Totò Riina, tra omertà e frasi sibilline

04/07/2013 di Luca Tritto

Torna a “parlare” il capo dei capi di Cosa Nostra, dalla Trattativa al ruolo dei Servizi segreti

Totò Riina

Totò Riina – Avrà anche la bellezza di 83 anni, ma Salvatore Riina, alias Totò u curtu, con una sola parola potrebbe far tremare molte persone. Pluriergastolano al 41bis per una carriera criminale tra le più spaventose al mondo, il boss di Corleone ha ripreso a mandare messaggi sibillini dal carcere di Opera, nel quale è rinchiuso. Durante uno spostamento all’interno del carcere per assistere in video-conferenza ad uno dei processi che lo vede imputato, Riina si sarebbe lasciato andare con le guardie carcerarie del GOM, il reparto che gestisce i detenuti ad alta pericolosità. Frasi inquietanti, con la consapevolezza che il messaggio sarebbe arrivato a destinazione. Ecco le sue parole, riportate da una relazione degli agenti del GOM.

Stato Mafia – Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me“. Sicuramente, per “loro” sono da intendere gli ufficiali del ROS, sospettati di aver intavolato una trattativa con i vertici di Cosa Nostra al fine di fermare le stragi in atto nel 92-93. I contatti, secondo i pm, sarebbero stati presi da Mario Mori, oggi Generale, con l’ex sindaco democristiano di Palermo, Vito Ciancimino, da sempre amico fraterno dell’altro leader corleonese, Bernardo Provenzano. Ipotesi avallata dalle parole del figlio di Don Vito, Massimo, il quale fu per anni il segretario di suo padre e, quindi, a conoscenza di molti suoi segreti. Massimo parla – ha scritto anche un libro – affermando come i rapporti tra Stato e Mafia effettivamente vi furono e andarono avanti per molto tempo. L’obiettivo, oltre a fermare lo stragismo, era catturare i capi corleonesi, in cambio di un equo trattamento per le loro famiglie. Trattative del terrore. La verità, invece, è lungi dall’essere dimostrata.

Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri“. È un altro tassello che si aggiunge all’ingarbugliato mosaico che i giudici di Palermo stanno cercando di sbrogliare. Come già affermato da Massimo Ciancimino, attraverso la mediazione del Dott. Antonino Cinà, Mori e De Donno ottennero una mappa di Palermo dove era cerchiata in rosso la zona dove fu poi effettivamente arrestato Riina. La mancata perquisizione del suo covo, poi, sarebbe una prova a favore dell’ipotesi. Visti i rapporti con Provenzano, non sembra da scartare l’ipotesi che Ciancimino abbia suggerito questa idea: liberarsi dell’incontrollabile Riina, porre fine alle stragi e permettere a Provenzano, una volta deposto Leoluca Bagarella, di riorganizzare Cosa Nostra inaugurando la strategia dell’immersione. Nel silenzio.

Via D’Amelio e Servizi – Di questo papello non ne sono niente. Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c’è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l’agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l’agenda. In via D’Amelio c’erano i servizi“. Cosa avrà voluto dire? Il sospetto della presenza di agenti dei Servizi nella preparazione dell’ordigno che uccise Paolo Borsellino è nato dalle dichiarazioni di alcuni pentiti. È una storia complessa, quella dello stragismo. Già i fatti del fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone rivelò presenze inquietanti. Una ipotetica lotta tra servizi buoni e cattivi, di cui fecero le spese gli agenti Antonino d’Agostino, ucciso poi insieme alla moglie, ed Emanuele Piazza, rapito e strangolato. Troppo per non sospettare. Per non parlare poi, come dice sempre Riina, della presenza di una “base” dei servizi in un hotel palermitano, misteriosamente sparita dopo l’attentato di Via d’Amelio. Infine, l’onnipresenza del famigerato Signor Franco, identificato da Massimo Ciancimino come il vero tessitore delle trame nell’ombra tra lui, Provenzano e lo Stato. Di lui, Riina, afferma di non saperne nulla.

Il Divo – Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre“. Eccola qui, la storia del bacio. Negata da tutti, ipotizzata da molti. Magari non vi fu un incontro di persona, ma i rapporti tra Andreotti e la Mafia sono giuridicamente accertati dalla sentenza di condanna poi caduta in prescrizione ai danni del Divo. Rapporti provati fino al 1980, con uomini del calibro di Stefano Bontade, il Principe di Villagrazia, falcidiato dai Corleonesi nella loro scalata al potere contro le famiglie palermitane. Cosa ci sia di vero non si sa. Tuttavia, la storia ci consegna un’immagine a tinte fosche di ciò che fu il grande abbraccio tra politica, mafia, massoneria e servizi segreti, cementati da un unico spirito: l’anticomunismo militante. Del resto, si era in piena Guerra Fredda.

Mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura“. Come interpretare queste parole? Di regola, un boss in carcere non perde il suo titolo, a meno che non lo passi al successore. Figuriamoci quando si parla di Totò u curtu. Alcune inchieste hanno dimostrato come i mafiosi liberi abbiano tentato di ricostruire la Cupola provinciale a Palermo, mettendone lui a capo, nonostante il 41bis. Ma, forse, le sue parole possono essere interpretate diversamente, come a dire: ” so cosa succede, ho la visione d’insieme, quindi è meglio per tutti stare attenti a come ci si muove”. E si, perché se solo Riina parlasse, sarebbe capace di far tremare lo Stato dalle fondamenta. Invece, di parlare non ne ha nessuna voglia, sebbene, lanciando questi messaggi, dimostri come una trattativa ci sia stata, ma che non era solo lui a guidare i giochi, in quegli anni di sangue e trame oscure.

The following two tabs change content below.

Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
blog comments powered by Disqus