Le tre anime del Movimento 5 Stelle

13/10/2014 di Ludovico Martocchia

Grillo, Di Battista, Di Maio: populista, mediatico, istituzionale. I tre volti del M5S, a dimostrazione delle contraddizioni interne e delle grandi potenzialità

I 5 Stelle rilanciano. Dopo la disfatta alle elezioni europee, ritornano nei primi servizi dei telegiornali, grazie alla tre giorni del Circo Massimo di questo fine settimana. Un grande successo, commentano i partecipanti e gli organizzatori. Grillo e Casaleggio pensano di avere una buona mano, giocheranno la carta del referendum sull’euro e sul reddito di cittadinanza, un po’ perché ci credono, un po’ per gridare più forte degli altri.

I numeri della manifestazione, come al solito differenti tra loro, parlano chiaro: 150mila secondo la questura, 250mila per Di Maio, mezzo milione per Di Battista. Di sicuro sono tanti. Il popolo grillino risponde presente, c’è volontà di ritornare alle origini, nelle piazze e con i cittadini.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Purtroppo la grande partecipazione a Roma non fa dimenticare quelle che sono le contraddizioni interne, delle antinomie che possono creare un effetto di smarrimento per chi vuole approcciarsi al Movimento per la prima volta. Da un lato troviamo la democrazia interna, dall’altro la forte leadership di Grillo, le consultazioni popolari e le epurazioni, la libertà di espressione e la rubrica del giornalista del giorno. “Raccoglieremo le firme per fare il referendum e uscire dall’euro. A quel punto avremo la maggioranza, chiuderemo il parlamento e andremo a governare”: questo l’ultimo attacco del comico-politico, che non ha bisogno di commenti.

Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio al Circo Massimo
Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio al Circo Massimo

Fortunatamente per i pentastellati e per tutti gli italiani, il M5S non è solo Grillo. Molto spesso il lavoro dei parlamentari viene oscurato da affermazioni poco lungimiranti, che danno adito alle critiche dei giornali (spesso giustificate). Tra coloro che si sono succeduti sul palco, Di Battista e Di Maio sono stati i più acclamati, quasi fossero pronti a prendere il posto del genovese. Rappresentano le altre due facce del movimento.

Luigi Di Maio, classico viso da bravo ragazzo, vicepresidente della Camera, è il volto istituzionale del Movimento. Impersona tutti quei deputati e senatori che si danno da fare in Parlamento. Ha cercato la trattativa con il Partito Democratico per la legge elettorale. È il più vicino a Roberto Giachetti, altro vicepresidente della Camera, in quota dem.

Riconosciuto dagli elettori e dai suo colleghi come il leader del domani, colui che guiderà il governo a cinque stelle. Eppure modestamente allontana il protagonismo, adesso pensa solo all’ostruzionismo costruttivo in aula e ai referendum popolari.

Alessandro Di Battista è il più mediatico. Attivissimo sui social, si ritiene esperto di politica estera (da ricordare il piccolo incidente con l’ISIS), appariva spesso in televisione, prima di sparire definitivamente come tutti i suoi compagni al tramonto delle elezioni europee. Fa segnare il punteggio più alto sull’applausometro del Circo Massimo, rincara la dose sull’alleanza con gli Stati Uniti: “se fossimo al governo, a Obama diremmo che essere alleati non vuol dire lasciargli fare tutto quello che vuole”. Costituisce una sorta di via di mezzo, tra il populismo sfrenato e l’istituzionalismo.

Beppe Grillo non ha bisogno di presentazioni. Dopo i comizi di questi giorni, ha scelto la strategia da seguire: “io non sono mai stato così sicuro che ci stiamo riappropriando della nostra anima. Noi non possiamo diventare un’istituzione. Non siamo una pausa. Noi abbiamo fatto scomparire tutto. Comincia adesso l’avventura”.

Queste frasi oracolari seguono il nuovo programma politico. Ritornare tra i cittadini, nelle piazze, abbandonare il Parlamento. Allora il lavoro, tanto esaltato, dei deputati e dei senatori è stato inutile? Cosa rimarrà del profilo istituzionale raggiunto ormai da più di un anno?

Sembra logico che il popolo italiano si senta confuso. Non a caso sono stati persi così tanti voti alle europee. L’obiettivo è quello di governare l’Italia o rimanere fuori dalle istituzioni? Bisogna seguire Di Maio e scardinare la politica italiana dall’interno, oppure continuare a gridare da un palco con Beppe Grillo?

Tutto ciò a dimostrazione che il peggior nemico del M5S, non è il PD, Repubblica o Berlusconi, ma se stesso. Se i pentastellati sciogliessero alcuni dubbi, per esempio sul ruolo della televisione e sui dibattiti interni, ovvero quanto si possa dissentire, quanto conti l’opinione di Pizzarotti rispetto a quella di Grillo, avrebbero la possibilità di diventare il più grande partito italiano, raccogliendo svariate istanze sociali.

Ovviamente anche le altre formazioni politiche hanno parecchie sfumature (basti pensare agli stessi partiti rientranti nella maggioranza). Tuttavia non è questo il punto. Al M5S serve un’identità precisa, che non si può certo guadagnare con una tre giorni di successo, ma cominciando a spogliarsi di quell’aurea di superiorità e di santità che lo circonda. Perché se così non fosse, M5S o no, il primo partito italiano rimarrebbe sempre lo stesso: l’astensionismo. Altro punto su cui riflettere.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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