Trattativa Stato-Mafia: Riina torna a minacciare il pm Di Matteo

07/12/2013 di Luca Tritto

Mafia, Totò Riina, Di Matteo

Sarà anche un arzillo ottantatreenne, ma di certo non è un uomo qualunque. Salvatore Riina, alias Totò u curtu, il despota assoluto di Cosa Nostra, non ha perso lo smalto e la grinta dei suoi anni migliori (e peggiori per lo Stato italiano). Detenuto nel carcere milanese di Opera e sottoposto al regime di 41 bis, il boss sfoga la sua rabbia e le sue osservazioni durante l’ora d’aria, in compagnia di un altro pezzo da novanta della malavita, Alberto Lorusso, un pugliese affiliato alla Sacra Corona Unita.

Le intercettazioni – Già lo scorso luglio avevamo analizzato le sue dichiarazioni, fatte agli agenti del GOM durante un trasferimento per una udienza. Qualche mese fa, la Procura di Palermo ricevette una lettera anonima in cui si affermava la decisione di Riina di procedere con una azione violenta nei confronti del pubblico ministero Nino di Matteo, titolare dell’inchiesta insieme al suo pool. Dal profilo tracciato da psicologi e criminologi, sembra che l’autore della missiva sia un soggetto delle istituzioni, dunque un doppiogiochista. Ben sapendo con chi si ha a che fare, gli agenti della Direzione Investigativa Antimafia hanno iniziato ad intercettare il boss all’interno del carcere, soprattutto quando, potendo incontrare altri detenuti nell’ora d’aria, si apparta con il “collega” pugliese.

Totò RiinaLe frasi sul processo – Il processo sulla Trattativa Stato-Mafia è ormai il pallino del boss corleonese. “Se fossi fuori, a questi cornuti ci macinerei le ossa”, dice il capo a proposito dei pm palermitani. Il suo nemico è chiaramente Nino di Matteo: “Ma che vuole questo? Perché mi guarda? A questo devo fargli fare la fine degli altri”… È uno che “fa parlare i pentiti, gli tira le cose di bocca”, uno “troppo accanito”. Poi sposta il discorso sulle stragi: “Io avrei continuato a fare stragi in Sicilia, piuttosto che queste cose in Continente, cose ambigue… dovevamo continuare qui”. Infine, riguardo i retroscena delle stragi, dichiara la presenza di accordi segretissimi esterni alla struttura di Cosa Nostra, al punto di dire: “Queste cose i picciotti di Cosa Nostra non dovranno saperle mai”.

È invece di pochi giorni fa l’ultima minaccia nei confronti del magistrato palermitano: “Questo Di Matteo non ce lo possiamo dimenticare. Corleone non dimentica”.

L’analisi – Ciò che sembra strano, è la volontà di Riina nel fare determinate affermazioni dopo quasi 20 anni di silenzio sul tema delle stragi e della trattativa. Forse non sa di essere intercettato e parla a ruota libera, oppure lo sa benissimo e cerca in tal modo di inviare dei messaggi criptati ai suoi affiliati ancora liberi? Fatto ancora più strano, è che, almeno per ora, il processo sembra impantanato in una fase in cui non è emerso nulla di nuovo oltre ai sospetti che hanno portato alla sua indizione. Tuttavia, il quadro che emerge dal dibattimento proverebbe il rapporto tra Riina, considerato un “purosangue” dai suoi, uno che non si sarebbe mai piegato, e parti dell’apparato statale. Forse non vuole apparire come colui che ha cercato una via d’uscita?

Ancora, se fosse al corrente di essere intercettato, le sue parole potrebbero risvegliare la micidiale violenza mafiosa vista durante la stagione stragista. I picciotti e i capi liberi, i quali – a differenza dell’ormai derelitto Provenzano – lo considerano ancora il leader dell’organizzazione, potrebbero captare il messaggio e mettersi al lavoro per colpire. Non a caso, il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, in questi giorni, ha parlato di un possibile ritorno delle stragi, contro magistrati e forze dell’ordine. Ecco perché a Di Matteo è stato messo a disposizione un marchingegno di ultima generazione capace di annullare i segnali che permettono alle bombe di esplodere, mentre è stata smentita l’ipotesi di un trasferimento in località segreta. Utima ipotesi: è probabile che le parole di Riina riguardo un’azione violenta possano fare da copertura ad altri soggetti esterni a Cosa Nostra, a quel punto liberi di agire a Palermo?

Speriamo, per il bene di tutti, che le parole del capo dei capi restino tali.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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