I toni alti del M5s: perchè stupirsi?

05/02/2014 di Luca Andrea Palmieri

M5s, toni e strategia

Le dichiarazioni di Grillo sulla Boldrini, il tweet di Messora, le irruzioni con insulti contro le deputate del Pd, le polemiche sul Napolitano “boia” (e relativa memoria storica corta di chi non ne comprende il motivo), e, ultime, le manette della Lega e la protesta al Parlamento Europeo. Sono solo gli ultimi capitoli di una corsa a “chi la spara più grossa” in questo convulso e difficile periodo politico.

M5s, comunicazione e strategiaReazioni parzialmente errate? Le reazioni del resto dell’arco parlamentare non si sono fatte attendere. A partire dalla Boldrini che, a “Che Tempo che fa” ha severamente criticato il tono e le metodologie degli attacchi. Le proteste di chi ha definito “fascisti” coloro che, nella rete o in luoghi più o meno istituzionali, tengono un atteggiamento denigratorio e volgare, hanno attraversato un po’ tutte le forze politiche e molte di quelle intellettuali. L’immagine del libro di Augias bruciato in un camino, dopo che questi aveva fortemente criticato il Movimento 5 Stelle alle Invasioni Barbariche di Daria Bignardi, non ha fatto altro che aizzare ancora di più i critici. Ma questo atteggiamento è sbagliato e quantomeno ingenuo. In fondo dovremmo essere, noi pubblico non pagante del circo politico, abituati a questo genere di polemiche. A inizio anni ’90 la prepotente esplosione della Lega nell’agone politico aveva suscitato altrettanto scandalo: i toni forcaioli di Bossi e dei suoi, le spinte scissioniste, la “Roma Ladrona”, e un linguaggio che non lasciava certo spazio all’interpretazione, avevano sconvolto una politica piuttosto abituata a toni per lo più affettati ma cortesi. Certo, col tempo la Lega si è “inserita” nei palazzi (fin troppo bene, racconta la cronaca, anche di questi tempi) e il linguaggio ha perso quel colore dei primi tempi. Nonostante ciò, tutti in Parlamento, viste anche certe lunghe frequentazioni, dovrebbero saper affrontare questo sistema di comunicazione: perché di questo si tratta.

Strategia di comunicazione. Questo linguaggio colorito, questi toni volutamente accesi, furono una delle basi del successo della Lega negli anni ’90. Soprattutto all’inizio, quando il boom del ’94 sorprese un po’ tutti:  a livello nazionale presero l’8%, che per un partito a forte radicamento territoriale, votato soprattutto dall’Emilia in su, significava intorno al 20% nelle singole regioni: percentuali locali non troppo lontane da quelle odierne degli stellati. Anche al tempo c’era la crisi economica, seppur minore di quella odierna: era appena passato il governo Amato con la sua maxi-manovra e il prelievo forzoso del 6‰ sui conti correnti. Tangentopoli, tra l’altro, era terminata da poco, e il quadro politico nazionale doveva ancora stabilizzarsi. E’ evidente come il terreno per i leghisti fu fertile. La situazione oggi è differente per tanti motivi, ma alcuni elementi sono simili. Su tutti c’è la crisi, molto più forte, con il crollo di un paese che non è mai riuscito a riformarsi. Per quanto Berlusconi riesca sempre ad essere un protagonista, si sta lentamente preparando il campo al suo “post”, dopo che per 20 anni la sua presenza è riuscita a congelare, a causa sua e di chi non ha saputo affrontarlo, lo scenario politico. Cambiano le leadership, cambiano i modelli, e ancora una volta cambia la struttura partitica del paese. In questo contesto dove confusione e malcontento si mescolano, le basi erano ottime per lo spettacolare ingresso di Grillo e Casaleggio, con uno stile e un lavoro dietro molto più ampio di quello della Lega, che era tutto sommato artigiano.

Stupore ingenuo. Nessuno dovrebbe stupirsi se i toni odierni si alzano tanto e con questa frequenza. La sensazione è che, soprattutto in questi giorni, alcuni del Movimento si stiano comportando come un centro sotto canestro, quando sa che lo aspetta una partita fisicamente dura, con molti scontri: testa subito la tolleranza dell’arbitro, cerca il contatto, vede fino a che punto può usare spinte e peso per capire, quando ancora i falli sono pochi, qual è il limite. Gli errori capitano, magari qualcuno più ingenuo si spinge troppo oltre e va redarguito, ma dopotutto poco importa per una forza politica così nuova. L’importante è tenere il più alto possibile il tono del dibattito. Perché è questo il mezzo principale di una forza politica nuova, di protesta e tipicamente d’opposizione, specialmente se totalmente contraria al compromesso (quantomeno data la sua volontà di allearsi con nessuno, viste anche le scelte proporzionaliste: in futuro chissà). E fare rumore significa farsi sentire, farsi sentire significa acquisire “potere mediatico”.

Alla ricerca del voto. Inutile nascondersi, tutte le forze politiche ne hanno bisogno se vogliono sperare di massimizzare il proprio risultato elettorale, stellati compresi. Più rumore c’è, più i giornalisti ne danno risalto (e spesso sono veri e propri lanciatori di benzina sul fuoco: altro che nemici, usati nel loro piccolo alla grande, anche senza che se ne rendano conto). Più il discorso si focalizza sullo scontro, per quanto magari poco rilevante rispetto alla sostanza delle cose (si vedano, oggi 5 febbraio, le prime pagine dei giornali: titoli per le manette, della Lega stavolta, trafiletti sul contenuto del decreto svuota-carceri), più viene attirata l’attenzione, e si nascondono eventuali imprecisioni o equivoci. E’ una questione di comunicazione, e di come funziona quella di massa: cosa che Casaleggio sa benissimo. Resta da capire qual è il limite oltre il quale si rischia di tirar troppo la corda e quello che precede il rifiuto da parte della gente, nonché qual è il massimo che questo trend può portare in termini di consenso.

Serve a poco la reazione stizzita, il richiamo al fascismo (che poi, il libro bruciato viene da una singola persona: di certo è grave, e visti gli ultimi tempi fa campione, ma è un bene trattarlo con questo isterismo?) e alla serietà istituzionale.  Sono pochi, tra l’altro, gli stinchi di santo: così non si sposta un voto e sicuramente non si sgonfia niente. Al limite la reazione può essere spontanea. L’unica risposta che la politica può dare a questo atteggiamento “contro-politico” (e non “anti”: è una distinzione importante) è quella di portare risultati: quel che fino ad oggi gli riesce meno. L’alternativa è continuare a tirare la corda fino a che questa, in un modo o nell’altro, non si spezzi.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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