia un’aria che contribuisce, ovviamente involontariamente, a rendere più facilmente possibili atteggiamenti mentali di questo tipo”. Parole da interpretare ovviamente. A cosa si riferisce Colombo? A un sentimento generale di sfiducia verso la giustizia che rende le toghe un nemico? Al poco rispetto per l’istituzione che porta a pensare possa essere un bersaglio facile? All’atteggiamento di scontro della politica nei confronti della magistratura (vedi le questioni delle ferie, della responsabilità civile) che porta a una svalutazione di quest’ultima? Resta il fatto che dal Parlamento le risposte vanno dal piccato all’imbarazzato, passando dalla “mediocre speculazione” per Cicchitto, per la solita sparata di Gasparri fino al “clima barbaro” contro tutti, magistrati come istituzioni, richiamato da Doris Lo Moro, magistrato e senatrice del Pd.

Francamente, la sensazione è che parole dette a caldo, con un giudice rimasto ucciso nel più normale esercizio delle sue funzioni, abbiano finito per diventare fonte di speculazione nell’ambito del solito scontro tra politica e magistratura. Un rapporto dove, diciamolo chiaramente, non ci sono buoni né cattivi, e tutti hanno i loro scheletri nell’armadio da nascondere (non si tratta ovviamente di un riferimento a Colombo). Il problema è che la tragedia di ieri non è terreno di questo scontro. Lo si dovrebbe spiegare, a chiare lettere, ai protagonisti del commentario politico. Basta ricordare che a venire assassinate sono state altre due persone, mentre una è in prognosi riservata, raggiunta da 9 pallottole: le prime sono Lorenzo Alberto Claris Appiani, ex avvocato della vittima in aula come testimone, e Giorgio Erba, coimputato di Giardiello nello stesso processo. Il secondo è Davide Limongelli, suo socio e nipote. Che le vittime siano state accuratamente selezionate e che il gesto sia stato premeditato è indiscusso. Ed è probabile che qualcuno si sia salvato dalla furia omicida, come il Pm Bruna Albertini, che già aveva interrogato Giardiello: è stata sostituita all’ultimo da Luigi Orsi perché impegnata col Gip, Orsi, per sua fortuna, non è stato puntato.

Voleva vendicarsi di tutti quelli che, secondo lui, lo hanno rovinato, Giardiello. Così avrebbe detto dopo l’arresto. Soci, avvocati, magistrati. Ci stanno dentro tutti. Certo, per quanto il quadro possa sembrare piuttosto lineare, è ovvio che le indagini dovranno chiarire molte cose. Ma proprio perché i contorni della vicenda, dal personaggio ai fatti che hanno portato al raptus, vanno ancora chiariti, è bene da parte di tutti evitare dichiarazioni avventate. Ce ne sono di domande da porsi, nell’immediato. Per esempio, perché un uomo condannato ha ancora una pistola dichiarata e relativo porto d’armi? E poi, essenziale, quella sulla sicurezza: com’è possibile entrare così facilmente dall’ingresso per avvocati in un tribunale? I controlli della ditta di sicurezza bastano o sono stati superficiali? Tra pochi mesi inizierà Expo, e la ditta è tra le concessionarie per l’evento: sarà bene rivedere se c’è il rispetto per tutta la professionalità necessaria in un lavoro così delicato. E questo non vale solo per il caso della ditta che si occupa del tribunale: meglio fare un giro di vite su tutti i coinvolti nella sicurezza. E comunque non basta: se i controlli erano lassisti, c’era chi avrebbe dovuto segnalarlo prima.

Possiamo allo stesso modo chiederci come sia possibile che una cosa del genere succeda ancora oggi in Italia: ma questa non è una domanda che attiene solo al rapporto con la giustizia: è misura del grado di civiltà del nostro paese. Molti risponderebbero “quale civiltà?”. Proprio in questi casi non è opportuno essere catastrofisti ed alzare i toni. Sopravvive sempre una certa civiltà nel nostro paese, ma sempre molta meno di quanta ne servirebbe in un paese moderno. Il punto è che stiamo facendo, da anni, passi indietro. E comunque tutto questo non ci mette del tutto al riparo da fatti del genere: paesi popolarmente riconosciuti come esempi di civiltà non sono al riparo da isolate barbarie. Sarà il caso di riflettere su questo, e su come un Giardiello possa arrivare così facilmente a fare una strage in un tribunale. Il resto, non ce ne si voglia, per ora è solo speculazione.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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