La trattativa stato-mafia: vent’anni di dubbi

12/01/2013 di Edoardo Moschini

Dopo un ventennio, sembra arrivato alla fine l’affaire inerente la trattativa Mafia-Stato, quantomeno per la Commissione Parlamentare Antimafia. Questa sarebbe stata instaurata nei primi anni ’90 in seguito alle severe condanne del maxi-processo istruito da due baluardi della giustizia italiana come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la Procura di Palermo, invece, la questione è ancora aperta e il P.M. Di Matteo non sembra intenzionato a fare dietrofront sulla sua richiesta di rinvio a giudizio per gli 11 indagati, tra cui alcuni ex politici di spicco del biennio 1992-94. Il fatto, in breve, è riassumibile in una presunto contatto tra Mafia e Stato, volto a portare un attenuamento delle condizioni carcerarie dei super boss, che erano state rese molto rigide in seguito all’introduzione dell’art. 41 bis all’interno dell’ordinamento penitenziario, in cambio della cessazione degli attentati dinamitardi che avevano colpito alcuni luoghi artistici italiani a Firenze, Milano e Roma.

Oggi ci troviamo di fronte ad una drammatica incongruenza inquisitoria avente contrapposti la Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta dal Sen. Pisanu, e la Procura di Palermo. I primi, infatti, sostengono non vi sarebbe stato alcun “mandato politico” in seno ad una presunta trattativa, ma una semplice iniziativa personale di alcuni membri dell’Arma dei Carabinieri, assolvendo così da ogni accusa tutti i vertici istituzionali dell’epoca. Di contro si batte il pool di P.M. di Palermo, sostenendo la tesi della trattativa tra le massime cariche dello Stato e quelle di Cosa Nostra. Quale sia stata la verità, oramai, ha purtroppo poca importanza. Salvo sorprese straordinarie, infatti, è destinata a rimanere uno dei tanti misteri dell’Italia repubblicana.

In merito vi sono, però, delle considerazioni possibili, a cominciare dal risultato di questa battaglia contro la criminalità. Lo stato ha vinto o perso? Ha ragione la commissione Antimafia o la Procura di Palermo? Purtroppo le risposte a queste domande sono racchiuse in soggetti i quali non possono più darle oppure, semplicemente, non vogliono. Di contro vi è un forte sospetto dell’esistenza, nei primi anni 90, di una o più “formazioni” parastatali costituita da militari, servizi deviati e vari funzionari di governo. Uno Stato nello stato, definizione cacofonica di un qualcosa inaccettabile in una democrazia repubblicana, ma che – nonostante la significativa distanza cronologica dei fatti narrati – risulta ancora molto attuale. Basti pensare alle differenze tra il risultato a cui è giunto l’organo collegiale parlamentare e quello a cui vorrebbe arrivare la Procura di Palermo; differenze incolmabili da una semplice diversità di vedute, ma  radicate in due differenti modi di pensiero: da un lato l’intoccabilità delle più alte cariche dello Stato, dall’altro il dogma base della giustizia italiana: la legge è uguale per tutti.

Anche in questo caso, comunque vada a finire, agli italiani non resterà nulla se non una fitta serie di dubbi concernenti un possibile coinvolgimento dei massimi organi statali in una trattativa con la Mafia. Sembra impossibile, a distanza di venti anni, non riuscire ad appurare una verità dannosa a pochi “intoccabili”, ma capace di dare una ventata di legalità e di giustizia ad un’Italia martoriata da un sistema politico oramai in ginocchio.  Per ora resta introvabile, invece, la prova di un’uscita vittoriosa dello Stato da questa guerra, dal momento che  vi sono troppi lati oscuri non  ancora decifrati, o che forse, per pigrizia o clientelismo, vogliono continuare a rimanere tali; non ci rimane niente se non aggrapparci, allora, alla speranza che i P.M. di Palermo non vengano ostacolati nella loro ricerca della verità, con la speranza risulti speculare a quella a cui è giunta la  Commissione Parlamentare.

Un’ultima dispiacevole riflessione va ad un uomo protagonista della lotta contro la Mafia, il dott. Ingroia; oltre la sua discutibile scelta di scendere in politica, la cosa più  dolorosa per il mio animo giuridico è il tentativo di strumentalizzare la decisione della Commissione presieduta dal Sen. Pisanu (eletto come PDL, adesso Montiano) per fini elettorali, visto l’imminente obbligo per gli italiani di doversi confrontare con simboli e partiti. Spero, ovviamente, le sue parole fossero un sentito sostegno alla Procura di Palermo a continuare con determinazione le indagini e non un attacco trasversale ad un politico di una fazione avversa.

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Edoardo Moschini

Nasce a Torino il 24/04/1985, e scopre fin da subito una passione per le materie umanistiche. Dopo essersi diplomato nel 2004 al Liceo Classico Gioberti di Torino si iscrive, sempre nel capoluogo sabaudo, alla facoltà di Giurisprudenza conclusa nel 2010 con una tesi di diritto penale sportivo sul doping. Nel 2010 si trasferisce a Roma, dove vive tutt'ora, per frequentare la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali presso la LUISS Guido Carli, portata a termine nel 2012. Ha collaborato nel 2012 con l'Ufficio GIP del Tribunale di Roma.
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