Tra Lega, Lombardia e macroregione

28/02/2013 di Andrea Viscardi

Macroregione. E’ questo il termine ripetuto più e più volte dalla nuova Lega di Roberto Maroni. In una sorta di ritorno alle origini, il Partito, ha deciso di abbandonare l’idea del federalismo fiscale – sempre sostenuto per portare vantaggi alle regioni più produttive del nord – e non ha avuto paura di ritornare a puntare forte sul governo delle regioni, piuttosto che sul numero di parlamentari a Roma. Il territorio, prima di tutto. Un ritorno alle origini, lontano dalle tentazioni romane, che tanto hanno deluso gli elettori. Dopo gli scandali, un forte calo nel sostegno degli elettori era scontato, così come quello successivo all’alleanza con Silvio Berlusconi. Poco importava, però, ai vertici. L’obiettivo era la Lombardia, così da creare il “nord leghista”. Obiettivo assolutamente raggiunto. Piemonte, Lombardia, Veneto: tre regioni, tre presidenti leghisti.

Roberto Maroni, Lega NordLa vittoria Lombarda, in realtà, era più scontata di quanto non si potesse immaginare. I punti di vantaggio di Maroni, 4.57, sono simbolo di una regione che ha trovato da anni il suo equilibrio nelle forze leghiste. Le uniche eccezioni, il mantovano e Milano, per quanto significative, non possono bastare a capovolgere le sorti dell’intero territorio. Certo, Ambrosoli, avendo dalla sua anche il vantaggio di non essere propriamente un uomo di sinistra, è riuscito ad attirare maggiori consensi di quanto non abbia fatto la coalizione per il Senato e per la Camera, ma il ribaltone resta ancora lontano. Forse con un appoggio maggiore del PD al candidato sindaco si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso. Neanche lo scandalo Pirellone è stato in grado di cambiare le sorti della regione, ci si chiede, allora, per quale motivo dovrebbe cambiare il trend in futuro.

Torniamo quindi, alla macroregione. Il concetto, di per sé, vuol dire tutto e nulla. La questione del 75% di tasse è puramente propagandistica. D’altronde Berlusconi, prima di sostenere l’idea nella fase di chiusura della campagna elettorale, si era lasciato sfuggire che le percentuali, oggi, non sono di molto inferiori alla cifra desiderata dal Carroccio (in realtà sono a circa il 67% compresi della spesa sociale, quindi mancherebbero una quindicina di miliardi). In ogni caso, un cambiamento di questo tipo, richiederebbe tempi piuttosto lunghi, è stata bocciato non solo da Roma ma anche da quella Confindustria che rappresenta gli imprenditori e, soprattutto, risulta difficilmente realizzabile stante la legislazione: il Parlamento dovrebbe autorizzare la Lombardia, dalla quale provengono 50 miliardi all’anno destinati alle altre regioni italiane, di trattenere tale cifra. Vorrebbe dire diminuire di circa il 40% le fonti di aiuto – soprattutto per il Sud – proveniente dalle regioni italiane. Prospettiva piuttosto difficile da realizzarsi.

 Nell’idea di Maroni, però, vi è un particolare molto interessante.: il Leader della Lega ha citato varie volte, nel corso dei suoi numerosi interventi sulla questione “macroregione”, Bruxelles. L’intenzione è di rendere il nord competitivo – al contrario di quanto sia l’Italia in questo momento – anche in Europa. L’impressione sembra essere quella, in un contesto di profonda coordinazione tra Veneto e Lombardia, di strutturare più efficientemente gli uffici di rappresentanza regionale nell’Unione, cercando di portare avanti posizioni comuni che possano avere un peso maggiore sia verso Roma che verso l’Europa. L’Italia, su questo tema, è probabilmente il più arretrato tra i 27, sinora non solo incapace di effettuare azioni di lobbying europeo – e a livello regionale e a quello nazionale –  ma anche abilissimo a rendersi ridicolo presentando, sullo stesso tema, varie posizioni molto diverse. Una strategia del genere, in caso di successo, porterebbe indiscutibili vantaggi a livello territoriale e sarebbe capace di rilanciare prepotentemente il Carroccio anche su scala nazionale.

Intanto, nella coalizione, è subito tensione sulle nomine, soprattutto con i componenti più vicini a Formigoni (sanità, trasporti), oltre che dello stesso esponente di CL, intenzionato a tenersi stretto il ruolo di commissario generale dell’Expo. Tafferugli del post elezioni, normale amministrazione. Certo è che Maroni, prima di pensare alla macroregione, dovrà impegnarsi a fondo per rinnovare la Lombardia, se non si vuole rischiare, nel giro di poco tempo, un nuovo scandalo. A quel punto – una volta per tutte – quella che era la regione considerata più efficace d’Italia, diverrebbe un nuovo simbolo dei vizi e degli abusi della politica. La macroregione, forse, può aspettare ancora.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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