Terza intifada, quale futuro tra Israele e Palestina?

15/01/2016 di Stefano Sarsale

L’ombra di una terza intifada, molto diversa dalle precedenti. Le ripercussioni dell'accordo iraniano sul nucleare. Il fallimento di un governo unitario con Hamas e Fatah. Come e in che modo si è sviluppata la nuova ondata di violenza, e cosa occorre aspettarsi nei prossimi mesi

Israele Palestina
Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un’escalation delle violenze in Israele e nei Territori Palestinesi. Gli attacchi da parte dei palestinesi si susseguono a cadenza ormai quasi giornaliera, perlopiù contro i soldati dell’IDF a guardia di post di blocco. Tuttavia, non sono mancati casi in cui si sono registrate anche vittime tra i civili come, ad esempio, in occasione dell’attacco avvenuto in Rothshield boulevard, nel centro di Tel Aviv, l’1 gennaio. Fattore preoccupante è rappresentato non solo dall’intensificarsi delle violenze – si è passati dai 2/3 attacchi a settimana di novembre, ad una cadenza quasi giornaliera -, ma anche dalla diffusione delle stesse: in un primo momento le violenze erano concentrate nell’area est di Gerusalemme, oggi sono diffuse in tutta la Cisgiordania, fino anche ad arrivare anche a Tel Aviv.

La stampa internazionale non ha tardato ed etichettare questa nuova ondata di violenze come ‘terza intifada’. Due intifada sono già avvenute alla fine degli anni Ottanta (1987-1993) e all’inizio degli anni Duemila (2000-2005), e in generale di ‘nuova intifada’ si parla ciclicamente ad ogni ondata di violenze che caratterizzano la Cisgiordania o Israele. In particolare però di ‘terza intifada’ si è iniziato a parlare dopo l’attacco avvenuto nei confronti di due ebrei ultra-ortodossi a Gerusalemme, avvenuto sabato 3 ottobre. Muhanad Halabi, il giovane autore dell’attacco, poco prima di accoltellare e uccidere i due israeliani aveva scritto (‘postato’ in gergo) su Facebook che «la terza intifada è iniziata. La gente si ribellerà, e in effetti lo sta già facendo».

