TIA e lo sviluppo del talento: intervista a Pina Sabatino

27/05/2015 di Redazione

Una nuova intervista nell'ambito della nostra collaborazione con TIA Formazione. Tocca oggi a Pina Sabatino, responsabile di training in Human Resources Management e Soft Skills, spiegarci perché è così importante riconoscere e coltivare il talento

Tia Formazione Internazionale

Se in un dizionario cercassimo la parola “talento”, il significato rimanderebbe a: ingegno, predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti. Quando si definisce una persona di talento, in genere, ci si riferisce a qualcuno davvero bravo, qualcuno con spiccate abilità in un’attività particolare, quasi come se questo talento fosse unico ed irripetibile. Eppure, il talento è in ognuno di noi, è innato si, ma è anche di più. Del talento siamo tutti portatori, ma accade molto spesso che non ne siamo coscienti e che lo teniamo a freno nell’alibi della nostra scarsa autostima (o pigrizia?). Non è così facile scoprirsi talentuosi, non è facile capire quali siano le nostre virtù e dove indirizzarle. Ma è possibile affermare che con una buona dose di fiducia in se stessi e di buona volontà il talento sa manifestare tutta la sua forza costruttiva. È ciò che sostiene anche Pina Sabatino, dedita da sempre alla formazione e allo sviluppo del talento. La passione per le persone e le culture del mondo l’hanno portata a condurre training in ambito Human Resources Management e Soft Skills, lungo una carriera culminata nel progetto Global Talent Development. Il suo obiettivo è aiutare le persone a rintracciare il loro talento e a potenziare i propri skills, indispensabili non solo nel mondo del lavoro ma anche il quella giungla che è la vita. Il 4 luglio terrà a Roma un corso per TIA Formazione internazionale dal titolo “Il talento delle donne” (il bando, con tutte le informazioni, è a questo indirizzo), una giornata tutta al femminile finalizzata alla valorizzazione proprio del talento. Perché, dunque, è così importante riconoscere e coltivare il talento? Ce lo spiega proprio Pina Sabatino.

Dalla sua esperienza personale e professionale in qualità di Human Resources Manager è nato il Global Talent Development, ambizioso progetto con l’obiettivo di valorizzare il capitale umano attraverso la formazione interculturale e lo sviluppo degli skills fondamentali per accedere al mondo del lavoro (sempre in un’ottica globale e multiculturale). In una parola: il talento. Ma cosa si intende per talento? Quali sono questi skills?

Di definizioni di talento ce ne sono tante e tutte diverse a seconda dell’ambito in cui viene utilizzato. Ecco, per quel che mi riguarda inizierei con il dire che il talento non è affatto una caratteristica di pochi individui eccellenti, anzi… Ciascuno di noi è dotato di una naturale inclinazione a far bene qualcosa,un’ abilità che gli consente di dare il meglio di sé, di eccellere, di  rendersi unico. Il talento a mio parere è, però,molto più che un dono speciale che riceviamo dalla nascita. Il talento è la capacità di identificare  ed esprimere  la nostra unicità, è la tenacia nel seguire la nostra spinta interiore per eccellere in ciò che ci rende felici, ci fa sentire realizzati. Aggiungo anche un’altra cosa: il talento è un dono che va coltivato, allenato giorno dopo giorno. Solo questo ci consente  di sviluppare al massimo il nostro potenziale e capire chi siamo e chi possiamo diventare. Questo è ancor più essenziale per inserirsi nell’attuale mondo del lavoro in cui essere il protagonista del proprio futuro  presuppone non solo coraggio ma anche tenacia e dedizione per realizzare il proprio progetto  professionale.

Dunque, come si fa a far uscire fuori il talento delle persone ed individuare per ognuna di loro gli skills da sviluppare? Attraverso quali strumenti/metodi? In cosa consiste in pratica la formazione?

