Tobin tax, pregi e difetti di una delle questioni più calde del 2013

15/02/2013 di Giacomo Bandini

James Tobin
James Tobin

Nel 1981 l’ambito Premio Nobel per l’economia andò a James Tobin, il cui nome, rimasto nell’ombra per anni, gode di un nuovo momento di notorietà dovuto alla discussione sull’introduzione di un’eventuale Tobin Tax nel sistema europeo. Fu infatti James Tobin, nel 1972, dopo l’affare Watergate e dopo l’abbandono del sistema di Bretton Woods, a proporre una nuova forma di tassazione: quella a  percentuale variabile sulle transazioni finanziarie, capace di colpire, in particolare,  le speculazioni a breve termine. Oggi lo scenario finanziario è profondamente mutato e con l’avvento della crisi globale, il fenomeno speculativo è aumentato enormemente rispetto al lontano ’72. Proprio per questi motivi i sostenitori della Tobin Tax sono tornati alla carica e l’Ecofin ha deliberato il 22 gennaio in favore della sua introduzione in ben 11 Paesi dell’UE, fra cui l’Italia, ma con procedimento di cooperazione rinforzata.

Per capire come avverrà la sua introduzione nel nostro paese è necessario fare qualche passo indietro fino al gennaio del 2012 e al Ddl Stabilità, che ha previsto al suo interno le tappe di applicazione della tassa sulle transazioni finanziarie. L’esordio slitta però dal primo giorno di gennaio al primo marzo, anche perché non vi era ancora la decisione comunitaria di adozione presa, come già ricordato, dall’Ecofin, lo scorso mese.

La prima tappa riguarderà l’ingresso di una prima aliquota, il cui valore sarà pari allo 0,1%, volta a colpire il mercato azionario da cui saranno però esenti le azioni emesse da società con capitalizzazione inferiore a 500 milioni di euro. La seconda invece partirà a luglio 2013 e prevede l’introduzione di una tassa allo 0,01% che riguarderà il mercato dei titoli derivati e tutti gli altri tipi di contrattazione in vigore. Al tutto si aggiunge un’aliquota “made in Italy” valida si tutti i mercati dello 0,2% su ogni operazione di trading ad “high frequency” ovvero fatta automaticamente da programmi informatici a intervalli di frazioni di secondo; gli strumenti dei grandi speculatori internazionali.

Ma quali sono realmente i pregi di questa tanto contestata tassazione? E quali i limiti e i rischi?

Il primo aspetto positivo da sottolineare oltre al contributo della Tobin alla lotta anti-speculazione è la possibilità di ottenere entrate per miliardi di euro. Un discreto successo ha infatti avuto un provvedimento simile introdotto in Gran Bretagna: lo Stamp Duty Reserve Tax. Capace di racimolare ogni anno 5 miliardi, senza nemmeno essere aggiornato all’arrivo dei derivati. Il secondo aspetto concerne i destinatari principali dell’imposizione che, se attuata concretamente la legge e se apportati i necessari correttivi (siamo ancora in tempo), potrebbero essere soprattutto gli hedge-founders e gli investitori ad alta frequenza di scambi: ovvero i “veri speculatori” del sistema. Terzo aspetto positivo è che colpire i derivati che ad oggi ammontano ad un valore che supera le decine di migliaia di miliardi di euro sarebbe propedeutico ad una futura azione di diminuzione dello spregiudicato utilizzo di questi strumenti finanziari inquinati.

Vi sono però alcuni potenziali limiti che potrebbero palesarsi con l’introduzione della Tobin Tax. Innanzitutto vi è il rischio reale che gli investitori si spaventino di fronte ad una tassa sulle transizioni finanziarie ed il numero di queste si riduca progressivamente causando perdita di liquidità al sistema borsistico italiano. Altro limite è il rischio che nelle legislazioni nazionali non si tenga conto della residenza degli autori degli scambi, qualsiasi essi siano privati, fondi, banche, e che di conseguenza vengano colpiti in ugual modo residenti e stranieri. Terzo problema che potrebbe sorgere è che in un mercato come quello italiano che necessita di investimenti dall’estero, da anni carenti, venga disincentivato l’ingresso esterno con l’apposizione di una tassa su tutti i tipi di scambi.

Vista in questo modo la Tobin Tax nonostante le forti opposizioni ricevute, soprattutto dalla Gran Bretagna – che come detto possiede già una regolamentazione simile – e dall’Olanda, sembrerebbe comunque un potenziale positivo punto di partenza per la regolamentazione del mercato dei derivati che hanno appena distrutto un pilastro bancario nazionale come Monte dei Paschi di Siena. Sembrerebbe, perché come al solito in Italia siamo bravi a fare le cose a modo nostro. La legislazione attuale infatti non indica in modo preciso quali strumenti concernenti i derivati e si limita a dichiarare soggette a imposizione solo le azioni e i derivati sulle azioni. Manca dunque l’elenco di strumenti di vera e propria speculazione che vanno dai futures ai credit default swap, non considerati per l’appunto dalla regolamentazione così come si configura. Inoltre si parla di attivare l’aliquota rilevando le posizioni alla chiusura di giornata, lasciando liberi gli speculatori di concludere gli scambi a velocità estreme durante le sedute. Insomma ancora una volta a pagarne le conseguenze potrebbe essere il povero investitore normale che conduce sessioni di borsa tranquille e a medio-lungo periodo. Uno chiunque di noi in poche parole. Reggerà il sistema all’impatto con questa nuova tassa?

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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