Il lungo tramonto del Berlusconi leader

04/07/2014 di Edoardo O. Canavese

Silvio Berlusconi

Renzi e Berlusconi rinnovano il patto del Nazareno, e blindano l’Italicum. In Forza Italia però scorre il malcontento per un’alleanza d’interesse, che strangola la politica e lascia a piedi senatori che, riformati, non potranno più essere eletti. Ecco perché Berlusconi non è più leader, nell’incapacità di rinnovare la propria ricetta in ossequio ad affari e condanne e di gestire un travaglio interno difficilmente sanabile.

Italicum, atto II – Giovedì 3 luglio Renzi e Berlusconi si sono incontrati nuovamente, lontani dalla smaniosa attesa che aveva avvolto il patto del Nazareno dello scorso gennaio, quando l’Italicum nacque. Allora il Pd si divise sulla convenienza etica e politica della alleanza programmatica con l’ormai decaduto ex premier, che parve rompere col tradizionale antiberlusconismo e scottò Letta, che si vide dettata l’agenda delle riforme. Oggi lo scenario è diverso. Tra i democratici sopravvivono i malumori, pur infiacchiti dall’exploit europeo, particolarmente sul tema delle mancate preferenze, ma stavolta è stato l’ex cavaliere a dover rendere conto della tenuta del patto. Un “incontro positivo”, come giudicato dai suoi partecipanti, che poche ore dopo ha rischiato di essere vanificato dalla tumultuosa assemblea tra Berlusconi e i suoi parlamentari.

Berlusconi-Fitto
Raffaele Fitto, ex Governatore della Puglia, è uno dei principali candidati alla successione di Berlusconi alla guida di Forza Italia

I travagli di Forza Italia – Nella battaglia intestina che sta attanagliando Forza Italia, l’Italicum non ha che un ruolo marginale. Perché al momento della nascita, ancora lontano lo spettro della debacle elettorale, un sistema maggioritario, ostile alla frammentazione partitica e votato alla governabilità pareva assai confacente al pensiero  politico di Berlusconi. E’ vero, brucia la rinuncia all’introduzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato, vecchio pallino del centrodestra, ma i nodi sono altri. Anzitutto la riforma del Senato, vigorosamente osteggiata da Augusto Minzolini, capogruppo FI a Palazzo Madama, paladino della nomina elettorale dei senatori, in una posizione paradossalmente più vicina al frondismo democratico del ticket Civati-Chiti-Mineo che al proprio leader. Ancor più drammatico è il problema della leadership, perché dopo il fallimento europeo della gestione Toti, Berlusconi ha rimandato ogni discussione sulla sua successione, ascrivendo a sé la direzione del partito almeno per tutta la durata delle riforme con Renzi. Tanti dei suoi non l’hanno presa bene.

“Berlusconi caposezione Pd” – E’ questa la caustica istantanea fatta dell’ex cavaliere da Guido Crosetto di FdI. Un giudizio probabilmente condiviso da una buona fetta di parlamentari di FI, perplessi dall’appiattirsi del loro leader sulle posizioni del riformismo renziano nonostante l’apparentemente inarrestabile crisi elettorale. Berlusconi, l’uomo dei colpi di scena, delle spallate, dei volta faccia, nell’analisi dei dissidenti forzisti nasconde dietro la logica del rispetto della parola data sulle riforme, interessi di natura imprenditoriale e giudiziaria rispetto ai quali il patto con Renzi non può venir meno. Di qui gli endorsement pro Renzi di Fedele Confalonieri e Piersilvio Berlusconi, presidente e vicepresidente dell’azienda, la difesa dell’ex cavaliere di Paolo Romani, oggi capogruppo FI alla Camera ma già ministro dello sviluppo economico particolarmente attento agli interessi Mediaset, su cui pesa l’assai gravosa condanna sul caso Cir. Di qui le parole spese da Berlusconi, durante il duro confronto con i parlamentari dopo l’incontro con Renzi, in difesa dell’importanza dell’alleanza, in vista della riforma della giustizia. Ma i malumori non sono placati e l’ex premier si è dato qualche giorno per mettere la parola fine sulle resistenze della fronda interna.

Successione ed eredità – Anche agli incrollabili berluscones è parso doveroso aprire una riflessione sulla guida di Forza Italia, il giorno dopo il misero 19% raccolto alle elezioni per Bruxelles. Il rispolvero dell’antico, vincente nome, la restaurazione dell’indiscussa leadership dopo il delfinato di Alfano, gli slogan del glorioso ’94 e la collaborazione pragmatica con Renzi hanno fatto solo il gioco di quest’ultimo, homo novus, giovane, politicamente ficcante dall’alto della sua scalata da sindaco a premier. Il primo ad aprire la corsa alla successione è stato Raffaele Fitto, campione di preferenze europee in FI, tifoso delle primarie ed ostile all’immobilismo del partito sul tema del cambio generazionale, che Renzi stesso ha imposto agli avversari. Una candidatura in evidente opposizione a quella che pare la più naturale successione in un partito cesarista, quella dinastica, quella della figlia Marina, la quale non ha mai palesato con evidenza una propria disponibilità, ma che sarebbe certamente persona gradita ai fedelissimi Verdini e Romani, ultimi baluardi del matrimonio politica-affari di Berlusconi. Il quale, non dimentico dell’apparato finanziario che ruota intorno a Forza Italia, batte cassa. Il partito ha un passivo di 87 milioni; servono finanziatori, ma soprattutto il pagamento delle quote d’iscrizione, alla quale molti parlamentari ancora non hanno adempito. Quasi un gesto di sfida, nei confronti di un leader il cui potere e la cui legittimità politica paiono definitivamente ridimensionati.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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