Tibet: quando la lotta per la libertà è sottovalutata

30/03/2013 di Elena Cesca

Tibet – Giovedì 28 Marzo, Kunchok Tenzin, monaco tibetano di 28 anni, si è dato fuoco nei pressi di un monastero nella provincia cinese del Gansu, per protestare contro i soprusi perpetuati a danno della comunità tibetana da parte delle truppe d’occupazione cinese. Tre gli episodi dello stesso genere negli ultimi tre giorni, 16 dall’inizio dell’anno, 114 dal 2009. Più di 1 milione e 200 mila i civili tibetani che hanno perso la vita  dal 1950. Quella tra il governo tibetano del Dalai Lama, in esilio in India, e il governo cinese è una questione complessa, fatta di violazioni della dignità umana, del diritto di religione e annientamento culturale, che si trascina da sessant’anni, tra l’inettitudine della comunità internazionale e il dramma dela popolazione.

Tibet, le fiamme avvolgono un monacoLa storia – Il Tibet, Tetto del Mondo, culla di una corrente della religione buddhista, è una regione dell’Asia centrale,  invasa dai Cinesi e annessa alla neonata Repubblica Popolare Cinese nel 1950. Inizialmente, secondo l’Accordo dei 17 Punti, i Tibetani legittimavano la presenza di un contingente cinese nel territorio, autorizzavano la gestione della politica estera, ma non l’intromissione nella politica interna. In cambio, il governo di Lhasa (Tibet) otteneva l’inserimento di graduali riforme per l’integrazione della regione nella Repubblica Cinese. Tuttavia, gli accordi vennero ben presto disconosciuti da entrambe le parti e l’esercito cinese si mostrò sempre più intollerante dinanzi alle pratiche dei fedeli buddhisti. Da allora, il governo di Pechino ha inviato circa 7,5 milioni di cinesi non tibetani in modo tale da nazionalizzare la regione e sopraffare i 6 milioni di indigeni.

Annichilimento – Già nel ’59, nelle rivolte represse nel sangue, si contavano più di 65.000 vittime tibetane e 70.000 deportazioni.  Resa vana ogni forma di mediazione e accordo, il Dalai Lama, massima autorità spirituale del Buddhismo tibetano, lasciò il Tibet per fuggire in India.  Qui, stabilì il governo in esilio – la cui carta costituzionale si basa sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – mentre la Cina occupava integralmente il territorio conteso e dichiarava illegale l’autorità in esilio. Durante la Rivoluzione culturale lanciata nel 1966 da Mao Zedong, il governo cinese cercò di annichilire ogni simbolo della cultura tibetana (compresa la bandiera che riproduce gli emblemi del buddhismo) attraverso la distruzione dei monasteri, l’incarcerazione dei monaci e proibendo di professare la religione.

Il presente – Da 50 anni, il Dalai Lama denuncia le atrocità del governo cinese che ha imposto un regime di legge marziale silente: violazione della libertà di credo (i fedeli, in particolare i monaci e le monache, sono costretti a seguire sessioni di rieducazione patriottica, non riconoscere il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito comunista) e parola; torture e condanne senza processo; condizioni carcerarie disumane; violenze, sterilizzazione e aborto obbligati alle donne. In breve, sarebbe in corso un genocidio culturale  che non verrebbe seriamente preso in considerazione dalla comunità internazionale. Quando nel 2008 il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, rivolse un appello ad entrambe le parti, era già troppo tardi: più di 100 morti vennero contati negli scontri a fuoco dell’aprile di quell’anno, avvenuti intorno ai tre principali monasteri buddhisti di Lhasa accerchiati dalle truppe cinesi. Da quel momento i monaci iniziarono a manifestare sempre più concretamente le loro proteste al governo di Pechino chiedendo il ritorno in Tibet del Dalai Lama attraverso lo sciopero della fame, forme di autolesionismo e tentati suicidi e immolazioni. Dal 2009 la protesta si è estremizzata. Ad ora, 114 sono i monaci che hanno sacrificato la propria vita mettendosi al rogo, per il bene del loro Credo e la cultura della loro terra.

Il sostegno internazionale – Lo scorso 15 Novembre, 3 uomini hanno sostato, immobili e inginocchiati, in un presidio permanente davanti al cancello chiuso della sede dell’ONU di Ginevra. Chiedevano l’applicazione concreta delle Risoluzioni ONU del 1959, 1961 e 1965, con le quali s’invitava “la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà, incluso il diritto all’autodeterminazione”. Dagli anni ‘80, la questione tibetana ha sollevato sempre maggiore attenzione all’interno dell’arena internazionale. In circa 60 paesi sono attivi gruppi di sostegno alla causa del Dalai Lama che, nel 1989, è stato insignito del nobel per pace. Dagli Stati Uniti, dal Parlamento Europeo e da molti parlamenti nazionali (tra cui quello italiano con Ris. 7-00763, approvata all’unanimità l’8 febbraio 2012) sono giunte in Cina diverse esortazioni al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. Unione Europea, Stati Uniti, Austria e Australia hanno anche inviato delle delegazioni parlamentari d’inchiesta.

Quale futuro? – La comunità internazionale conferma il suo impegno a non cercare la separazione o l’indipendenza del Tibet dalla Cina, ma una soluzione al problema tibetano attraverso un’autonomia della regione che sia compatibile con i principi espressi nella Costituzione della Repubblica Popolare Cinese. In questa fase storica, l’integrazione nazionale è l’unica via di progresso. Ciò nonostante, l’identità di un popolo non può essere un prodotto politico, né tantomeno militare. Se la Cina mira a sorpassare completamente l’America, dovrebbe richiamarsi alla capacità statunitense di integrare diverse culture. Allo stesso modo, nonostante i difetti dell’ideologia cinese, se si lasciasse spazio e si garantissero i diritti delle minoranze, anche Pechino potrebbe ambire ad essere la nuova Washington. Detto ciò, è risaputo che parlare di diritti umani in Cina è come accostare il diavolo all’acqua santa. Il problema, quindi, risiede ancora una volta nell’inefficienza delle istituzioni internazionali, incapaci e inermi dinanzi a quello che è una nuova violazione degli accordi internazionali. Il fatto che il gigante asiatico, con la sua deriva totalitarista e antidemocratica, sia uno dei cinque grandi che siedono nel Consiglio di Sicurezza rende vano ogni tentavo di fermare il fuoco e lo sterminio razziale.

Si suole sostenere quanto ciò che distingue l’uomo dalle bestie sia il senso di giustizia,  fondamento dell’umanità. La terra tibetana, tuttavia, appare campo fertile per l’applicazione della legge della giungla, dove i più forti mangiano i più piccoli. Quanto è accaduto in Tibet negli ultimi 50 anni e continuerà ad accadere  – salvo miracoli – nei prossimi decenni, passerà alla storia come una di quelle battaglie per la libertà dimenticate da tutti, per interessi “superiori” della comunità internazionale. Un’ altra triste pagina della storia umana. 

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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