A questo proposito, se guardiamo agli eventi che portarono allo scoppio della seconda intifada iniziata nel settembre del 2000, questi ebbero inizio con gli scontri avvenuti a causa della visita di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme (sito sacro sia per i musulmani sia per gli israeliani), che i Mussulmani interpretarono come provocazione. Questa rappresenta senz’altro una similitudine dal momento che anche questa volta l’origine delle proteste è stato la Spianata delle Moschee e i primi scontri si sono registrati lo scorso 13 settembre in occasione della vigilia del capodanno ebraico, nell’area adiacente la moschea di al-Aqsa. La successiva notizia del progetto relativo ad una modifica da parte israeliana dell’accesso per i Mussulmani al sito ha fatto da scintilla per manifestazioni e scontri che si sono susseguiti non solo a Gerusalemme, ma anche a Tel Aviv, Betlemme e Nablus. Le similitudini, tuttavia, si esauriscono qui e sono, al contrario, molte le differenze.
È opportuno sottolineare come la prima intifada sia stata caratterizzata da scontri di piazza, manifestazioni popolari e azioni non violente di disobbedienza civile, mentre la seconda ha visto un ampio utilizzo non solo di armi da fuoco da parte palestinese, ma anche il ricorso ad attentati e attacchi suicidi contro obiettivi civili e militari. Aspetto fondamentale è rappresentato dal fatto che questi attacchi fossero organizzati e coordinati metodicamente dai leader palestinesi. Lo stesso non si può dire riguardo ai recenti episodi dove il principale mezzo di comunicazione che ha facilitato lo scatenarsi di violenze è stato internet, in particolare attraverso Social Network come Facebook e Twitter, e altri strumenti di comunicazione come Whatsapp. Le moderne tecnologie di comunicazione hanno infatti permesso a un numero molto maggiore di persone di partecipare alla lotta nazionale palestinese. Oggigiorno, ogni persona che ha un dispositivo mobile o un computer portatile può dare il proprio contributo, caricando online foto e video di violenze. Questo lavoro viene perlopiù svolto dai giovani attivisti che di fatto stanno facendo buona parte del lavoro che spetta ai media tradizionali.
La seconda intifada infatti, ebbe una notevolissima copertura mediatica grazie ad Al Jazeera e altre emittenti satellitari arabe e regionali. Negli ultimi mesi però, queste emittenti si sono concentrate maggiormente sugli episodi di violenza in Siria, Iraq, Yemen e Libia e questo ha favorito la diffusione spontanea di materiale online attraverso i sistemi dianzi menzionati. Questo trend si inserisce in uno maggiore che ha avuto inizio con la primavera araba. Inoltre, ne risulta afflitto dalle stesse criticità.
Al di là della natura dei legami che caratterizzano l’attivismo politico tramite social network, un importante aspetto che emerge e che differenzia sostanzialmente la prima/seconda intifada dagli eventi degli ultimi mesi è l’assenza di una organizzazione. Facebook e Twitter sono senza dubbio strumenti che facilitano la creazione di “network”, ma sono anche strumenti pericolosi che possono diffondere velocemente idee estremiste e ispirare altri a unirsi alla lotta armata. Non è un caso infatti che la maggior parte dei recenti attacchi siano stati compiuti da giovani al di sotto dei trenta anni, operanti autonomamente, più sensibili e influenzabili da immagini e video.
Allo stesso modo i Social Network non sono capaci di dare una concreta risposta a quella che è la vera causa di fondo dell’ultima ondata di violenze, cioè la sempre più critica situazione economica in Palestina, ma soprattutto lo stallo del processo di pace israelo – palestinese. A questo va aggiunto che i palestinesi sono in generale molto insoddisfatti del proprio governo – ricordiamo, non viene sottoposto a referendum da quasi dieci anni – e di come stia gestendo i rapporti con Israele. Secondo un recente sondaggio quasi la metà della popolazione crede che l’indipendenza della Palestina possa essere raggiunta esclusivamente attraverso la lotta armata e quasi il sessanta per cento sarebbe disposto ad appoggiare e partecipare ad una nuova intifada in assenza di nuovi negoziati per la pace.
A tal proposito, l’ultimo concreto tentativo risale al 2013, quando il Segretario di Stato americano John Kerry fallì nel tracciare una road map per incentivare la collaborazione tra Ramallah e Gerusalemme. Kerry ha avuto recentemente modo di incontrare nuovamente il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, a Berlino, riaffermando la volontà di mantenere lo status quo per quanto concerne la gestione dell’accesso alla Spianata delle Moschee, ma nessun passo avanti è stato fatto in merito alla risoluzione della questione che va avanti dal 1967. Siamo di conseguenza di fronte a due schieramenti opposti. Netanyahu assume un atteggiamento sempre più intransigente, senz’altro influenzato dalle componenti ultra-ortodosse del Governo.
Non bisogna neanche dimenticare le ripercussioni successive all’accordo sul nucleare iraniano, che ha segnato di fatto una sconfitta per il Primo Ministro israeliano. Di conseguenza, egli è oggi chiamato a dimostrare di essere in grado di provvedere alla sicurezza del proprio Paese, dando una risposta forte all’attuale escalation di violenza. A tal proposito non deve sorprendere l’imponente numero di forze di sicurezza schierate, anche se è improbabile che il solo aumento del loro numero avrà effetti positivi in termini di riduzione delle violenze viste le modalità con le quali sono state svolte fino a questo momento. Per la maggior parte degli israeliani l’Iran rappresenta infatti il ‘vero problema’ e la loro percezione non è cambiata dopo Vienna. Ad agosto, secondo un sondaggio effettuato dal Peace Index dell’Israel Democracy Institute, quasi il 75 per cento degli israeliani di religione ebraica concordano con l’affermazione del Primo Ministro che definisce l’Iran la minaccia esistenziale per Israele. Di conseguenza l’attenzione dell’opinione pubblica israeliana, nonostante l’attuale e crescente ondata di violenze, è focalizzata molto più sull’Iran piuttosto che sulla questione interna nei confronti dei Palestinesi, vedendo Teheran come il vero pericolo e non Ramallah, città sede dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), o Gaza, dove risiede Hamas.
I palestinesi, invece, continuano a non essere capace di proporre un interlocutore coeso e unico capace di sedersi al tavolo dei negoziati, e pesa fortemente il recente fallimento di istituire un governo unitario di Hamas e Fatah. In conclusione, non solo è legittimo ritenere che le violenze non si placheranno nel breve periodo, ma anche che conseguentemente ai motivi evidenziati le violenze continueranno a diffondersi in modo sporadico e incontrollato. Questo rischia di alimentare una situazione potenzialmente sempre più critica e alla quale sia israeliani che palestinesi sembrano essere incapaci di trovare un punto di partenza dal quale affrontare il problema.
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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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