Test a numero chiuso, tra normativa e problematiche

08/09/2016 di Marco Bruno

Medicina, odontoiatria, ma anche veterinaria, architettura e le facoltà private: è tempo di test d'ingresso per le nuove, giovani aspiranti matricole. Ma come sono strutturate queste prove tra ministero e università? Quali sono i pro, quali i contro?

Qualche giorno fa si è svolto il temuto test d’ingresso a medicina e odontoiatria, da sempre al centro di diverse polemiche e discussioni. Ogni anno il numero degli aspiranti medici aumenta, ma dei 62 mila candidati presentatisi ai test, a passare saranno circa in 10.000, rendendo così inutile lo sforzo di ben cinque ragazzi su sei. Anche l’ammissione ai test di veterinaria e architettura utilizzano il metodo dell’ammissione a numero chiuso. Non sono mancati i sit-in di protesta e i blitz da parte degli studenti davanti alla sede del Ministero dell’Istruzione, oltre che di fronte ad alcuni ospedali. Le proteste sono state avanzate da diverse istituzioni universitarie a difesa degli studenti secondo cui “questi test non sono in grado di giudicare gli studenti”.

Procedendo con un’analisi sulla normativa a numero chiuso, occorre considerare una distinzione tra il “numero chiuso” e l’ “accesso programmato”. Anche se, a primo impatto, fra i due termini sembrerebbe non esserci grande differenza, la realtà è diversa. Infatti, l’unico elemento in comune è quello che consente l’accesso ad una determinata facoltà solo dopo aver superato un test di selezione. Chiarita questa similitudine, vediamo ora le differenze tra i due campi.

I corsi ad accesso programmato sono quelli che vengono gestiti interamente dal Ministero dell’Istruzione, che decide i tempi e le modalità. I test vengono svolti in varie città e sedi, ma alla fine la classifica sarà nazionale e terrà conto dei risultati ottenuti a livello globale. I corsi che seguono questo particolare schema sono quelli di medicina e chirurgia, odontoiatria, veterinaria e architettura, ovvero quelli nominati in apertura di articolo e per i quali si stanno svolgendo i test in questi giorni. Tutti gli altri test che non permettono l’accesso libero ma che prescrivono una selezione, vengono chiamati a numero chiuso perché è la singola università che può scegliere, in totale autonomia, le domanda, la data e il numero di posti a disposizione. Di solito, si tratta di uno schema utilizzato da facoltà prestigiose e private, che non permettono l’accesso alla totalità dei richiedenti.

Vi è poi una categoria che si trova a metà tra i due elementi spiegati, e riguarda l’accesso alla facoltà di scienze della formazione primaria e a professione sanitaria. Infatti, si tratta di due campi che vengono gestiti dal ministero solo in forma parziale, in collaborazione con le università. Sono quest’ultime che predispongono il test d’ingresso, così come la graduatoria, che viene definita solamente a livello locale. Nell’organizzare questa prova è comunque necessario attenersi alle linee guide dal ministero, che avrà anche il compito di fissare la data, lasciando libere le facoltà di scegliere le domande che preferiscono.

Molti studenti e associazioni si lamentano dei test. Da una parte contestano domande poco pertinenti con la professione che si andrebbe ad esercitare dopo la laurea, dall’altra, invece, la stessa modalità della selezione: non darebbe valore al reale peso dello studente, chiamato ad essere scelto sulla base di un test di un solo giorno. Da un certo punto vista, l’idea può essere condivisa, perché l’ammissione, in questo modo, rischia di portare a conseguenze illogiche e di mettere fine al sogno di uno studente anche per una semplice giornata andata storta. Secondo la fazione contraria al numero chiuso, dovrebbe essere garantito a tutti la possibilità di iniziare il proprio percorso. C’è chi sostiene che saranno poi gli stessi studenti, nel tempo, a venire “selezionati” e, eventualmente, ad abbandonare la facoltà. Altri propongono, invece, una scrematura graduale rappresentata, ad esempio, da alcuni esami che potremmo definire a sbarramento rinforzato (che andrebbero a richiamare, in maniera più selettiva, le vecchie “propedeuticità”), per i quali la possibilità di essere provati sarebbe limitata, e il cui non superamento comporterebbe l’esclusione dalla facoltà. In questo modo, comunque, gli studenti avrebbero avuto il tempo di dimostrare quanto, effettivamente, valgono, senza basarsi sui risultati di un test di qualche ora.

Viceversa, c’è chi difende il numero chiuso perhé considera l’università come una scelta autonoma e non più inerente al diritto allo studio obbligatorio. Secondo questa teoria, gli studi universitari hanno il compito di formare la classe dirigente e professionale del futuro, e quindi sarebbe legittimo restringere il numero di partecipanti solo a chi ha dimostrato di avere effettivamente una marcia in più. Senza considerare come, da un’eventuale abolizione del numero chiuso, a risentirne sarebbero gli studenti stessi e l’efficacia delle lezioni, dato un numero di strutture inadatto ad accogliere un aumento esponenziale dei ragazzi.

Si tratta di una lunga discussione, nella quale ognuno è libero di pensare come preferisce, ma su una cosa si può essere sicuri: ogni anno torna il test a numero chiuso e ogni anno torneranno proteste e polemiche.

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Nato a Sant'Agata di Militello (ME) il 26/02/1994. Diplomato al liceo scientifico, attualmente studio giurisprudenza presso la Luiss Guido Carli. Appassionato di musica, serie televisive e sport, spero in un mondo dove a prevalere sia l'eguaglianza
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