Il primo metodo utile a sviluppare il talento è senz’altro la formazione  che però funziona solo a patto che il trainer abbandoni i consueti metodi espositivi (ahimè ancora troppo in voga in aula…) e privilegi tutte quelle metodologie esperienziali in cui la persona  apprende attraverso la sperimentazione di ruoli agiti in situazioni reali. Poi c’è il coaching, un vero e proprio programma di allenamento volto a individuare e mettere “in campo” quelle strategie”comportamentali in grado di facilitare lo sviluppo personale e/o professionale.Presupposto fondamentale del coaching è  che ogni persona è l’esperto della propria vita dunque perfettamente in grado di autogestirsi e di trovare la propria strada grazie ad un bagaglio di potenzialità che attendono solo di essere attivate. In tal senso il coaching rappresenta un percorso davvero efficace che porta l’individuo a diventare ciò che è, imparando a valorizzare quei talenti personali su cui far leva per traguardare la propria meta.

Un’altra possibile opzione è il group coaching, una modalità di formazione che consente di sfruttare allo stesso tempo i benefici dell’apprendimento di gruppo e quelli di un percorso di coaching one-to-one. Una delle peculiarità del groupcoaching è l’utilizzo di più approcci: coaching-facilitazione e formazione. Dal punto di vista pratico, durante la sessione di groupcoaching, a fronte di una macro area di lavoro comune a tutti (ad esempio la leadership), ogni persona individua il proprio obiettivo di sviluppo e stabilisce un piano di azioni da intraprendere per ottenere il risultato desiderato. Ogni persona partecipa attivamente alla sessione, condividendo strategie, risorse, vissuti personali e professionali: in tal modo ognuno apprende anche utilizzando modelli comportamentali altrui. Da tempo utilizzo il groupcoaching  in aula con ottimi risultati per sviluppare qualunque tipo di soft skill: comunicazione efficace, leadership, gestione del conflitto, negoziazione, etc. Proprio questo mi ha spinto a scrivere il libro Group coaching: sviluppare il potenziale di piccoli gruppi in formazione (F.Angeli), un manuale destinato a tutti coloro che si occupano di sviluppo delle persone. Solitamente, affinché si verifichino cambiamenti duraturi, sono necessarie almeno 4/5 sessioni a distanza di un paio di settimane l’una dall’altra: mi creda, i risultati sono strabilianti! Comunque ci tengo a sottolineare che, a mio avviso,oggi più che mai sviluppare il talento vuol dire sapere che non esiste una ‘one best way’, una sola metodologia da privilegiare ma piuttosto va individuata di volta in volta la giusta combinazione di strumenti senza mai dimenticare che al centro del processo di apprendimento deve esserci sempre e solo la persona, pienamente responsabile del proprio sviluppo personale e professionale. Diversamente è difficile ottenere risultati.

Il 4 luglio terrà a Roma un workshop dal titolo “Il talento delle donne” per TIA Formazione internazionale, un laboratorio tutto al femminile per supportare le donne nell’analisi, nell’identificazione e nella valorizzazione delle proprie capacità personali/professionali utili alla propria realizzazione. Da cosa nasce l’esigenza di dedicare appositi corsi alle donne? Crede che siano realisticamente più svantaggiate nel mondo del lavoro (e non solo) o semplicemente devono acquisire maggiore fiducia, vittime loro stesse degli stereotipi femminili?

Guardi, credo che ci sia del vero in entrambe le affermazioni. Se da un lato esiste ancora il “soffitto di cristallo” che  frena l’accesso alle posizioni di vertice di molte donne di talento, dall’altro lato va detto anche che, in termini generali, le donne fanno più fatica degli uomini a sviluppare  competenze quali leadership, autostima, negoziazione, indispensabili alla carriera. Di qui l’idea di creare percorsi ad hoc con  l’obiettivo di supportare le donne nell’identificare e valorizzare i propri talenti in un mondo del lavoro ancora – che ci piaccia o no – molto maschile. L’idea è quella di favorire l’empowerment delle donne in modo che non solo acquisiscano consapevolezza del proprio valore ma sappiano anche applicarlo efficacemente nel proprio contesto lavorativo. Quando le condizioni lo permettono, utilizzo la  metodologia del group coaching, poiché consente a gruppi di donne di condividere periodicamente esperienze utili a guardare la propria meta: sia che si tratti di strategie utili a sviluppare particolari skills, sia che si tratti di capire quali sono gli errori che ostacolano l’accesso a posizioni di leadership. Nella mia esperienza di group-coach trovo che la solidarietà che, in questi casi, si crea all’interno del gruppo sia  davvero strabiliante!

