The Danish Girl

26/02/2016 di Evelina Montefiori

Per il suo ultimo film, il regista Tom Hooper sceglie ancora di sfruttare le possibilità offerte dal genere drammatico/biografico raccontando la vita del pittore danese Einar Wegener nella sua trasformazione verso Lili Elbe, il primo transessuale della storia di cui si abbia testimonianza. Sarà nuova gloria per Redmayne, o è un’occasione perduta?

Per il suo ultimo film, il regista Tom Hooper sceglie ancora una volta di sfruttare le infinite possibilità offerte dal genere drammatico/biografico raccontando la vita del pittore danese Einar Wegener nella sua trasformazione verso Lili Elbe, il primo transessuale della storia di cui si abbia testimonianza. Liberamente ispirato al romanzo “The Danish Girl” dello scrittore David Ebershoff, pubblicato nel 2000, il film sembra possedere tutti gli elementi necessari per ammantarsi della stessa gloria che ha visto brillare le precedenti opere del regista (Les Miserables, Il Discorso del Re) e compiacere così il pubblico e la critica.

La vicenda si apre su una perfetta ricostruzione di Copenaghen nei primi del ‘900, dove Einar (Eddie Redmayne) e sua moglie Gerda (Alicia Vikander), si guadagnano da vivere grazie al loro talento artistico: lui celebre paesaggista, lei ritrattista di minor fortuna. Il loro rapporto è profondo, alimentato dall’interesse comune per la pittura e da un’autentica comunione di menti e di corpi che li unisce in modo totalizzante; l’apparente impenetrabilità della loro relazione viene però compromessa nel momento in cui una nuova consapevolezza si risveglia in Einar, innescata dalla richiesta di Gerda di posare per lei indossando gli abiti di scena di una ballerina. La leggerezza delle calze di seta che avvolgono le sue gambe, la sorpresa del tulle poggiato sul suo corpo, sorprende e inquieta Einar al punto tale da spingerlo, inizialmente con la complicità divertita della moglie, a indossare sempre più spesso abiti da donna, trucco e parrucca fino a creare “Lili”, suo alter ego femminile.

Le apparizioni di Lili diventano man mano più frequenti, non limitandosi più al confine delle mura domestiche e per Einar è sempre più difficile tornare a vestire i panni dell’uomo che è stato fino a quel momento. Rapidamente si fa strada nei coniugi la consapevolezza che il travestimento non rappresenta più un gioco delle parti o la trasgressione di un impulso erotico, ma un’autentica trasformazione dell’identità personale del pittore che finirà per produrre effetti a cascata sulle sorti di entrambi. La narrazione del film prosegue in un crescendo drammatico piuttosto cauto, che vede Einar e Gerda impegnati ad affrontare il difficile processo di accettazione e determinazione di Lili come unico vero sé intrappolato nel corpo di Einar, definito da lui stesso “un errore di Dio”. Con il sostegno della moglie e di un chirurgo tedesco che non vede in lui una perversione da curare ma semplicemente un difetto fisico da correggere, Lili riesce finalmente a lasciar dietro di sé le vesti di Einar, abbandonandole come delle spoglie, per rinascere e riconoscere se stessa nel corpo che non la natura, ma la scienza, ha potuto donargli.

Nel film emerge in modo abbastanza evidente l’eccessiva delicatezza con la quale Hooper decide di affrontare il tema della transessualità: le conseguenze della trasformazione di Einar nel passaggio da uomo a donna sono analizzate in modo parziale, perdendo così l’opportunità di affrontare a tutto tondo una questione ancora piuttosto marginale nel panorama cinematografico. Lo sconvolgimento creato nel rapporto di coppia dal cambiamento dell’identità sessuale del pittore è palese, ma si mantiene costante. In particolar modo, nella seconda metà del film, si avverte la mancanza di una tensione narrativa che, visto e considerato l’ampio margine di libertà di cui si è avvalso nella ricostruzione della vicenda, il regista avrebbe potuto ricercare attraverso una più profonda esplorazione delle dinamiche interpersonali tra i protagonisti, tralasciando invece alcune sotto trame che in fin dei conti poco apportano al film nel suo complesso.

Il turbamento di Gerda e il senso di perdita rispetto all’uomo che conosceva, al marito che non avrà più, giungono al pubblico più per merito dell’incredibile recitazione di Alicia Vikander, vera sorpresa di questo film, che per le occasioni offerte dalla sceneggiatura di indagare le sofferenze di una moglie costretta ad affrontare un percorso così doloroso. Ciononostante non si può dire che il film manchi  totalmente di potenza empatica: memorabile la scena nella quale Gerda avverte per la prima volta la necessità di dipingere Lili, quasi a volerla esorcizzare attraverso la pittura per trasformare la donna che vive nel corpo di suo marito in un quadro, elemento familiare e riconoscibile. I tratti sulla tela si susseguono furiosi e il risultato è un ritratto che coglie perfettamente la dolce voluttuosità della donna, il suo sguardo languido e penetrante.

Ed è proprio facendo leva sull’estrema credibilità di Eddie Redmayne come donna che il film si perde e divaga, liquefacendosi negli occhi del talentuoso ragazzo inglese che appare perfettamente a suo agio in un ruolo che ben si addice alle sue qualità di attore drammatico. Tutto si concentra negli sguardi e soprattutto nelle mani, nell’ossessiva ricerca di una propria autenticità da conquistare attraverso l’imitazione dei corpi femminili. Infinite inquadrature della macchina da presa sulle mani di Redmayne che come rondini senza tregua si muovono sfiorandosi il viso, appoggiandovi il mento, incorniciandolo come un quadro; mani che accarezzano tessuti, vestiti, ma più che altro accarezzano lui stesso… un continuo richiamo autocelebrativo alla purezza di Lili, alla sua essenza eterea, quasi evanescente, che Redmayne mette in atto in maniera pudica e pulita, troppo.

A spezzare il sentore di conservatorismo britannico interviene Alicia Vikander, la cui performance è stata da molti definita (a ben vedere) il vero cuore pulsante del film. Il suo personaggio è audace, passionale, ambiguo quel tanto che basta per sostenere la veridicità di una moglie che acconsente ai travestimenti del marito credendoli un modo per ricercare una diversa forma di erotismo. Oltre alla recitazione notevole dei due protagonisti, il film può definirsi ampiamente salvato anche grazie all’oculatezza di Hooper nel definire l’ambientazione: la scenografia e la fotografia concertano con la trama e gli attori fornendo un paesaggio credibile e adeguato. Le linee nette e pulite, i toni dell’azzurro e le sfumature di grigio dipingono perfettamente l’ambientazione danese, cedendo poi il passo alle calde tonalità della fase parigina. Anche i costumi sono realizzati in modo splendido e, come per la recitazione e la produzione, sono in lizza per l’Oscar.

Ad ogni modo dove termina la finzione, cominciano le domande: è difficile affermare con precisione “storicamente attendibile” in che modo la natura del rapporto tra Lili e Gerda sia andata modificandosi nel corso della riassegnazione di sesso, e a tal proposito Hooper non rischia e sceglie di mantenersi cautamente neutrale, facendo vacillare il sostegno di Gerda quel tanto che basta per non discostarsi da una visione politicamente corretta del matrimonio. Perché tradurre la complessità relazionale in semplicità? Perché non approfondire la trasformazione e la sessualità, per di più in un film in costume, limitandosi a galleggiare sulla zattera del sostegno e dell’affetto, condita da qualche lacrima?

L’impressione generale è che una grande opportunità sia andata persa a scapito della realizzazione di un prodotto per così dire “sicuro”. Provare a rendere pionieristico un film storico indagando a fondo i percorsi della natura e della psicologia umana, affrontare in modo crudo la trasformazione totale e irreversibile di un corpo, il cambiamento di un’anima che si confronta col mondo esterno e con se stessa. Questo e molto altro, avrebbe potuto essere The Danish Girl.  Alla fine della fiera Hooper realizza un’opera certamente piacevole, irreprensibile nella sua struttura formale ma carente di coraggio e spinta nell’adattamento dei contenuti, un film ben confezionato ma a tratti noioso, da vedere se si è alla ricerca di qualcosa che appaghi l’estetica senza turbare più di tanto lo spirito.

The following two tabs change content below.

Evelina Montefiori

Nata a Roma il 23/06/1989. Una laurea triennale in Scienze Politiche e una magistrale in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, entrambe conseguite presso la Luiss Guido Carli. Ama i film, le maglie a righe, il vino rosso e Dylan Dog.

Ultimi post di Evelina Montefiori (vedi tutti)

blog comments powered by Disqus