Tra competenze esclusive e costi standard: due punti fondamentali della nuova riforma del Titolo V

09/07/2014 di Luca Andrea Palmieri

Senato della Repubblica

Si può, anzi è doveroso, criticare nel merito i punti controversi delle riforme istituzionali discusse in questi giorni al Senato. Tuttavia non si può negare quanto queste siano necessarie al Paese. In particolare se pensiamo alla riforma del Titolo V della Costituzione, vero e proprio fallimento – spesso sottovalutato – della politica italiana dell’ultimo ventennio. Il nodo della discussione non è certo la volontà riformatrice alla base del progetto portato avanti all’inizio dello scorso millennio, tutt’altro.

I guai del Titolo V. La riforma del Titolo V, avvenuta grazie alla legge costituzionale n.3 del 2001,  era stata inaugurata con le migliori intenzioni: aumento di competenze per le autonomie, maggiori responsabilità di Regioni ed enti locali per favorire un controllo del cittadino più centrato sul territorio. Quel che si può contestare è che probabilmente, su alcuni punti, si è utilizzata una certa superficialità. Una superficialità che ha portato ad un fallimento inatteso da molti. Parte dell’insostenibile debito pubblico italiano, deriva dal fatto che le Regioni abbiano sfruttando il “famigerato” criterio della spesa storica, piuttosto che basarsi su un criterio, più generico ma doveroso, di responsabilità: ogni anno il fabbisogno di denaro pubblico per l’ente viene calcolato sulla base della spesa degli anni precedenti. Un sistema che ha permesso negli anni di istituzionalizzare gli sprechi, moltiplicati con l’aumento delle competenze di stampo regionale.

titolo-v-corte-costituzionale
Giudici della Corte Costituzionali riuniti al palazzo della Consulta

Inoltre l’intera l’efficienza del sistema legislativo ha finito per soffrirne: la famosa “competenza concorrente” presente all’art. 117 della Costituzione prevede che, su alcune materie (tra cui scuola, beni culturali, ricerca e sviluppo, etc.), lo Stato legiferi in linea generale e la Regione si occupi della parte più specifica. Per il resto le competenze spettano in via esclusiva alle Regioni, anche su materie fondamentali quali il turismo e la sanità. Spesso è successo che all’intervento legislativo Statale non sia seguito quello regionale o che le Regioni entrassero nel merito di materie concorrenti senza l’input legislativo dall’alto. Con il tempo si sono creati dei criteri per imporre una legislazione in tutti i casi, ma nonostante questo, i ricorsi alla Corte Costituzionale si sono moltiplicati a dismisura, rischiando di intasare l’unica istituzione giudiziaria che, fino al 2001, non aveva migliaia di cause in sospeso.

Titolo V, la nuova riforma. In questo senso, al netto di tutti i dubbi che legittimamente le riforme istituzionali in programma stanno portando, sono previsti dalla nuova riforma (che la vulgata giornalistica solitamente riduce al Senato, ma è in realtà ben più ampia) interventi interessanti. Uno di questi, tra l’altro già soggetto ad ampie critiche, riguarda l’abolizione della già citata “competenza concorrente”.

Salvaguardia interesse nazionale. Ad oggi il nuovo sistema dovrebbe eliminare le competenze concorrenti e dividere nettamente tra competenze esclusive, mettendo dei paletti che eviteranno blocchi e ricorsi, prevedendo nel frattempo una “clausola di salvaguardia dell’interesse nazionale” che permetta allo Stato di intervenire laddove sia necessaria la “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica”, indipendentemente dal fatto che la competenza gli spetti o meno. E’ un sistema che ricorda in larga parte quello utilizzato oggi dalla Repubblica Federale Tedesca. Il testo deve passare ancora il vaglio dell’aula, dove tutto può cambiare, ma sovvengono due dubbi al momento. Il primo: come evitare che l’abuso di questa clausola? Si parte dal concetto che la sua presenza è necessaria, per evitare che tra regioni diverse si creino standard totalmente diversi, nonché perché lo Stato abbia margini di intervento in caso di sprechi conclamati. La sensazione è che ci sia bisogno come al solito di una certa responsabilità tra entrambe le parti, per evitare che, ancora una volta, sia la Corte Costituzionale a dover intervenire, continuamente.

Competenze esclusive. Ma la Sanità? Il secondo punto riguarda le competenze esclusive delle regioni, e in particolare il fatto che, come pare, la sanità dovrebbe rimanere di competenza esclusiva regionale. Dopo i disastri degli ultimi anni, con picchi di follia in Lazio e Campania, è giusto lasciare ancora un settore delicato come quello sanitario nelle mani regionali? E’ vero che va evitata una “sfiducia incondizionata”, ma la paura è che, come spesso è accaduto, si lasci spazio agli affaristi locali, ben collegati col tessuto politico del territorio, a sfavore dell’efficienza.

Costi standard. Una risposta sta nell’altra novità che pare stia per essere introdotta in Costituzione e che già, proprio nella sanità, trova un’applicazione attraverso una legge statale: l’uso del criterio dei costi standard. E’ un sistema che aiuta a scardinare la spesa storica: i costi standard sono, in sintesi, i migliori disponibili sul mercato, rilevati da un ente apposito, a cui tutti gli enti si devono uniformare. Per fare un esempio: se risultasse che il costo delle siringhe sia il doppio in Calabria rispetto che in Umbria (l’esempio è puramente casuale), allora la Calabria dovrà uniformarsi quanto più possibile al prezzo migliore per ridurre gli sprechi. L’applicazione di questo criterio non è facile, ma migliorerebbe molto la situazione attuale. Sia chiaro, tutto fila se l’ente di controllo fa bene il suo lavoro. E’ anche vero però che una realtà con questo compito avrebbe molti più occhi puntati addosso di ogni singola Regione.

Efficienza. La nuova riforma del Titolo V dovrebbe prevedere, all’art. 119, “indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno” per ogni singolo ente, dalle Regioni ai Comuni, che andrebbero “uniformati a criteri di efficienza”. Insomma, si costituzionalizzerebbe un criterio improntato, per l’appunto, all’efficienza. E questo potrebbe essere un importante passo avanti per la riduzione della spesa pubblica. La presenza in Costituzione di questa riga potenzialmente avrebbe un effetto a cascata: tutti gli enti dovranno uniformarsi a questo criterio, che sarebbe anche sindacabile davanti alla Corte in caso di palesi violazioni. Certo, tra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano, ma sarebbe un passo avanti.

Bisogna tenere presente una cosa: i benefici di queste riforme non sarebbero immediati, e sarà il modo in cui, alla fine del loro iter, passeranno al vaglio del Parlamento che deciderà la loro efficacia. Tuttavia, e questo non è mai abbastanza chiaro, su una cosa il Premier ha ragione: per riformare l’Italia bisogna partire dal modo in cui le istituzioni lo governano. E’ un ragionamento che viene ancora prima del modo in cui queste vanno riformate: semplicemente l’attuale Titolo V (così come il bicameralismo imperfetto, con la sua lentezza e le sue storture che portano ad obbrobri come i “decreti milleproroghe”) non si è rivelato abbastanza efficiente a garantire il funzionamento di questo paese. E’ ovvio che la responsabilità di ogni governante è alla base della riuscita di ogni progetto di governo, però le condizioni di base devono aiutare. Quelle attuali, semplicemente, non lo fanno.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus