Il caso Terni: la fornace politica tra acciai e manganelli

31/10/2014 di Edoardo O. Canavese

Leopolda contro San Giovanni, Renzi contro Camusso, polizia contro operai. Il tanto evocato autunno caldo è arrivato, e porta con sé sospetti, polemiche, risse. Ma anche licenziamenti, 537 nelle acciaierie speciali di Terni.

Autunno caldo – Era stato evocato, in sede sindacale, e con un leggero ritardo sul calendario è arrivato. Nello spazio di una settimana, abbiamo assistito alla contrapposizione kermesse-piazza, proposta-protesta, governo-operai, ossia Leopolda-San Giovanni, con i fedelissimi del renzismo riuniti nell’ex stazione fiorentina e sfidati dalla manifestazione organizzata da sindacati e minoranze di sinistra, in una lunga sfilata contro il Jobs Act e la modifica dell’articolo 18. E questo nello spazio di soli tre giorni. Poi i battibecchi nei talk show. Le stilettate dei giovanissimi renziani contro i dinosauri Cgil. L’orgoglio retrò del telefono a gettone contro l’iPhone. Le accuse al premier di essere stato benedetto dai poteri forti. Quelle alla Camusso di essere stata eletta con tessere false. Poi, mercoledì, in tutto il suo crudo realismo,  la grandinata di manganellate sugli operai Thyssenkrupp di Terni, in  trasferta a Roma per ruggire nel vuoto politico contro la ghigliottina che il gruppo siderurgico tedesco vuol far calare su di loro.

537 – E’ il numero delle lettere di licenziamento spedite il 9 ottobre dalle scrivanie dirigenziali di Thyssenkrupp e dirette non solo ad altrettante famiglie, ma ad un’intera città, Terni, che il 17 ottobre ha espresso solidarietà all’acciaieria chiudendo tutte le saracinesche e scendendo in piazza accanto ai lavoratori. Ma il silenzio istituzionale, tutt’altro che temperato dalla presenza dei segretari Camusso ed Angeletti, contestati durante la manifestazione, ha spinto gli operai prima alla Leopolda, dove hanno incontrato in privato Renzi, e poi mercoledì direttamente a Roma, a pochi passi dal ministero dello sviluppo, dove era attesa una risposta dopo il colloquio con il premier. Il sindacato assicura che, nonostante lo stato d’agitazione, non vi fosse alcuna volontà di entrare in contatto col cordone poliziesco di fronte alla sede del ministero; la Questura risponde che i manifestanti volevano muoversi per occupare la stazione Termini. Restano le cicatrici sulle teste scoperte dei caschetti. E copiosa benzina nel calderone politico.

Il segretario della FIOM, Maurizio Landini, durante la manifestazione di Roma in favore degli operai dell'acciaieria di Terni
Il segretario della FIOM, Maurizio Landini, durante la manifestazione di Roma in favore degli operai dell’acciaieria di Terni

Scuse e sospetti – Giovedì si è tentato di ricucire, riunendo intorno ad un tavolo i rappresentanti sindacali delle Acciaierie Speciali di Terni e il governo. Renzi inoltre ha spedito in Parlamento Angelino Alfano per un pronta informativa sui fatti del giorno prima, e per allontanare l’esecutivo da ogni responsabilità. Atto dovuto, per due motivi. Primo, la gravità dei fatti era tale da costringere il Viminale a doverose spiegazioni e scuse, pur rivolte sia a manganellati, sia a manganelli. Secondo, il sospetto di Renzi che dietro alla repressione poliziesca vi sia una regia antigovernativa, che qualcuno voglia far passare il messaggio che sia stato l’esecutivo ad ordinare la reazione contro gli operai, per minarne la credibilità e il consenso. D’altro canto sono in molti ad aver imputato a Renzi e ai suoi ministri la paternità delle manganellate di mercoledì; e, non poi così sorprendentemente, soprattutto a sinistra.

Spallata sinistra? – La segretaria Camusso non ha perso tempo per azzannare un polpaccio al governo, tuonando di “abbassare i manganelli” rivolti contro gli operai di Terni. E forse sperando che Renzi risenta politicamente e mediaticamente degli scontri. O almeno questa è l’interpretazione del premier, che sarebbe infastidito dall’uso strumentale delle proteste dei lavoratori da parte del “sindacato amico” e dalla fetta bersaniana del Pd, in verità conscio degli sforzi dell’esecutivo nella soluzione della vertenza Thyssenkrupp. In effetti il governo una proposta ai lavoratori di Terni l’aveva già data, cercando di abbassare il numero degli esuberi a 290, ma i sindacati avevano rifiutato. Oggi quella cifra viene rilanciata dal ministro Guidi. E non è detto che alla fine non si riesca a convergere su una cifra meno sanguinosa dei 537 licenziamenti già messi in conto dai tedeschi.

Sindacalista tra gli operai – Di questa convulsa settimana, l’immagine migliore è quella di Maurizio Landini schierato in prima fila tra gli operai. E’ piuttosto triste constatare che ultimamente ci si è abituati a leader sindacali nazionali sui palchi di fronte al microfono, e non per strada, davanti ai manganelli. Landini ricompone un po’ la profonda, e difficilmente sanabile, crepa che intercorre tra dirigenze sindacali e lavoratori, perché non basta la fiumana di San Giovanni per considerare superate le difficoltà organizzative e rappresentative di Camusso&co. E se si perde credibilità di fronte non tanto agli iscritti, quanto ai lavoratori, è difficile pretenderne dal governo: altro motivo per cui, nonostante gli attacchi durissimi, Renzi preferisca trattare con il segretario Fiom piuttosto che con quello Cgil.

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus