Il tour asiatico di Barack Obama

01/05/2014 di Iris De Stefano

Barack Obama, Tour Asia Stati Uniti

Asia – Il Presidente americano Barack Obama ha da pochi giorni concluso il suo tour asiatico, a lungo preannunciato dai giornali di tutto il mondo (tranne quelli italiani – ovviamente). In realtà quasi tutti i commentatori sono concordi nel ritenere che il tour – già rimandato da ottobre scorso ad aprile a causa dello shoutdown del governo – sia stato molto più sottotono di quanto annunciato. La poca incisività del Presidente statunitense nel perseguire attivamente il Pivot to Asia che sarebbe dovuto essere il caposaldo della politica estera del secondo mandato Obama, rispecchierebbe la mancanza di una visione organica dell’America proiettata nel mondo, già provata con la debolezza dimostrata in Siria ed Ucraina. Ai limiti personali del Presidente si aggiungerebbero poi i necessari tagli al budget (tra cui quelli alla difesa) per contenere l’enorme esposizione americana in termini di deficit.

Il tour – Con tappe in Giappone, Corea del Sud, Malaysia e Filippine il tour di una settimana di Obama ha però chiarito – laddove fosse ancora necessario – l’esclusione della Cina dal gruppo degli alleati chiave americani nel Pacifico. Esclusione che diventa ancor più grave dopo la diffusione, da parte dell’ International Comparison Programme, di dati secondo cui – a parità di potere d’acquisto – l’economia cinese arriverà a superare quella americana alla fine del 2014, contro le stime del Fondo Monetario Internazionale che lo ipotizzavano solo nel 2019. I media di stato cinesi avevano subito ribattuto alle rassicurazioni fatte da Obama ai partner strategici sulla compattezza dei vincoli delle alleanze definendole una “gabbia” in cui rinchiudere il gigante cinese e su il Quotidiano del Popolo, uno dei principali organi di informazioni asserenti al Partito Comunista in un editoriale ci si chiedeva se il Presidente americano fosse un “pompiere” o un “provocatore”.

Tour Asia Brack ObamaLe Coree – Commenti non di certo lusinghieri sono giunti anche dagli organi ufficiali non coreani, che hanno accusato la Presidentessa Park Geun-hye di essere una “prostituta” al servizio del “pappone” Obama che avrebbe dovuto rimandare la visita in seguito all’affondamento del traghetto Sewol causando la morte di circa 300 persone. La Presidentessa è in realtà figlia di Park Chung-hee, uno dei dittatori che governò, con l’appoggio statunitense, per circa venti anni, dal 1961 al 1979 ed in realtà aveva confermato la “politica di fiducia” (trustpolitik) nei confronti della Corea del Nord, in base alla quale sono stati offerti a Pyongyang aiuti su larga scala in cambio di progressi nel campo della denuclearizzazione del territorio. Le dichiarazioni, certamente forti, emanate dalla Commissione per la Riunificazione pacifica della Corea, sono solo le ultime di una sfilza crescente di attacchi che sono diventati sempre più personali e diretti.

Il Presidente Obama e la Presidentessa Park hanno, durante la visita dello scorso aprile a Seoul, avvertito Pyongyang di star osservando seriamente l’aumento di attività attorno ai siti nucleari nordcoreani e che un’eventuale detonazione di un quarto ordigno comporterebbe il rafforzamento delle sanzioni nei confronti del regime. Ulteriori sanzioni andrebbero a danneggiare un già precarissimo e spesso impenetrabile sistema sociale, soprattutto in un momento in cui la Cina, principale sostenitore economico ed alimentare nordcoreano, non sembra invece disposta a sopportarne le spese economiche e (soprattutto) di immagine.

Il futuro dell’area rappresenta la grande sfida della seconda amministrazione Obama ma soprattutto di quella successiva al primo presidente afroamericano della storia americana. La quasi totale mancanza di crescita nel primo trimestre del 2014 dell’economia americana, le stime sul sorpasso di quella cinese, la nuova attività nordcoreana sono solo alcune di sfide dalla complessità profonda che richiedono, per essere affrontate, una proiezione degli Stati Uniti nel mondo e una forza economica che in questo momento sono assenti.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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