The Dark Side Of The Moon, i Pink Floyd 40 anni dopo

24/03/2013 di Andrea Viscardi

Dark Side Of The Moon, Pink FloydThe Dark Side of The Moon – Esattamente 40 anni fa, il 24 marzo 1973 – in ritardo di 23 giorni rispetto agli USA –  il Mondo europeo della musica venne colpito da uno degli episodi più significativi del XX secolo. L’uscita di “The Dark Side of the Moon”, firmato Pink Floyd. Difficile trovare altri album capaci di incidere in egual modo nel panorama musicale e di continuare a farlo a distanza di decadi. “IV” dei Led Zeppelin, “London Calling” dei Clash, “A Night at the Opera” dei Queen o il “White Album” dei Beatles (la cui revolution 9, troppo spesso ignorata, resta una delle sperimentazioni più azzardate di tutti i tempi), ma anche, ad esempio, “Paranoid” dei Black Sabbath, sono tutti grandissimi capolavori, ispirazione per i rispettivi generi e precursori di tendenze future. Ma nessuno, mi sento di dire, ha avuto il peso di Dark Side of the Moon.

La svolta – Con quest’album, i Pink Floyd, dopo l’abbandono di Syd Barret nel 1968, cercarono definitivamente di raggiungere un pubblico vastissimo. Come fare? Continuando a diminuire – cosa già avvenuta in Atome Heart Mother –  l’impronta psichedelica e tentando di rendere i propri brani “più abbordabili”, qualcosa che andasse oltre la sperimentazione “allucinata” e capace di raggiungere i più. Il risultato, forse oltre ogni previsione, fu stupefacente: 50 milioni di copie vendute, 742 settimane nella classifica americana degli album più venduti, 15 dischi multi-platino negli States e 5 in UK, primo posto in USA, Canada, Nuova Zelanda, secondo in Norvegia, Italia, Regno Unito.

La musica – Alternando tracce strumentali a cantati, utilizzando praticamente ogni sorta di strumento possibile per l’epoca – senza trascurare una sperimentazione elettronica significativa per quegli anni – Roger Waters, David Gilmour, Rick Wright e Nick Mason riescono a creare 10 tracce unite da un unico filone, come se l’album fosse un tutt’uno di circa 50 minuti, piuttosto che un insieme di brani tra essi separati. A creare questa sensazione collaborò un giovanissimo tecnico del suono, Alan Parson (molti di voi lo conosceranno per “Eye in the sky”), autore degli intermezzi che collegano i capolavori.

 

Organicità – Organicità, appunto. Tanto che “Money” fu, insieme a “Time”, uno dei brani di più  grande successo della band di tutti i tempi – secondi solo a Wish You Were Here e Another Brick in the Wall –  ma non tanto perchè spicchi sugli altri quanto, invece, perchè il brano più orecchiabile e cantabile, forse il più tradizionale, nonostante un testo profondo – una critica alla materialità – sebbene apparentemente banale.

 

Coerenza –   Stupisce ancora di più se si considera il fatto che, in realtà, i dieci brani presentano ognuno peculiarità proprie, come “The Great Gig in the Sky”, composta interamente dal tastierista, Richard Wright, e accompagnata da una voce femminile, una composizione capace di trasmettere nostalgia e calma allo stesso momento. E’ proprio questa organicità che rende il lavoro dei Pink Floyd incredibile. Difficilmente, nella storia, un album è capace di contenere dieci tracce di uguale spessore, così diverse ma così coerenti, senza che nessuna oscurasse  le altre.

 

I testi – In più, oltre ad un’attenzione maniacale per la musica e per i dettagli della registrazione, la band riesce a creare dei testi di una profondità disarmanti. Un esempio è proprio “Time“, una sorta di diserzione filosofica sulla concezione del tempo e del modo di considerarlo – in giovane età – illimitato, quasi noioso. Sino a quando, poi, “one day you find ten years have got behind you” (un giorno ti trovi dieci anni dietro di te). Quindi, ciò che sembrava prima infinito, diviene ogni giorno più [/twocol_one_last]corto, tanto da non permetterti più di trovare il tempo, “shorter of breath and one day closer to the heart” (con il respiro più corto e ogni giorno più vicino alla terra).

Anni d’oro – Un capolavoro, insomma, destinato a passare alla storia e a influenzare generazioni di musicisti ancora per moltissimi anni. Certo, pensando alla decade dei ’70, forse il mondo musicale degli ultimi vent’anni appare sorprendentemente povero. Di album di tale spessore non se ne può certo trovare nessuno. Sono tanti gli album di quel periodo capaci di attraversare quarant’anni indenni, dal già citato “IV” dei Led Zeppelin, per arrivare a “Who’s Next” dei The Who, a “Let it be” dei The Beatles o a “What’s Going On” di Marvin Gaye. Almeno dalla seconda metà degli anni ’90, invece, il panorama musicale non è stato più in grado di donare l’immortalità a qualcuno. La domanda sorge dunque spontanea: ci saranno mai più, per la musica,  anni come quelli?

The following two tabs change content below.
Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
blog comments powered by Disqus