TIA e la valorizzazione della donna: l’Europa alla prova dei fatti

17/02/2015 di Redazione

In occasione del prossimo seminario di TIA Formazione su “Progettazione Europea e Tematiche di Genere”, presentiamo un articolo sul ruolo dell’Unione Europea nello sviluppo di politiche di genere. Indipendenza economica, parità di retribuzione e nel processo decisionale, dignità, integrazione e fine della violenza: obiettivi essenziali per lo sviluppo civile e non solo del nostro Continente.

TIA Formazione Internazionale

Il 7 Marzo 2015, il nostro partner TIA Formazione proporrà un seminario dal tema “Progettazione Europea e Tematiche di Genere”. Per quest’occasione, Clara Agostini, collaboratrice di TIA, ha scritto per noi quest’articolo sul ruolo dell’Unione Europea nello sviluppo di politiche di genere che mirano all’integrazione totale delle donne nel tessuto economico e sociale, alla lotta alla violenza e ad una rappresentatività paritaria rispetto agli uomini all’interno delle istituzioni. Il Seminario, che durerà dalle 9,30 alle 17,30, si terrà presso PAIR, in via Merulana 134, Roma. Sul sito www.tiaformazione.org è possibile trovare tutte le informazioni necessarie per l’iscrizione e la partecipazione all’evento. Il bando è consultabile da quest’indirizzo.

La Comunità europea si pone in prima linea per la parità tra donne e uomini con la strategia europea 2010-2015, promossa dalla Commissione. Gli interventi previsti mirano a garantire indipendenza economica delle donne, parità di retribuzione, parità nel processo decisionale, dignità, integrità e fine della violenza verso le donne, parità tra donne e uomini nelle azioni esterne. Culla della democrazia e baluardo dei valori fondamentali della personalità umana, l’Unione Europea è chiamata ad assicurarne l’applicazione a più livelli, attraverso l’operato dei suoi organismi istituzionali. Oltre alla Commissione, anche il Parlamento si adopera in tale direzione, rappresentando gli interessi degli stessi cittadini che lo hanno eletto. La natura collettiva di azioni in materia si spiega a partire dal principio fondante del diritto comunitario: l’uguaglianza tra donne e uomini. Questa costituisce un caposaldo per politiche ed iniziative di promozione delle pari opportunità, e di contrasto ad ogni forma di discriminazione sessuale. La tutela della persona in nome della dignità scavalca qualsiasi diversità di genere.

I maggiori gruppi europarlamentari, quali PPE, PSE e ALDE, formulano programmi politici tali da non tradire le rivendicazioni e le aspettative di una comunità che vuole vedere a compimento un processo di integrazione economica, e ancor più, sociale, nella convinzione che l’una non possa prescindere dall’altra. Dal 1957, anno della creazione della CEE, passando per i successivi trattati che hanno accompagnato l’Unione Europea nel suo cammino di formazione fino ad oggi, i campi di intervento prioritari sono stati definiti sulla base di misure legislative. Molteplici atti ribadiscono l’importanza cruciale dell’uguaglianza in materia di sicurezza sociale, dell’accesso al lavoro e della formazione professionale, dell’accesso ai beni ed ai servizi. Una simile strategia improntata al gender mainstreaming valorizza il capitale umano ed economico della donna, in nome del quale le sfide a livello europeo per una condizione paritaria trovano la loro ragione d’essere.

La donna quale motore della sfera privata e pubblica necessita di riconoscimenti e tutele per l’esercizio del proprio compito di produzione e riproduzione di forza lavoro, dentro e fuori il contesto familiare. L’inclusione nel mercato del lavoro e la garanzia di trattamenti e condizioni funzionali al suo secondo, ma non secondario, ruolo di madre, restano degli obiettivi fondamentali per l’Unione. L’intreccio tra la sfera pubblica e quella privata rende l’assenza o la carenza di provvedimenti di una loro conciliazione causa di ripercussioni ad ampio raggio, non riducibili al solo nucleo familiare.

Il richiamo all’impegno istituzionale si inserisce anche nell’ambito della violenza di genere, un fenomeno allarmante che invoca un’azione di prevenzione verso abusi e minacce lesivi della dignità e dell’integrità della donna. In questo senso, le attenzioni politiche si rivolgono alla lotta contro forme di violenza domestica e non, e contro molestie di varia natura, per il supporto alle vittime e la condanna dei colpevoli.

La valorizzazione della figura femminile deve tradursi, inoltre, in una maggiore rappresentanza pubblica e politica. Il Parlamento europeo ha dimostrato di volersi lasciare alle spalle la stereotipata concezione della subordinazione della donna nella società, frutto di una secolare tradizione patriarcale, riservandole più spazio all’interno della propria istituzione. La presenza femminile dal 1979, anno delle prime elezioni a suffragio universale diretto, è cresciuta nel tempo, di pari passo con l’allargamento dell’UE: da un’Unione a 9 stati, dove si registrava un 16% di donne in rappresentanza in Parlamento, il dato è salito al 37% nell’Europa odierna a 28 stati (su un totale di 751 eurodeputati). Non si può ancora parlare di traguardo raggiunto. Se si considera, inoltre, che la presidenza parlamentare solo in due casi è stata affidata ad una donna – Simone Veil durante la legislatura dal 1979 al 1982 e Nicole Fontaine dal 1999 al 2000 – risulta evidente come l’Europa non possa dire di aver arginato efficacemente la questione del gender gap.

Clara Agostini

(www.tiaformazione.org)

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