Tesori negati e bellezze invisibili: la colpevole indifferenza degli italiani

15/06/2015 di Simone Di Dato

Dopo i tagli del 2015 alla tutela del patrimonio storico artistico, la situazione è costantemente instabile e precaria. Non c’è da stupirsi se i poco più di 450 storici dell’arte debbano occuparsi di 3000 musei e 100 mila tra chiese e cappelle, se a Pompei 50 domus su 73 siano chiuse al pubblico

Certosa di Padula

Non solo i crolli di Pompei, gli imprevisti alla Reggia di Caserta, quel guscio senza anima e centro storico che è ormai l’Aquila, per non parlare dei restauri interrotti, dei progetti abortiti e di tutti quei siti sparsi per il Belpaese in assoluto degrado. Se i figli della noncuranza e dello scempio non risparmiano in molti casi il patrimonio artistico e culturale più celebre e riconosciuto – quello preso d’assalto troppo spesso da orde di indisciplinati ogni prima domenica del mese, per intenderci –  ai tesori nascosti o comunque ignorati dai più, spetta una sorte peggiore.

Alla litania di numeri tutti in negativo si aggiunge l’ultimo schiaffo al Sacro Tempio della Scorziata, un preziosissimo scrigno in stile barocco nel centro storico di Napoli che negli ultimi trent’anni è stato privato di icone e altari settecenteschi, tele firmate da allievi di Francesco Solimena (“Presentazione al tempio”) e Massimo Stanzione ( “Madonna del Rosario”), e ancora acquasantiere, arredi lignei e perfino l’organo risalente al ‘700. Saccheggiata da vandali e teppisti incendiari, la chiesa, fondata da tre nobildonne partenopee sul finire del 1500 nei pressi dell’agorà dell’antica Neapolis, in un periodo imprecisato degli ultimi sei mesi è stata depredata finanche del pavimento.  Ad oggi, in vico Cinque Santi non esiste più nulla da devastare, razziare, distruggere: con il portale carbonizzato e le travi abbattute, senza oggetti di valore, della chiesa non restano che le macerie di questo indicibile scempio, e ai cittadini una vergogna che dovrebbe solo far arrossire.

E’ più che lecito dubitare, allora, che lo Stato Italiano sia veramente consapevole delle bellezze nostrane, dei reperti storici e dei tesori artistici, del ruolo della cultura come strumento di emancipazione e riscatto, soprattutto se si considera che in Italia, la spesa pubblica destinata alla cultura vale l’1,1 per cento del pil, a fronte del 2.2 per cento dell’Ue. Stando a questi dati dell’Eurostat diffusi nell’aprile 2013, siamo all’ultimo posto in Europa, e penultimi, seguiti solo dalla Grecia, per percentuale di spesa in istruzione. Ma non è tutto: dopo un’ulteriore riduzione di svariati milioni di euro nel 2015, la tutela del patrimonio storico artistico ha visto ennesimi tagli condurci ad una situazione costantemente instabile e precaria. Non c’è da stupirsi se i poco più di 450 storici dell’arte debbano occuparsi di 3000 musei e 100 mila tra chiese e cappelle, se a Pompei 50 domus su 73 siano chiuse al pubblico. Risultano ancora più indigesti i fantasiosi progetti del Mibact, come il ripristino dell’arena del Colosseo con una spesa di 20 milioni di euro “per ripristinare l’originario splendore dell’arena”, o il farneticante proposito del ministro Franceschini che ha intenzione di lanciare una Biblioteca nazionale dell’inedito, probabile covo di aspiranti scrittori amatoriali di cui nessuno sente l’esigenza.

Nel mirino dei tagli, un’altra eccellenza del sud Italia: la Certosa di San Lorenzo. Meglio conosciuta come Certosa di Padula, fiore all’occhiello della Provincia di Salerno, questo enorme complesso fondato da Tommaso Sanseverino nel 1306, occupa una superficie di oltre 51.000 metri quadrati comprendendo oltre 320 stanze. Anche in questo caso, troppi i tesori negati e inaccessibili al pubblico. Una su tutte la Sala del Capitolo, contenente quattro statue recentemente attribuite a Domenico Lemnico, dove lo spettatore può osservare da molto lontano, fermato da una cordicella, una tela raffigurante San Bruno e San Lorenzo ai piedi di una Madonna col Bambino. Chiuso da transenne anche il Chiostro Grande, in assoluto il chiostro più ampio del mondo con i suoi 12.000 metri quadri e contornato da 84 colonne. Non resta che passeggiare lungo i portici osservando solo da lontano la seicentesca fontana monolitica e di fianco le innumerevoli celle dei frati, tutte chiuse, tranne una, completamente vuota, sprovvista di ogni oggetto, fatta eccezione per due estintori.

Per “mancanza di vigilanza” resta inaccessibile anche la Biblioteca, prima della quale un cartello con scritto “vietato salire” interrompe il percorso. Non è un caso quindi, che la Certosa di Padula, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità nel 1998, abbia visto dimezzare in sette anni il numero di visitatori, passati da quasi duecentomila a molto meno di centomila all’anno. Troppi luoghi off limits, innumerevoli tesori negati e abbandonati, bellezze invisibili di cui non è riconosciuto il valore, non è esaltata la potenzialità, non è promossa la ricchezza. Come è possibile venirne fuori? “L’essenza vera del problema – scriveva lo storico dell’arte Giovanni Urbani – è di riuscire a inscrivere in uno stesso disegno scientifico e organizzativo la tutela del patrimonio naturale e del patrimonio culturale.”

 

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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