Da un suo punto di vista personale, quali sono le sue aspettative in qualità di coach? E quali le maggiori gratificazioni che derivano dal suo lavoro? Magari potrebbe raccontare qualche esperienza significativa per lei e per qualche suo allievo che ha sostenuto nel percorso di formazione.

Io mi trovo spesso a dire che fare coaching è un po’ come iniziare un viaggio con una persona e finirlo con un’altra: il cambiamento in termini di autoconsapevolezza, energia, motivazione è tale che da coach molto spesso  quasi stento a riconoscere chi ho di fronte  al termine del percorso. La mia soddisfazione più grande come coach arriva quando la persona inizia a realizzare ciò di cui è capace, a riconoscersi talenti  di cui non sospettava l’esistenza: è in quel momento che si lancia ed è in quel momento che capisco che siamo a metà del viaggio. Solitamente dopo una successiva fase di “aggiustamenti”, la persona spicca il volo e non si volta mai più indietro. Mi creda, per me è una gioia indescrivibile. Perché, in fondo, il senso del coaching è questo: far sì che la persona capisca che tutto ciò di cui ha bisogno per realizzarsi è già dentro di sé.

Uno degli ultimi casi che ricordo è quello di una giovane donna decisa a lasciare il proprio lavoro in azienda per lanciarsi nel mondo dell’imprenditoria femminile. All’inizio era titubante e confusa (anche a causa di un ambiente poco supportivo). Durante il percorso di coaching è riuscita a far emergere un coraggio ed una dedizione tale che non ci è voluto molto a mollare tutto per inseguire il suo sogno: oggi, dopo non poche difficoltà e sacrifici, è una donna soddisfatta e sicura di sé che si gode tutto il suo successo. Ed io, ovviamente, faccio il tifo per lei.

Cosa consiglia ai giovani di oggi per sviluppare il loro talento e trovare la loro strada nel mondo del lavoro e nella vita in generale?

Consiglio senz’altro di prendersi del tempo per conoscersi, per capire quali sono le proprie risorse da valorizzare e quali invece da sviluppare. Qualunque sia il proprio progetto professionale è fondamentale prepararsi, aggiornare continuamente le proprie competenze, essere pronti ad affrontare difficoltà, mettersi alla prova, sbagliare e ricominciare, sempre. Direi che oggi la capacità di resilienza è un must.

E lei, oggi, può definirsi realizzata?

Se realizzata vuol dire essere felice di quello che faccio, la risposta è sì: mi sento realizzata. Oggi sento di vivere in sintonia con i miei valori,la mia identità, la mia mission, e questo fa sì che io metta sempre la stessa passione e lo stessa dedizione in quello che faccio. Ho però ancora tanti sogni nel cassetto da realizzare:da questo punto di vista mi sento continuamente ‘in progress’. E per fortuna! Se non avessi quel fuoco perenne che mi brucia dentro, che mi indica la strada, che mi spinge a migliorare costantemente, credo proprio che mi sentirei terribilmente vuota. Credo che ogni giorno della mia vita sarebbe uguale all’altro. Riesce ad immaginare qualcosa di più triste?

La vita, allora, non è altro che una formazione continua, un perenne divenire, un susseguirsi di eventi, esperienze, persone con cui condividerle e con cui crescere? Insegnanti o allievi, siamo tutti pieni di talento. Bisogna cogliere le opportunità, e porsi obiettivi.

Piera Feduzi

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